Fascistizzazione, emigrazione e bisogno di ripresa: Marzi e Calabresi (1938-1955)

All’Istituto di psicologia di Firenze, nel 1938, a Enzo Bonaventura era subentrato Alberto Marzi. Date le drammatiche circostanze in cui avvenne, non si trattò certo di una lineare successione da maestro e allievo, come è stata poi presentata. Prima ancora che Bonaventura fosse stato formalmente espulso perché ebreo, il preside della Facoltà di lettere e filosofia di Firenze aveva già designato Marzi, che fu preferito ad altri due candidati: Leone Cimatti, direttore dell’Istituto nazionale dei ciechi di Firenze, e Angiola Costa di Torino, psicologa sociale e futura deputata del Partito comunista italiano.
Marzi apparteneva alla terza generazione della psicologia fiorentina, quella cresciuta sotto il fascismo (si era tesserato a 19 anni). Allievo non di Francesco De Sarlo ma di Bonaventura, nel 1930 questi l’aveva proposto come assistente volontario, facendo così un torto a Renata Calabresi, che pure collaborava da tempo all’istituto. Ultima allieva di De Sarlo, di famiglia notoriamente antifascista, amica dei fratelli Rosselli, la Calabresi si era distinta con una ricerca eccezionale su La determinazione del presente psichico (Firenze 1930), elogiata anche dall’American Journal of Psychology. Quando si trovò scavalcata dal più giovane Marzi, neolaureato e senza pubblicazioni, si rivolse dove intravedeva qualche possibilità di carriera, decisamente più difficile per le donne. Dall’anno accademico 1930-31 si trasferì a Roma, divenne assistente volontaria in psicologia all’Università sotto il nuovo direttore Mario Ponzo, conseguì la libera docenza, tenne dei corsi e un incarico retribuito al Ministero dell’educazione nazionale sull’orientamento scolastico e professionale. Fino all’ottobre 1938.
Anche lei venne colpita dalle leggi antiebraiche, anche lei decise di emigrare. Nel novembre 1939 raggiunse New York, dove era da poco approdato il fratello medico con la sua famiglia. Massimo Calabresi trovò una prima sistemazione alla Yale University e vi sarebbe rimasto per sempre. Grazie al suo brillante curriculum, e all’aiuto della rete antifascista – Gaetano Salvemini, suo ex professore a Firenze aveva una fellowship a Harvard –, Renata ebbe il suo primo posto di lavoro alla New School of Social Research, dove poté frequentare anche Max Wertheimer e gli psicologi della Gestalt rifugiati nella cosiddetta “Università in esilio” di New York.
Pochissimi gli italiani che ricevettero un contributo finanziario dall’organizzazione di New York per l’aiuto dei displaced scholars in fuga dal nazismo e dal fascismo. E fra loro lei fu l’unica donna. Non fu facile. Le servirono quasi dieci anni prima di trovare una posizione stabile e ben remunerata negli Stati Uniti, a quasi cinquant’anni. Esercitò attività privata di psicoterapeuta anche didattica a New York, e al contempo occupò un ruolo dirigenziale come psicologa alla Mental Hygiene Clinic di Newark. Lasciò la carriera universitaria, non la ricerca e riprese a pubblicare.
Dopo il fascismo, all’auspicabile ripresa della psicologia italiana, il contributo della Calabresi sarebbe stato prezioso, specie in psicologia clinica (della cui sezione era membro dell’American  Psychological Association), dove aveva acquisito tanta esperienza. Prezioso come quello di Bonaventura in psicologia dello sviluppo; e degli altri ebrei che da Firenze erano emigrati, come Sergio Levi e Lamberto Borghi, o che si erano nascosti come Bice Cammeo, per citare solo tre nomi fra quanti operavano negli ambiti delle scienze psico-pedagogiche e psichiatriche.
In Italia invece, dove la Calabresi tornava ogni anno, ancora nel 1957 fu dichiarata irrintracciabile dall’ateneo, che a norma di legge già nel ‘44 avrebbe dovuto restituire la libera docenza annullata con i provvedimenti razziali e reintegrare gli espulsi. Il che avvenne abbastanza di rado. E lei, comprensibilmente, non ci tenne a rientrare in quell’ambiente accademico.
Nel dopoguerra la marginalità accademica della psicologia italiana – che avrebbe avuto riconoscimento professionale solo con la legge 56 del 1989 – era tale che persino Marzi se ne andò da Firenze nel 1948-49. Nel decennio trascorso, da quando aveva preso il posto di Bonaventura, era stato presente in tutti i possibili incarichi e iniziative: dirigeva l’Istituto e il laboratorio di psicologia dell’Università fondato da Sarlo, nonché l’Istituto per le applicazioni della psicologia del Comune presso l’Istituto tecnico industriale; partecipava alle attività, soprattutto nel settore delle Forze armate, della Commissione permanente per le applicazioni della psicologia utili al regime, lanciata da Agostino Gemelli nel 1939. Insegnava in Facoltà, alla Scuola magistrale ortofrenica presso l’Istituto Umberto I e teneva lezioni sui servizi sociali persino alla Scuola di servizio sociale nata nel 1947. Frequentava la Lega italiana d’igiene e profilassi mentale, del cui consiglio direttivo avrebbe fatto parte nel secondo dopoguerra e per qualche anno fu segretario della Società italiana di psicologia e della Rivista di psicologia. Pubblicava soprattutto articoli di psicotecnica, manuali e una pluriedita Guida per gli esami psicologici e la valutazione dell’intelligenza infantile (Firenze 1942), che nel 1949 curò con Maria Luisa Falorni, ex allieva della Scuola magistrale ortofrenica.
Tutto questo occupando solo una posizione precaria di incaricato in attesa di concorso. Quando nel 1947 venne bandita la cattedra di psicologia all’Università di Milano, destinata a Cesare Musatti, Marzi mirò all’idoneità, che ottenne, per farsi chiamare sulla cattedra di Firenze, ormai vacante dal 1923. Dovette invece rivolgersi altrove e nel 1949 l’ebbe a Bari, dove rimase 6 anni, facendo di tutto per tornare nella sua città. Fu la Facoltà di magistero per i diplomati degli istituti magistrali, a maggioranza femminile e annessa all’Università di Firenze solo dal 1936, a istituire per lui la cattedra di psicologia, che la Facoltà di lettere e filosofia non voleva più.
Marzi vi sarebbe rimasto dal 1955, con un crescente disagio nel suo ultimo decennio di docenza, fino al 1977, quando fu pensionato per sopraggiunti limiti di età.
 
Patrizia Guarnieri
30/12/2015
 

Bibliografia

Cavarocchi, F. e Minerbi, A. (1999). Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino. In Collotti, E. (a cura di), Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana. I (pp. 467-510). Roma: Carocci.
Guarnieri, P. (2012). Senza cattedra. L’Istituto di psicologia dell’Università di Firenze tra idealismo e fascismo. Firenze: Firenze University Press.
Guarnieri, P. (2016). The Antifascist Network and Renata Calabresi: from Florence to Rome and New York. In EAD, Italian psychology and Jewish Emigration under Fascism: from Florence to Jerusalem and New York (pp.143-186). New York: Palgrave Macmillan.
Sinatra, M. (a cura di) (1997). L’uomo giusto al posto giusto: Alberto Marzi e la fondazione dell’Istituto di psicologia dell’Università di Bari (1949-1955). Bari: G. Laterza.

Fonti archivistiche

Archivio centrale dello Stato, Ministero della pubblica istruzione, Direzione Generale Istruzione Superiore, Divisione I, Liberi Docenti, 1930-1950, b. 85, fasc, Calabresi Renata; b. 310, fasc. Marzi Alberto.
Archivio privato Carlo Marzi, Corrispondenza, Firenze.
Archivio storico dell’Università di Firenze, Sezione Personale. Docenti, fasc. Marzi Alberto.
Archivio storico dell’Università di Roma La Sapienza, Personale docente, As 1554, Calabresi Renata.
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