di Patrizia Guarnieri (§ 1-10) e Matteo Fiorani (§ 11-13)

30/12/2015

 

ISSN 2464-9171

 

1. Introduzione

2. Gli studi psicologici all’Istituto di studi superiori dal 1870 al 1900

3. Un peculiare primato: l’Istituto di psicologia di De Sarlo

4. La clinica delle malattie mentali e la psichiatria manicomiale

5. La custodia domestica dei malati di mente nella provincia di Firenze (1866-1938)

6. Medici, psichiatri e psicologi per la cura dei bambini nel primo Novecento

7. La psico-pedagogia e la psicologia evolutiva: Calò e Bonaventura

8. La psicologia sotto attacco e il “connubio idealistico-fascista”

9. Dall’estromissione di De Sarlo all’espulsione di Bonaventura (1923-1938)

10. Fascistizzazione, emigrazione e bisogno di ripresa: Marzi e Calabresi (1938-1955)

11. Il modello medico-psico-pedagogico nel secondo dopoguerra

12. La rete per “l’infanzia anormale” negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento

13. I servizi di igiene mentale prima della legge 180/1978

 

1. Introduzione

 

Tra le aree in cui gli studi e le pratiche psicologiche si sono maggiormente sviluppate tra Otto e Novecento vi è senza dubbio l’area toscana, e quella fiorentina in particolare, dove si ebbe il primo istituto e laboratorio universitario di psicologia in Italia, e un’apertura a esperienze pionieristiche in vari ambiti professionali. La cultura psicologia si incrociò soprattutto con l’antropologia, che ebbe a Firenze la prima cattedra, e ancor più con la psichiatria, la cui tradizione ‘umanitaria’ dal capoluogo toscano con Chiarugi aveva raggiunto fama internazionale. Ma il caso toscano è emblematico anche delle gravi difficoltà in cui si trovò questa disciplina sotto l’attacco del neoidealismo di Gentile e Croce, che prese a bersaglio proprio la scuola fiorentina, e durante il fascismo che la marginalizzò sul piano accademico e ne colpì alcuni protagonisti per “incompatibilità politica” o perché erano ebrei.

Il quadro qui presentato intende, sulla base di più approfondite ricerche, proporre temi specifici e nodi problematici su cui lo studio diretto delle fonti riserva continue sorprese. Mette l’accento sulla psicologia in una prospettiva non interna a quella disciplina – mutevole e problematica – ma connessa alla storia sociale e culturale, della politica e delle istituzioni, allargata a discipline che erano concretamente connesse nei luoghi di lavoro, nelle carriere professionali, nelle associazioni e nei centri di dibattito e ricerca.

Focalizzare lo sguardo su un contesto rilevante da precisare – quello di Firenze, accanto al caso milanese, per esempio – permette appunto di non disgiungere questioni e vicende diverse che erano intrecciate, e di farne emergere le caratteristiche che più contarono.

Il punto di partenza per il percorso qui tracciato è il contesto nel quale si formò il progetto condiviso dell’Istituto di psicologia di Firenze, realizzato all’inizio del Novecento e diretto da Francesco De Sarlo, centro universitario di formazione e di ricerca in Italia, che godeva di reputazione internazionale, dove generazioni di psicologi si sono avvicendate. Da qui si procede rilevando reti e percorsi fra protagonisti, istituzioni, saperi e professioni affini – in psichiatria clinica e manicomiale, neuropsichiatria adulta e infantile, psicoanalisi, psicopedagogia e psicologia dello sviluppo – con l’avvertenza però di non applicarvi le definizioni specialistiche attuali, così come occorre tener presente quanto diverse siano le concezioni e gli indirizzi della psicologia, nonché della psichiatria o della filosofia cui essa viene sbrigativamente associata.

Il periodo considerato va dall’età liberale al secondo dopoguerra e oltre, dagli esordi promettenti alla crisi e alla marginalizzazione, fino alla consapevolezza del dover ricominciare. Con gli anni Sessanta e Settanta del Novecento lo scenario cambia ancora, e le scienze della psiche si ritrovarono al centro della scena, diffuse nella cultura di massa e anche duramente contestate, a intraprendere nuovi percorsi.

 

2. Gli studi psicologici all’Istituto di studi superiori dal 1870 al 1900

 

Tra Otto e Novecento Firenze era non solamente una città d’arte e di lettere – come da un persistente stereotipo –, ma anche di scienze naturali e scienze umane. Fra loro collocata sul crinale, la più giovane e controversa scienza psicologica occupava, nella cultura della ex capitale del Regno, una posizione al passo coi tempi e in uno scenario internazionale.

Generazioni di studenti dell’Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento (la futura Università), sorto nel 1859 e di cui la città andava fiera, sentivano parlare di psicologia almeno dagli anni Settanta dell’Ottocento e da prospettive diverse. Se ne occupavano fisiologi di fama come Moritz Schiff e Alexander Herzen, ma anche gli antropologi, i filosofi favorevoli al rapporto con le scienze, e naturalmente gli psichiatri.

Il professor Paolo Mantegazza, fondatore nel 1870 della Società di antropologia e di etnologia, otto anni dopo l’ampliò nei contenuti e nel titolo, rinominandola Società italiana di antropologia, etnologia e psicologia comparata. Nel 1886 presentò un progetto per un Museo psicologico nell’Istituto, che lo realizzò in tre anni e l’affidò alla sua direzione, purché il professore della prima cattedra italiana di antropologia si impegnasse a tenere anche alcune lezioni di psicologia sperimentale ogni anno, all’interno della stessa Sezione di filosofia e filologia dove si insegnava anche la fisiologia del sistema nervoso.

Anche il filosofo neokantiano Felice Tocco, il quale a Firenze insegnò dal 1877 al 1910, si andava occupando di antropologia e di psicologia scientifica; aggiornò le Istruzioni per lo studio della psicologia comparata (Firenze 1873) e lavorò molto a un suo incompiuto trattato di psicologia, contrastando la riduzione di essa alla fisiologia. La lectio inaugurale dell’anno accademico 1896-1897 fu dedicata alla psicologia e affidata al rinomato clinico delle malattie mentali Eugenio Tanzi, che da poco dirigeva la Clinica psichiatrica universitaria e il nuovo manicomio cittadino. Studioso con contatti internazionali e di ampi interessi, inclusa la psicoanalisi, dieci anni dopo Tanzi avrebbe fatto parte della commissione del primo concorso nazionale per le tanto attese cattedre di psicologia sperimentale.

A Firenze però non si aspettò che il Ministero si decidesse finalmente a istituire quelle cattedre. Con l’autonomia di cui godeva l’Istituto di studi superiori rispetto alle università del Regno, fu piuttosto il senatore Pasquale Villari, storico e preside della Sezione di filosofia e filologia, a perseguire una strategia di rinnovamento culturale, le cui linee risalivano al suo famoso discorso su La filosofia positiva e il metodo storico (Milano 1866). Nel progetto che si voleva attuare per l’Istituto, le scienze umane erano essenziali e la psicologia aveva il ruolo di modernizzare non solo gli studi e le pratiche pedagogiche e antropologiche, ma anzitutto la filosofia teoretica.

Quando quest’ultima cattedra rimase vacante, nel 1900 fu selezionato il libero docente Francesco De Sarlo, il cui insegnamento avrebbe rappresentato una decisa svolta rispetto a quello precedente di Augusto Conti, filosofo spiritualista. De Sarlo aprì il suo corso di filosofia discutendo de Il concetto dell’anima nella psicologia contemporanea (Firenze 1900); e di lì a poco elaborò il progetto di un moderno centro di ricerca scientifica in psicologia. Villari, Tocco e altri colleghi lo appoggiarono con non poche risorse, e molto entusiasmo. E si dichiararono poi soddisfatti dei risultati, superiori addirittura alle aspettative.

Bibliografia

Garin E. (1976). L’Istituto di studi superiori di Firenze (cento anni dopo). In Id. La cultura Italiana tra ‘800 e ‘900 (pp. 29-69). Bari: Laterza.

Guarnieri P. (2012). Senza cattedra. L’Istituto di psicologia dell’Università di Firenze tra idealismo e fascismo. Firenze: Firenze University Press.

Guarnieri P. (2016). Psychologists “in the true sense of the word”. In EAD, Italian psychology and Jewish Emigration under Fascism: from Florence to Jerusalem and New York  (pp. 13-42). New York: Palgrave Macmillan.

Tommasi A. (1991). Alle origini della psicologia italiana: Paolo Mantegazza e la ‘psicologia positiva’. Storia della psicologia, 3, 48-62.

Urbinati N. (1984). Trattato elementare di psicologia. Un manuale inedito di Felice Tocco. Atti dell’Accademia toscana di scienze e lettere La Colombaria, 49, 179-255.

Fonti a stampa

AA.VV. (1926). Studi neurologici dedicati a Eugenio Tanzi nel suo 70esimo compleanno. Torino: Tip. sociale torinese.

Fonti archivistiche

Biblioteca umanistica, Università degli studi di Firenze (BUF), R. Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento, Sezione di filosofia e filologia, Verbali adunanze, almeno dal 1900.

BUF, Fondo Tesi storiche (serie incompleta).

 

3. Un peculiare primato: l’Istituto di psicologia di De Sarlo

 

Nel 1900 Francesco De Sarlo venne chiamato all’Istituto di studi superiori di Firenze, proprio perché il suo non comune curriculum ben prometteva per fare della Sezione di filosofia un centro di studi pratici e di perfezionamento nelle scienze umane. Alla filosofia lui era arrivato dalle scienze biologiche e da una laurea in medicina a Napoli, dove aveva seguito le lezioni di Bertrando Spaventa. Specializzatosi in medicina legale e psichiatria, si era dedicato a indagini sperimentali e cliniche nel manicomio di Reggio Emilia con Augusto Tamburini, Enrico Morselli, Eugenio Tanzi e vi aveva frequentato il laboratorio di psicologia allestito da Gabriele Buccola. Studioso di evoluzionismo e darwinismo, dal 1893 aveva insegnato filosofia nei licei, il cui programma allora comprendeva anche una parte di psicologia. Aveva sempre continuato a fare ricerca e a pubblicare, in ambito filosofico e psicologico. Quello che di lui i colleghi fiorentini avevano più apprezzato era appunto la vasta cultura psicologica – una costante nel suo percorso tra psichiatria e filosofia –, non appiattita sul naturalismo organicista, ma rivolta alla varietà e irriducibilità del mondo umano.

Ci vollero tre anni per creare il progettato Istituto di psicologia, con il gabinetto sperimentale e la biblioteca specializzata. Era in pieno centro città, in via Gino Capponi n. 3, dove già esisteva il Museo psicologico allestito da Paolo Mantegazza. Fu inaugurato il 16 gennaio 1904, quando il suo direttore De Sarlo avviò il corso di psicologia, obbligatorio per la laurea in filosofia. L’atteso evento ebbe grande risalto: l’Istituto di studi superiori era il primo in Italia – anche grazie alla sua autonomia finanziaria e didattica – a realizzare un istituto di psicologia dotato di un attrezzatissimo laboratorio per la didattica e per la ricerca.

Com’è noto, le prime tre cattedre di psicologia sperimentale in Italia sarebbero state attivate solo nel 1906, ma sfornite di laboratori, a Napoli, Roma e Torino, dopo il concorso nazionale bandito dal ministro neuropsichiatra Leonardo Bianchi. A Firenze erano previsti corsi teorici, esercitazioni con strumenti all’avanguardia, e il perfezionamento in psicologia. Le migliori indagini dentro o fuori del laboratorio venivano pubblicate nella collana dell’Istituto o in periodici specializzati. Dal 1905 per due anni De Sarlo diresse le Ricerche di psicologia; dal 1907 si dedicò alla Cultura Filosofica per contrapporsi alla Critica neoidealista. E dal 1912 uscì la seconda rivista italiana specializzata in psicologia, la vivacissima Psiche, fondata dal giovane Roberto Assagioli, che Tanzi aveva spinto a laurearsi con una tesi sulla psiconalisi, nel 1910, inviandolo da Jung e da Freud.

Oltre al primato strettamente cronologico sulle altre sedi accademiche della disciplina, la psicologia fiorentina si andò aggiudicando meriti importanti che suscitarono grandi elogi, molta rivalità e attacchi feroci. Nel 1905 sull’American Journal of Psychology venne indicata come scuola di derivazione psichiatrica, la più rappresentativa dello “psychological thought now dominant in Italy”, che dalla patologia mentale aveva appreso a indagare le varietà psichiche.

De Sarlo aveva inoltre la capacità di richiamare attorno a sé molti giovani, studiosi di eccellenza, da Antonio Aliotta e Giovanni Calò, Giuseppe Fanciulli, Roberto Assagioli e Enzo Bonaventura, fino a Renata Calabresi, ciascuno per la sua strada. Senza rimanere ancorato a Wundt, il gruppo si era aperto da subito a contatti internazionali, soprattutto con Franz Brentano che abitava a Firenze, con Edward Titchener, anch’egli in rapporto diretto con De Sarlo, e con William James, sempre più guardando – De Sarlo, Ludovico Limentani, Giovanni Vailati e il Pragmatist Club fiorentino – alla cultura angloamericana. Fuori dall’accademia, il Circolo di studi psicologici di quei giovani fiorentini crebbe tanto da costituirsi in Associazione nazionale nel 1912, con molti soci e corrispondenti stranieri, presieduta da De Sarlo a partire dal 1914.

Per superare il dualismo tra l’approccio fisiologico e l’approccio speculativo che altri in Italia preferivano alimentare, De Sarlo aveva proposto una terza via per il suo programma su “gli orizzonti della psicologia empirica”. Il rigore tecnico di indagini che spaziavano dalle illusioni ottico-geometriche ai tempi di reazione, dalla fisiologia sugli stati affettivi all’autoanalisi dei sogni, doveva accompagnarsi alla riflessione critica sui metodi, com’era del resto nella vocazione di tutto l’Istituto nell’intersecarsi di lezioni teoriche, esercizio ed esperienza. La parola d’ordine suonava chiara ed efficace: la psicologia agli psicologi.

De Sarlo credeva nell’utilità degli studi psicologici in vari ambiti e auspicava la collaborazione interdisciplinare con medici, magistrati, educatori, così da promuovere interventi specialistici multiprofessionali “nelle scuole, nelle caserme, nei manicomi e nelle carceri”. La psicologia scientifica doveva avere un proprio statuto teorico, ma senza perdersi in speculazioni astratte né restare chiusa nei laboratori. Doveva aprirsi alla società.

Bibliografia

Albertazzi, L., Cimino, G., Gori-Savellini, S. (1999). Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di psicologia. Bari: Giuseppe Laterza.

Gori Savellini, S. (1988). La misura del tempo nel laboratorio di psicologia sperimentale. In Barsanti, G. et alii (a cura di), Misura d’uomo. Strumenti teorie e pratiche dell’antropometria e della psicologia sperimentale tra ‘800 e ‘900 (pp. 85-118). Firenze: Giunti (con ill. e schede degli strumenti del laboratorio di Firenze).

Guarnieri, P. (1991). De Sarlo Francesco. In Dizionario biografico degli italiani (pp. 333-338). Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 39.

Guarnieri, P. (2012). Senza cattedra. L’Istituto di psicologia dell’Università di Firenze tra idealismo e fascismo. Firenze: Firenze University Press.

Sava, G. (2006). The contribution of the Florence Laboratory to the Foundation of Scientific Psychology in Italy. Physis, 42, 425-442.

Fonti a stampa

De Sarlo, F. (1905). La psicologia come scienza empirica. Rivista di filosofia e scienze affini, a. 7, 283-301.

Ferrari, G.C. (1905). Experimental psychology in Italy. American Journal of Psychology, 16, 225-227.

Fonti archivistiche

Biblioteca Umanistica, Università degli studi di Firenze, R. Istituto, Sezione di Filosofia e Filologia, Verbali Adunanze, almeno dal 1902-23.

Archivio Storico Università di Firenze, Sezione Personale, Docenti, Francesco De Sarlo, fasc. 887.

 

4. La clinica delle malattie mentali e la psichiatria manicomiale

 

La psicologia italiana aveva una forte interazione con le indagini sulla patologia mentale, a quanto asserito nello stesso dibattito di inizio Novecento. Quali erano i rapporti fra psicologia e psichiatria a Firenze all’inizio del secolo?

Francesco De Sarlo ed Eugenio Tanzi, professori nello stesso Istituto accademico fiorentino rispettivamente dal 1900 e dal 1895, si conoscevano da prima, essendosi formati entrambi nell’ambiente psichiatrico di Reggio Emilia con Augusto Tamburini. Continuarono a condividere interessi scientifici e culturali, parteciparono attivamente alla Società italiana di psicologia, sorta nel 1910, ebbero scambi intensi e proficui, non meno dei loro studenti e collaboratori. Tanzi creò una fiorente scuola psichiatrica, aperta a collaborazioni interdisciplinari, nutrite anche da studi psicologici. Fondò e diresse l’importante Rivista di patologia nervosa e mentale (1896-1994), poi organo della Società italiana di neurologia, con l’aiuto dell’allora suo assistente Ernesto Lugaro, che l’aveva seguito a Firenze e che si sarebbe distinto sia nella specialità, sia nell’opporsi all’idealismo filosofico, come De Sarlo e la maggior parte degli allievi.

Tra loro, attorno a Tanzi e a De Sarlo, Firenze divenne un fulcro per la divulgazione degli studi psicologici, inclusa la psicoanalisi, in ambiente scientifico e universitario. Fin dal 1896 Tanzi aveva recensito e fatto recensire nella sua Rivista vari lavori originali di Freud; in Psiche, fondata da Roberto Assagioli lo si traduceva, nell’Associazione di studi psicologici presieduta da De Sarlo si discuteva anche di sogni e di inconscio. Persino l’ex assistente del laboratorio di psicologia sperimentale Enzo Bonaventura si sarebbe occupato di psicoanalisi.

Senza dubbio gli scambi erano facilitati dal fatto che sia il direttore dell’Istituto di psicologia, sia il direttore della Clinica delle malattie mentali appartenessero all’Istituto di studi superiori (dal 1924-25 Università degli studi).

La Clinica psichiatrica a Firenze era stata associata al manicomio cittadino, come del resto in altre città italiane, per molto tempo. Tanto che nel 1885, quando Francesco Bini si era dimesso dalla direzione dello Spedale di Bonifazio per mentecatti, che teneva dal 1844, aveva dovuto rinunciare anche alla sua posizione di cattedratico. La gravità della situazione manicomiale era stata denunciata già su La Nazione (18-20 settembre 1864) dal famoso Carlo Livi, direttore del Manicomio “San Niccolò” di Siena. Venti anni dopo non sfuggiva nemmeno agli studenti di psichiatria, che come Arnaldo Pieraccini vedevano le disumane condizioni dei ricoverati. Dopo che Bini aveva rotto con l’amministrazione del manicomio, e il suo vice Pietro Grilli lo aveva sostituto sia all’Istituto di studi superiori sia al Bonifazio, la Provincia di Firenze aveva incaricato lo psichiatra Augusto Tamburini di elaborare un progetto. Nell’ottobre 1885 la sua proposta: chiudere il vecchio manicomio nel centro città e costruire una “Clinica e Istituto psichiatrico di osservazione” per i casi acuti, con al massimo 200 letti.

Nel 1888 la Sezione medico-chirurgica (poi Facoltà) di Firenze aveva erogato un finanziamento per la Clinica e l’anno dopo aveva offerto la cattedra universitaria a Tamburini, che aveva accettato di stabilirsi a Firenze a lavori ultimati, lasciando il manicomio di Reggio Emilia e l’Università di Modena, purché la direzione clinica rimanesse congiunta alla soprintendenza del manicomio. Rinnovato di anno in anno l’incarico a Grilli, quando finalmente sembrava tutto pronto, nel marzo 1895 Tamburini aveva però rinunciato. Di fatto non era entrato mai in servizio a Firenze; e il nuovo grande stabilimento psichiatrico di 600 posti poco corrispondeva al suo iniziale progetto. Raccomandato da Tamburini, era arrivato Tanzi, che ebbe la duplice direzione.

A circa 4 km dal centro cittadino, a San Salvi dove dal 1891 era in funzione il Manicomio “Vincenzo Chiarugi” al posto del vecchio “Bonifazio”, la Clinica fu inaugurata nel maggio 1896. Svolgeva l’osservazione, stabiliva le ammissioni in manicomio e anche gli affidi dei pazienti in custodia domestica con il sussidio dalla Provincia. Aveva inoltre uno stretto rapporto con l’Istituto toscano per bambini tardivi, fondato nel 1899.

Anche Tanzi però entrò in contrasto con la Deputazione provinciale che dal 1893 aveva la gestione diretta del manicomio. Nel 1902 il professore reclamò un’inchiesta contro le ingerenze nella direzione sanitaria; colleghi e studenti pubblicamente si schierarono dalla sua parte con un comitato “Pro manicomio”. Per insanabili divergenze la clinica accademica venne disgiunta dal manicomio e questo risospinto in una prevalente funzione custodialistica. Nel maggio 1903 Tanzi si dimise da soprintendente dell’asilo; mantenne la direzione della clinica universitaria fino al 1931  (quando fu sostituito da Mario Zalla) e l’impegno nella ricerca scientifica e nella formazione. Il suo pluriedito Trattato di malattie mentali (1° ed. Milano 1904) nel 1909 fu tradotto in inglese.

Alla direzione del manicomio si succedettero Giuseppe Bosi, che morì nel gennaio 1905, Raffaelo Gucci per un anno ancora e Paolo Amaldi per trent’anni, dall’agosto 1906. Psichiatra non accademico, già direttore a Mendrisio, fu scelto esclusivamente dall’amministrazione provinciale. In perenne competizione, Amaldi rinfacciava a Tanzi di avergli lasciato un manicomio nei guai, portato via il laboratorio e la biblioteca (nel 1914 ne fece costruire una seconda, l’ancora esistente Biblioteca V. Chiarugi). Soprattutto contestò sempre che alla Clinica e al suo direttore fosse rimasta l’osservazione di tutti i pazienti, prevista dalla legge 36/1904 sui manicomi e gli alienati, subordinando così la psichiatria manicomiale a quella universitaria.

Bibliografia

Guarnieri, P. (2007). Matti in famiglia. Custodia domestica e manicomio nella provincia di Firenze 1886-1938. Studi storici, 2, 496-503.

Guarnieri, P. (2010). La psicologia patologica al V Congresso internazionale. In Ceccarelli G. (a cura di), La psicologia italiana all’inizio del Novecento (pp. 94-106). Milano: FrancoAngeli.

Lippi D. (1996). San Salvi: storia di un manicomio. Firenze: Olschki. 

Fonti a stampa

Amaldi, P. (1913). Relazione sul Manicomio di Firenze per gli anni 1905-1911 del direttore Dott. Paolo Amaldi. Firenze: Tip. Galletti e Cocci.

Bini, F. (1871). Schema del regolamento amministrativo e disciplinare pel Manicomio di Firenze presentato alla Commissione amministratrice dal cav. Prof. Francesco Bini. Firenze: Tip. M. Ricci.

Relazione della Commissione speciale eletta dal Consiglio provinciale di Firenze per esaminare il rapporto del prof. Augusto Tamburini sui manicomi e proporre le soluzioni più convenienti all’interesse pubblico e a quello della Provincia (s.l., s.d. [ma 1886]).

Tanzi E. (1903). Relazione sul Manicomio di Firenze. All’on. sig. presidente della Deputazione provinciale di Firenze. Firenze: Soc. tip. fiorentina.

Tanzi E. (1903). Sulla clinica psichiatrica di Firenze: lettera al marchese Carlo Ridolfi soprintendente del Regio Istituto di studii superiori. Firenze: Soc. tip. fiorentina. 

Fonti archivistiche

Archivio Storico dell’Università di Firenze (ASUF), Sezione medico chirurgica. Verbali delle adunanze, II, 2 novembre 1872-18 ottobre 1886; Affari spediti, 1888-89, 1894-95, 1897, 1902-03.

Archivio storico della Provincia di Firenze, Carteggio, cat. 9, cas. 1, vedi 1866-1938.

Archivio di Stato di Firenze, Archivio dell’Ospedale psichiatrico “Vincenzo Chiarugi”, Commissione amministratrice del manicomio, dal 1871 al 1938 (nella serie mancano le filze dal 1885 al 1916). L’archivio è stato depositato nel 2011 ed è in attesa di riordino.

 

5. La custodia domestica dei malati di mente nella provincia di Firenze (1866-1938)

 

Quasi quarant’anni prima delle Disposizioni sui manicomi e gli alienati (1904), nel 1866 a Firenze era iniziato un esperimento di assistenza familiare dei malati di mente che sarebbe durato decenni. L’aveva promosso la neocostituita Provincia, che aveva anche la gestione degli alienati. Con la custodia domestica, i ricoverati cosiddetti “fatui” e “innocui” che potevano essere ricollocati nella loro famiglia – cui spettava un sussidio, se di certificata povertà – dal manicomio venivano dimessi e seguiti con periodiche visite di controllo. Alternativa alla gestione asilare, eppure connessa, la pionieristica esperienza fiorentina era segnalata da Augusto Tamburini, Cesare Lombroso e altri illustri psichiatri, come un modello da imitare per ragioni terapeutiche.

Al manicomio cittadino Bonifazio, il direttore Francesco Bini era favorevole ad affidare gli “innocui” e i “tranquilli” alle famiglie. Ma per sfollare l’asilo dei mentecatti si pensò di ricorrere anche ad altri istituti. La Provincia stipulò accordi e convenzioni con la Pia Casa di lavoro di Firenze – per l’ammissione di alcuni “mentecatti innocui” –, almeno dal 1872, e con gli Ospedali riuniti di San Miniato (allora provincia fiorentina) dove nel 1886 fu istituita una “Sezioni dementi”. La pratica si sarebbe diffusa e protratta in istituti convenzionati (negli anni Venti del Novecento, per esempio, all’Ospedale San Pietro Igneo di Fucecchio con il reparto delle “tranquille”).

Con le politiche extramanicomiali gli amministratori miravano soprattutto al risparmio, e difatti i sussidi alle famiglie in custodia domestica o le rette agli altri istituti erano sempre inferiori alla retta che la Provincia pagava per i poveri ricoverati in manicomio. Al Manicomio “Chiarugi”, dal 1895, il direttore Eugenio Tanzi esigeva però che per l’affido fossero rispettati certi requisiti, senza i quali lui negava la necessaria autorizzazione. Il suo successore Paolo Amaldi invece cercò di diffondere il modello eterofamiliare di custodia domestica, rispetto a quello omofamiliare praticato a Firenze, che rimase comunque il prevalente.

Per meglio controllare il comportamento delle famiglie affidatarie, nel 1906-08 il Comune di Firenze incaricò un’associazione filantropica femminile di effettuare delle visite domiciliari in città. Bice Cammeo, segretaria dell’Ufficio di indicazioni e di assistenza, fece un lavoro scrupoloso di osservazione e interviste tramite questionari. Il numero degli affidi continuò ad aumentare: nel 1911 le statistiche ne contavano 909 nella provincia fiorentina, tra cui malati che non erano mai stati ricoverati.

Durante e dopo la prima guerra mondiale il budget per il servizio diminuì drasticamente e con il fascismo aumentò ovunque la popolazione manicomiale. Per risparmiare, gravando sempre più sulle famiglie, i sussidi erano ridotti, le visite mediche di controllo meno frequenti, non più a domicilio ma presso il manicomio. Quando ad Amaldi nel 1937 successe Gino Simonelli, questi concordò con il prefetto misure restrittive della custodia domestica, proponendo persino che il requisito di pericolosità valesse non solo per il ricovero in manicomio, come già prescritto dalla legge 36 del 1904, ma anche per l’affido in famiglia dei ricoverati.

D’altra parte, per i malati psichiatrici mai istituzionalizzati, nel 1938 fu inaugurato a Firenze un Centro di igiene e profilassi mentale, in via Andrea del Sarto n. 4, accanto ma indipendente dall’ospedale psichiatrico. Centri del genere in Italia erano ormai una trentina. La modernizzazione della custodia domestica, e le tematiche della psicoigiene, ma anche la pratica dell’elettroshock aprivano nuovi scenari.

Bibliografia

Guarnieri, P. (2005). Madness in the Home: Family Care and Welfare Policies in Italy before Fascism. In M. Gijswijt-Hofstra, H., Oosterhuis, J., Vijselaar & Freeman H. (eds.), Psychiatric Cultures Compared. Psychiatry and Mental Health Care in the Twentieth Century (pp. 312-328). Amsterdam: Amsterdam University Press.

Guarnieri, P. (2007). Matti in famiglia. Custodia domestica e manicomio nella provincia di Firenze (1866-1938). Studi storici, 2, 477-521.

Fonti a stampa

Focardi, N. (1890). Spedali riuniti di S. Miniato: Relazione. San Miniato: Tip. di Massimo Ristori.

Linaker, A. (1907). La Pia Casa di Lavoro e le Opere Pie annesse dall’anno 1896 al 1906. Relazione di Arturo Linaker presidente del consiglio d’amministrazione. Firenze: Stab. Tip. pei minorenni corrigendi di G. Ramella & C.

Tamburini A. (1904). Le urgenti riforme nell’assistenza degli alienati in Italia, discorso inaugurale del XII congresso freniatrico italiano in Genova (18 ottobre 1904). Reggio Emilia: Tip. Calderoni e F.

Fonti archivistiche

Archivio di Stato di Firenze, Archivio dell’Ospedale psichiatrico “Vincenzo Chiarugi”, Commissione amministratrice del manicomio, dal 1866 al 1938 (nella serie mancano le filze dal 1885 al 1916). L’archivio è stato depositato nel 2011 ed è in attesa di riordino.

 

6. Medici, psichiatri e psicologi per la cura dei bambini nel primo Novecento

 

Il moderno Istituto di psicologia di Firenze si trovava a pochi metri dalla più antica istituzione per l’assistenza ai bambini abbandonati. E proprio in quel periodo il quattrocentesco Spedale degl’Innocenti in piazza SS. Annunziata stava sperimentando una nuova organizzazione sanitaria, avviata nel 1890, per la cura degli esposti e delle balie. Nell’attigua Maternità, dal 1882-83 era stata installata anche la prima Clinica universitaria per le malattie dei bambini dotata di posti letto (mancanti nella coeva clinica di Padova), affidata al professor Moisé Raffaele Levi di Venezia, che morì prematuramente nell’86.

Mancava un ospedale pediatrico e fu proprio un medico degl’Innocenti, Germano Guidi, a più impegnarsi perché fosse costruito. L’Ospedale pediatrico “Anna Meyer” aprì a Firenze nel 1891 e lo stesso anno l’Istituto di studi superiori chiamò dall’Università di Siena Giuseppe Mya, professore di patologia speciale, che incaricò poi anche della Clinica pediatrica. Sono internazionalmente noti i suoi studi di sulla meningite tubercolare e sull’idrocefalia, pubblicati su la Rivista di patologia nervosa e mentale di Eugenio Tanzi. Nel 1901 Mya finalmente riuscì a trasferire al “Meyer” la clinica pediatrica che era rimasta alla Maternità, annessa alla Clinica ostetrica di Ernesto Pestalozza. Insieme i due colleghi promossero i cosiddetti Asili e Aiuti materni – a Firenze, a Lucca, a Prato –, che erano diretti a seguire le madri povere e lavoratrici nella cura dei lattanti, spesso con l’aiuto di un nuovo volontariato femminile, qualificato ed emancipazionista.

Fra queste ed altre innovative esperienze nell’assistenza e nello studio dell’infanzia e dell’adolescenza tra Otto e Novecento a Firenze, anche la psicologia e la psichiatria ebbero un ruolo propulsivo, che subì poi un declino ed ebbe una lenta ripresa solo dopo la caduta del fascismo.

Ancora una volta, un esordio precoce: nell’agosto 1899 in città, nella zona periferica di Coverciano vicino al Manicomio di San Salvi attivo da un triennio, aprì l’Istituto toscano per “fanciulli tardivi”, poi anche “nervosi”, una specie di istituto medico pedagogico, come venne poi chiamato. Parallelamente si avviò la possibilità di una specializzazione in questo ambito. Intitolato a Umberto I, e dal 1910 divenuto ente morale, sorse grazie a una società di benefattori e benefattrici (tra cui Eleonora Duse), su progetto del pediatra Eugenio Modigliano. Lo scopo era accogliere, curare e rieducare i minori con disturbi psichici e neurologici curabili. Come emergeva dall’esperienza di custodia domestica sussidiata per i pazienti psichiatrici, le famiglie di solito si sforzavano di non mandare i loro bambini in manicomio, ma avevano bisogno di sostegno e competenze.

Inizialmente riservato ai maschi dai 4 ai 12 anni e fino ai 16, l’“Umberto I” venne aperto poi anche alle femmine, con una disponibilità di circa 30 posti, in seguito aumentati, divisi in tre classi, di cui due paganti. Ben presto divenne un riferimento, non solo per le province toscane, ma per tutto il centro-nord. Al duplice programma di lavoro – clinico e didattico – collaboravano psichiatri, pediatri, pedagogisti e maestri, psicologi.

Anche la scuola psicologica fiorentina, infatti, coltivava una speciale attenzione per l’infanzia normale e anormale. Mentre l’Istituto Umberto I si organizzava, Francesco De Sarlo progettò e coordinò una ricerca sullo sviluppo mentale e le “anomalie di carattere” dei bambini, sottoposti ai test Binet e di cui si monitorava l’attenzione. Condotte nelle scuole elementari cittadine con la collaborazione di maestre e maestri, tali indagini si affiancavano alla grande Inchiesta sulle condizioni dell’infanzia in Firenze (Firenze 1909), coordinata da Giuseppe Mya. L’aveva commissionata e finanziata il Comune, tra i cui consiglieri c’erano vari professori universitari, inclusi Mya ed Eugenio Tanzi, il direttore della Clinica delle malattie mentali che a sua volta faceva parte del direttivo dell’Umberto I.

Per essere ammessi all’Istituto i bambini passavano prima dalla Clinica psichiatrica per la visita e un eventuale periodo di osservazione. Dunque c’era un preciso legame fra le due istituzioni, e in generale fra la direzione dell’Umberto I e alcuni docenti universitari fiorentini. De Sarlo spinse da subito i suoi allievi ad occuparsi dei “bambini tardivi”. I primi psicologi-pedagogisti all’Umberto I, che applicavano i test dei francesi Binet e Simon, e poi la revisione americana di Lewis Terman, provenivano infatti dall’Istituto di psicologia di Firenze. Il non ancora laureato Antonio Aliotta fece da direttore didattico nel 1904, dopo lo psichiatra Piero Parise; dal 1905 al 1912 lo fece Vincenzo Berrettoni, e ancora Modigliano con Giovanni Calò come soprintendente. Solo nel 1923 la direzione didattica sarebbe passata a Bice Stiatti, la maestra più anziana.

Nel gennaio 1910 fu Bice Cammeo, con la sua esperienza nel volontariato emancipazionista per l’infanzia e per il disagio mentale, ad aprire un Rifugio immediato e temporaneo per fanciulli in gravi condizioni di disagio familiare e in attesa di affidamento.

Bibliografia

Guarnieri, P. (1996). Per una storia delle scienze dell’infanzia: le fonti dell’Istituto degl’Innocenti a Firenze. Nuncius. Annali di storia della scienza, 11, 277-307.

Guarnieri, P. (2004). Dall’accoglienza alla cura. La riforma sanitaria nel brefotrofio degl’Innocenti di Firenze 1890-1910. Medicina & Storia, 4(7), 53-96.

Fonti a stampa

Calò, G. (1946). L’ opera educativa dell’istituto medico pedagogico Umberto I di Firenze. Firenze: Tip. Ricci.

Comune di Firenze (1909). Inchiesta sulle condizione dell’infanzia in Firenze, eseguita per incarico della Giunta Comunale dal prof. G. Mya. Firenze: Stab. Chiari, succ. Cocci.

Istituto toscano per bambini tardivi (1889). Statuto e Regolamento. Firenze: Tip. Civelli.

Modigliano, E., & Berrettoni, V. (1908). L’Istituto Umberto I per i fanciulli tardivi a Firenze. Primo rendiconto statistico, La Pediatria, 5, estratto.

Fonti archivistiche e librarie

Archivio storico Istituto degl’Innocenti, Firenze, Affari generali – Categoria prima (1891-1950).

Archivio storico Istituto degl’Innocenti, Firenze, Cartelle sanitarie informative (1893-1920).

Archivio di Stato di Firenze, Archivio Istituto toscano per bambini tardivi /Istituto medico pedagogico Umberto I (recentemente depositato dalla ASL 10 Firenze, in attesa di riordino).

Biblioteca V. Chiarugi, Firenze, Fondo librario dell’Umberto I.

 

7. La psico-pedagogia e la psicologia evolutiva: Calò e Bonaventura

 

La conoscenza psicologica costituiva la condizione necessaria per qualsiasi educazione. Nella scuola fiorentina di De Sarlo, che lavorò spesso a contatto con gli insegnanti e frequentò Luigi Credaro e la sua Rivista pedagogica, fu soprattutto Giovanni Calò a dedicarsi alla pedagogia. Ne divenne il professore ordinario dell’Istituto di studi superiori nel 1911 e rimase tale all’Università di Firenze fino al 1952. Come il suo maestro, si oppose tanto al riduzionismo naturalistico quanto all’identificazione della pedagogia con la filosofia dello spirito, e in polemica con Gentile già nel 1907 si espresse Per una scienza dell’educazione, ispirata all’herbartismo. Convinto che “insegnare ed educare richiede soprattutto una continua soluzione di problemi psicologici”, si impegnò molto ne L’educazione degli educatori (Firenze 1914). Eletto deputato nel 1919, sottosegretario alla Pubblica istruzione nel ‘22, nel ‘25 organizzò la Mostra didattica nazionale di Firenze, che nel ‘29 si trasformò nel permanente Museo didattico; e benché il ruolo che vi ebbe l’allora gentiliano Giuseppe Lombardo Radice sia ricordato più spesso, fu l’antidealista Calò a dirigere il Museo fino al 1938. Egli inoltre contribuì a far aprire a Firenze, come già a Roma, una Scuola magistrale ortofrenica per formare maestri e soprattutto maestre dei “fanciulli anormali psichici” che lui stesso seguiva all’Istituto Umberto I di Firenze. Del resto persino la riforma scolastica del 1923 prevedeva l’istituzione di tali scuole o corsi per gli insegnanti elementari che operavano nelle classi differenziali.

La Scuola magistrale ortofrenica di Firenze entrò in funzione nell’anno accademico 1925-26, approvata dal Ministero della pubblica istruzione. Per regolamento era connessa all’Istituto Umberto I, dove i futuri maestri ortofrenici seguivano alcuni corsi (altri erano tenuti in via San Gallo) e svolgevano il tirocinio di un anno per fare poi la tesi. Gli iscritti aumentarono, fino a circa 60 l’anno e soprattutto aumentò la percentuale femminile. Superato l’esame di ammissione, apprendevano pedagogia e psicologia generale, antropologia e valutazione psicologica della personalità, auxologia normale e patologica. La neuropsichiatria infantile era insegnata dal direttore dell’Ospedale psichiatrico “Chiarugi”, Paolo Amaldi; fra i docenti dell’Università di Firenze che tennero corsi alla Scuola magistrale ortofrenica, alcuni redassero poi degli appositi manuali. Per la Pedagogia degli anormali (Firenze 1946) lo fece Calò e per la Psicologia dell’età evolutiva (Lanciano 1930) Enzo Bonaventura, il quale dal 1923 dirigeva l’Istituto fondato da De Sarlo, in quella che nel 1924-25 era divenuta l’Università di Firenze.

La reputazione di Bonaventura è rimasta legata soprattutto alla psicologia sperimentale, e difatti aveva iniziato la sua carriera universitaria come assistente del laboratorio di Firenze, di cui costruì anche vari strumenti. Eppure la sua attività divenne poi molto varia, tant’è che si occupò anche di psicoanalisi, e soprattutto di psicologia evolutiva. Propose l’indagine psicologica dei lattanti, da aggiungere all’esame fisiologico e antropologico nel secondo semestre di vita, attraverso prove sperimentali registrabili che dovevano definire non solo il livello mentale del bambino, ma anche i suoi caratteristici atteggiamenti, risultato di fattori sia originari, sia acquisiti sotto le influenze dell’ambiente. Criticò il metodo Montessori, che a suo avviso faceva troppo riferimento a materiale analitico artificiale e poco allo sviluppo della personalità del bambino nel suo complesso. Attinse piuttosto alla psicologia dello sviluppo tedesca e francese, e preferì quella americana, o meglio di psicologi tedeschi ebrei emigrati in America come Charlotte Bühler.

Quando anche Bonaventura emigrò per sfuggire alla persecuzione razziale, in Palestina si dedicò pienamente alla psicologia dell’educazione, mentre in Italia tutto quel suo lavoro rimase ignorato.

Bibliografia

Caroli, D. (2014). Per una storia dell’asilo nido in Europa tra Otto e Novecento. Milano: FrancoAngeli, pp. 331-340.

Guarnieri, P. (2016). The Zionist Network and Enzo Bonaventura: from Florence to Jerusalem. In EAD, Italian psychology and Jewish Emigration under Fascism: from Florence to Jerusalem and New York (pp.133-154). New York: Palgrave Macmillan.

Scaglia, E. (2013). Giovanni Calò nella pedagogia italiana del ‘900. Brescia: La Scuola.

Fonti a stampa

Modigliano, E. (1935). Relazione della Scuola magistrale ortofrenica di Firenze. In L’assistenza ai minorenni anormali. Bollettino della Scuola magistrale ortofrenica, 4-5, 187-194.

Scuola magistrale ortofrenica di Firenze (1926). Roma: Mainardi.

Fonti archivistiche

Biblioteca umanistica, Università degli studi di Firenze, Sede di Psicologia, Fondo Tesi storiche. Scuola magistrale ortofrenica (serie incompleta).

Archivio di Stato di Firenze, Fondo archivistico Scuola magistrale ortofrenica (recentemente depositato dalla ASL 10 di Firenze, in attesa di riordino).

Indire, Firenze, Archivio Museo nazionale della Scuola 1941, http://www.indire.it/patrimonio-storico3/museo-nazionale-della-scuola-1941/

 

8. La psicologia sotto attacco e il “connubio idealistico-fascista”

 

Con la Grande guerra, all’Istituto di studi superiori di Firenze erano mancate risorse finanziarie e umane. E così anche all’Istituto di psicologia, il cui assistente, Enzo Bonaventura, era partito per il fronte. Nel 1915 Roberto Assagioli aveva dovuto interrompere la pubblicazione della rivista Psiche, il Bollettino dell’Associazione di studi psicologici presieduta da Francesco De Sarlo. Pasquale Villari e Felice Tocco erano morti, ma lui era sostenuto da alcuni colleghi come Ludovico Limentani, e dal suo gruppo di collaboratori, psicologi, psichiatri, pedagogisti e filosofi. Fu nominato nel 1920 presidente della SIP, la Società italiana di psicologia, per tre anni. E decise di rilanciare il suo istituto, con un ulteriore investimento deliberato dal Consiglio di facoltà: nuovi e più ampi locali, personale dedicato, fondi per il laboratorio e la biblioteca. Si progettava di presentarlo ristrutturato ai partecipanti dei successivi congressi nazionali, rispettivamente della SIP e della Società filosofica italiana, entrambi programmati a Firenze per l’ottobre 1923 e da De Sarlo presieduti. Ma le cose andarono altrimenti.

Era appena un anno dopo la marcia fascista su Roma, e l’anno della riforma Gentile che, fra l’altro, metteva al bando la psicologia dalle scuole secondarie, sacrificandola all’Università. Di questo appunto parlò De Sarlo ai congressisti, sostenendo Il valore della scienza psicologia nel tempo presente (Firenze 1925). All’attacco neoidealista contro le scienze, e la psicologia in specie, era abituato a replicare, come i suoi allievi Antonio Aliotta, Giovanni Calò e altri. Lo faceva da vent’anni, da quando Benedetto Croce lo aveva preso a bersaglio preferito su La Critica, che era nata nel 1903, lo stesso anno in cui era sorto l’Istituto di psicologia di Firenze. Del resto nella stessa Società filosofica, fondata da un filosofo matematico, la maggioranza non era certo neoidealistica. Ma la situazione era ormai radicalmente mutata; non si poteva più discutere liberamente.

È risaputo che nel 1923 Bonaventura sostituì De Sarlo nell’insegnamento della psicologia e nella direzione dell’Istituto. Solo le carte d’archivio ci rivelano però che De Sarlo non lasciò il posto all’allievo: fu in realtà estromesso per intervento diretto di Gentile, divenuto fascista e ministro della Pubblica istruzione. La Facoltà prima difese De Sarlo, poi cedette. Riuscì appena a garantire che la psicologia fosse insegnata almeno a contratto annuale, pagato a proprie spese perché il Ministero si rifiutava. L’incarico fu conferito a Bonaventura che, in quanto non strutturato, neppure poteva partecipare ai consigli di Facoltà.

Colpito e umiliato De Sarlo, la psicologia tutta ne usciva fortemente indebolita, a Firenze e non solo. Eppure la SIP non difese il suo presidente. Tutto passò sotto silenzio, ma si era creato ormai un precedente anche per la sorte delle poche cattedre di psicologia nel resto d’Italia. Non solo non aumentarono, ma furono fatte estinguere con il pensionamento o la morte di titolari. Eccetto che a Roma, dove nel 1931 Sante De Sanctis – passato alla psichiatria – sarebbe stato sostituito da Mario Ponzo, e naturalmente all’Università Cattolica di Milano, dove Agostino Gemelli era rettore e inamovibile professore di psicologia.

A De Sarlo fu lasciato l’insegnamento solo della filosofia. Nel 1926 fu sospeso per un anno anche da quello, per un suo discorso su L’alta cultura e la libertà (Firenze 1947), che sarebbe stato pubblicato soltanto dopo la Liberazione grazie a Calò. L’aveva pronunciato al Congresso filosofico di Milano, che venne chiuso dalle autorità, e prima ancora Firenze.

Intanto Gaetano Salvemini, suo collega di Facoltà, a Firenze era stato processato per il foglio clandestino Non mollare, e si era rifugiato in Francia. De Sarlo fu invece tra coloro che ritennero di dover rimanere al proprio posto, proprio per non cedere al regime. Ad esso si oppose sempre, come poté, continuando a insegnare, a pubblicare, a seguire gli allievi. Nell’antifascismo ritrovò un rapporto con Croce, pur permanendo il loro dissenso sulla filosofia e le scienze e prendendo atto che l’idealismo di Gentile e Croce si era ormai imposto sulla cultura italiana.

Come tutti i professori universitari, eccetto 12, De Sarlo acconsentì al formale giuramento al Partito nazionale fascista del 1931. Ma si rifiutò di ripeterlo per l’Accademia dei Lincei, di cui era socio da decenni. E nel ‘33 lasciò anticipatamente la Facoltà, sostituito dal genero Paolo Lamanna, che ormai al fascismo si era allineato. Nel gennaio 1937, le autorità permisero solo ai familiari stretti di partecipare al suo funerale. Gli allievi, i colleghi e gli amici rimasero fuori e la Facoltà lo avrebbe commemorato solo dieci anni dopo.

Bibliografia

Guarnieri, P. (2012). Senza cattedra. L’Istituto di psicologia dell’Università di Firenze tra idealismo e fascismo. Firenze: Firenze University Press.

Guarnieri, P. (2016). Neoidealism and the Cinderella of the Sciences. In Ead., Italian psychology and Jewish Emigration under Fascism: from Florence to Jerusalem and New York (pp. 43-70), New York: Palgrave Macmillan.

Fonti a stampa

Aliotta, A. (1912). La reazione idealistica contro la scienza. Palermo: Optica.

De Sarlo, F. (1905). Una dichiarazione a proposito del V Congresso internazionale di psicologia. Rivista filosofica, 8, 431-435.

De Sarlo, F. (1925). Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un Superato. Firenze: Le Monnier.

Fonti archivistiche

Archivio centrale dello Stato, Ministero Pubblica Istruzione, Direzione Generale Superiore, Divisione I, Professori ordinari e del personale amministrativo, II versamento, II serie, b. 48, fasc. De Sarlo F.

Archivio storico dell’Università di Firenze (ASUF), R. Istituto, Soprintendenza, Carteggio Amministrazione Centrale, 1906, 260; Sezione Personale, Liberi docenti, fasc. Bonaventura Enzo.

Biblioteca Umanistica dell’Università di Firenze, Istituto studi superiori, Sezione di filosofia e filologia, Verbali adunanze, 1920-24; poi R. Università, Facoltà di lettere e filosofia, Verbali adunanze. 1925-26 …

Archivio privato, Carte Francesco De Sarlo, Firenze-San Chirico.

 

9. Dall’estromissione di De Sarlo all’espulsione di Bonaventura (1923-1938)

 

Con l’estromissione nel 1923 di Francesco De Sarlo dall’Istituto di psicologia di Firenze, le sorti della psicologia fiorentina rimasero sulle spalle di Enzo Bonaventura, 32 anni, capace e volenteroso, ma assai debole accademicamente. La Facoltà gli rinnovava l’incarico a contratto di anno in anno. Quando nel 1930 fu bandito il posto di psicologia rimasto vacante a Roma (e destinato a Mario Ponzo), secondo riuscì Bonaventura e terzo Cesare Musatti. A norma di legge ciascuno dei due avrebbe potuto essere chiamato come professore straordinario dove già svolgeva la sua attività di docenza e di ricerca (rispettivamente a Firenze e a Padova), oppure altrove.

Accanto all’eredità di De Sarlo da mantenere (assai più impegnativa rispetto a quella lasciata a Padova dalla troppo breve presenza di Vittorio Benussi), Bonaventura intraprese anche nuovi percorsi, per passione e per convenienza. Oltre al rinnovato laboratorio e all’insegnamento universitario, dal 1925 su proposta di Giovanni Calò entrò nella Scuola magistrale ortofrenica, connessa all’Istituto medico pedagogico “Umberto I”, con i bambini difficili. Preferiva ormai la psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza – ne scrisse un manuale nel 1930, subito tradotto in spagnolo – alle sue prime occupazioni di psicologia sperimentale. Si impegnò inoltre nell’orientamento al lavoro e nella psicotecnica, verso cui gli psicologi si stavano sempre più indirizzando seguendo le direttive del fascismo. Entrò nella redazione della Rivista di psicologia, mentre De Sarlo ne era uscito definitivamente nel 1929, per le troppe dichiarazioni pro Mussolini del direttore Giulio Cesare Ferrari. Venne incaricato di riorganizzare la Società italiana di psicologia, che dopo l’affollato IV Congresso a Firenze nel 1923, stentava persino a riunirsi. Dal 1936, sarebbe tornata a congresso solo nel 1951.

Circolavano in quegli anni, in varie contaminazioni, anche i temi della psicoigiene e della prevenzione degli stati al limite tra normale e patologico in vari ambiti della società. A Firenze il movimento ebbe diversi protagonisti. Al comitato promotore della Lega italiana d’igiene e profilassi mentale, sorta nel 1924, appartennero il direttore dell’Ospedale psichiatrico “Chiarugi” Paolo Amaldi, il clinico per le malattie nervose e mentali Eugenio Tanzi, il suo successore Mario Zalla e lo psichiatra letterato Corrado Tumiati, da tempo impegnato nella dimensione sociale e preventiva della psichiatria, che nel 1931 si trasferì a Firenze. Altrettanto fecero nel ‘32 la redazione della sua rivista Igiene mentale (già La voce sanitaria, stampata dal 1921 a Firenze), in via Masaccio 119, e nel 1936 la segreteria della Lega nazionale, in via Paolo Toscanelli 8. Quell’anno, a maggio, presso la Clinica diretta da Zalla si tenne la prima Giornata genealogica organizzata dalla Lega, che salutava l’ingresso della psichiatria nell’era sociale, per “igienizzare le menti degli italiani”.

Frequentando gli psichiatri fiorentini, Bonaventura ebbe certo cognizione di questi temi, e tuttavia era La Psicoanalisi ad interessargli di più in quel periodo, e non solo sul piano teorico. Ne pubblicò un volume nel 1938 da Mondadori, che ne fece varie stampe, molto ben recensito su l’International Journal of Psychoanalysis. Eppure di lì a poco, il libro sarebbe stato messo al bando e il nome di Bonaventura nella lunga lista di autori non graditi perché ebrei.

Con i Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista, emanati alla fine del 1938, Bonaventura fu tra i docenti espulsi dall’ateneo fiorentino, le cui Facoltà più colpite risultarono proprio Lettere e Medicina. Che fare? Aveva preso la tessera del Partito nazionale fascista già nel 1932, prima che fosse obbligatoria; era stato tra i pochissimi della sua Facoltà a non firmare il Manifesto antifascista di Croce; era un decorato di guerra. Ma era ebreo. Grazie ai rapporti internazionali che aveva come studioso, ma anche come militante sionista della Comunità ebraica fiorentina, fece domanda alla Hebrew University nel 1939. Moglie e figli lo raggiunsero a Gerusalemme non appena una commissione di studiosi, tutti stranieri, su segnalazione di David Katz lo selezionò per un incarico provvisorio in psicologia dell’educazione, che Kurt Lewin aveva rifiutato per il compenso troppo basso. Presso la nuova Facoltà pedagogica riprese a pubblicare, in ebraico; si occupò ancora di formazione degli insegnanti e del profilo “psicobiografico” dei bambini in età scolastica. Nel 1941 aprì e diresse l’Istituto di psicologia della Hebrew University, dove gli iscritti in due anni raddoppiarono (130 nel ‘45), perché – a differenza che in Italia – nel ‘42 gli psicologi avevano acquistato là uno status professionale specifico, come in Germania nel ‘41.

Dopo la Liberazione, Bonaventura riprese i contatti interrotti con i colleghi italiani. Nel ‘47 visitò l’Istituto di psicologia di Firenze, dove probabilmente sperava di rientrare e dove al suo posto dal ‘38 c’era il suo ex assistente Alberto Marzi. Capì di non avere alcuna possibilità e tornò alla Hebrew University.

A Monte Scopus, con oltre settanta persone, rimase vittima di un attacco terroristico il 13 aprile 1948. Nelle commemorazioni, poco si disse del molto che aveva fatto fuori dall’Italia.

Bibliografia

Cavarocchi, F. & Minerbi, A. (1999). Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino. In Collotti, E. (a cura di), Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana. I (pp. 467-510). Roma: Carocci.

Gori Savellini, S. (1987). Enzo Bonaventura dalla psicologia sperimentale alla psicologia pedagogica, Bollettino di psicologia applicata, 182-183, 37-50.

Guarnieri, P. (2012). Senza cattedra. L’Istituto di psicologia dell’Università di Firenze tra idealismo e fascismo. Firenze: Firenze University Press.

Guarnieri, P. (2016). The Zionist Network and Enzo Bonaventura: from Florence to Jerusalem. In EAD, Italian psychology and Jewish Emigration under Fascism: from Florence to Jerusalem and New York (pp.133-154). New York: Palgrave Macmillan.

Fonti a stampa

Bonaventura, E. (1934). Cattedra di psicologia. In R. Università degli studi di Firenze, Attività didattica e scientifica nel decennio 1924 II E.F.-1934 XII E.F. (pp. 139-144). Firenze: Tipocalcografia classica.

Ferrari, G.C. (1922). La psicologia della rivoluzione fascista. Rivista di psicologia, 18, 145-160.

Fonti archivistiche

Archivio storico dell’Università di Firenze, Sezione Personale, Liberi docenti, fasc. Bonaventura Enzo.

Biblioteca umanistica dell’Università di Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia, Verbali adunanze, 1925-1939.

 

10. Fascistizzazione, emigrazione e bisogno di ripresa: Marzi e Calabresi (1938-1955)

 

All’Istituto di psicologia di Firenze, nel 1938, a Enzo Bonaventura era subentrato Alberto Marzi. Date le drammatiche circostanze in cui avvenne, non si trattò certo di una lineare successione da maestro e allievo, come è stata poi presentata. Prima ancora che Bonaventura fosse stato formalmente espulso perché ebreo, il preside della Facoltà di lettere e filosofia di Firenze aveva già designato Marzi, che fu preferito ad altri due candidati: Leone Cimatti, direttore dell’Istituto nazionale dei ciechi di Firenze, e Angiola Costa di Torino, psicologa sociale e futura deputata del Partito comunista italiano.

Marzi apparteneva alla terza generazione della psicologia fiorentina, quella cresciuta sotto il fascismo (si era tesserato a 19 anni). Allievo non di Francesco De Sarlo ma di Bonaventura, nel 1930 questi l’aveva proposto come assistente volontario, facendo così un torto a Renata Calabresi, che pure collaborava da tempo all’istituto. Ultima allieva di De Sarlo, di famiglia notoriamente antifascista, amica dei fratelli Rosselli, la Calabresi si era distinta con una ricerca eccezionale su La determinazione del presente psichico (Firenze 1930), elogiata anche dall’American Journal of Psychology. Quando si trovò scavalcata dal più giovane Marzi, neolaureato e senza pubblicazioni, si rivolse dove intravedeva qualche possibilità di carriera, decisamente più difficile per le donne. Dall’anno accademico 1930-31 si trasferì a Roma, divenne assistente volontaria in psicologia all’Università sotto il nuovo direttore Mario Ponzo, conseguì la libera docenza, tenne dei corsi e un incarico retribuito al Ministero dell’educazione nazionale sull’orientamento scolastico e professionale. Fino all’ottobre 1938.

Anche lei venne colpita dalle leggi antiebraiche, anche lei decise di emigrare. Nel novembre 1939 raggiunse New York, dove era da poco approdato il fratello medico con la sua famiglia. Massimo Calabresi trovò una prima sistemazione alla Yale University e vi sarebbe rimasto per sempre. Grazie al suo brillante curriculum, e all’aiuto della rete antifascista – Gaetano Salvemini, suo ex professore a Firenze aveva una fellowship a Harvard –, Renata ebbe il suo primo posto di lavoro alla New School of Social Research, dove poté frequentare anche Max Wertheimer e gli psicologi della Gestalt rifugiati nella cosiddetta “Università in esilio” di New York.

Pochissimi gli italiani che ricevettero un contributo finanziario dall’organizzazione di New York per l’aiuto dei displaced scholars in fuga dal nazismo e dal fascismo. E fra loro lei fu l’unica donna. Non fu facile. Le servirono quasi dieci anni prima di trovare una posizione stabile e ben remunerata negli Stati Uniti, a quasi cinquant’anni. Esercitò attività privata di psicoterapeuta anche didattica a New York, e al contempo occupò un ruolo dirigenziale come psicologa alla Mental Hygiene Clinic di Newark. Lasciò la carriera universitaria, non la ricerca e riprese a pubblicare.

Dopo il fascismo, all’auspicabile ripresa della psicologia italiana, il contributo della Calabresi sarebbe stato prezioso, specie in psicologia clinica (della cui sezione era membro dell’American  Psychological Association), dove aveva acquisito tanta esperienza. Prezioso come quello di Bonaventura in psicologia dello sviluppo; e degli altri ebrei che da Firenze erano emigrati, come Sergio Levi e Lamberto Borghi, o che si erano nascosti come Bice Cammeo, per citare solo tre nomi fra quanti operavano negli ambiti delle scienze psico-pedagogiche e psichiatriche.

In Italia invece, dove la Calabresi tornava ogni anno, ancora nel 1957 fu dichiarata irrintracciabile dall’ateneo, che a norma di legge già nel ‘44 avrebbe dovuto restituire la libera docenza annullata con i provvedimenti razziali e reintegrare gli espulsi. Il che avvenne abbastanza di rado. E lei, comprensibilmente, non ci tenne a rientrare in quell’ambiente accademico.

Nel dopoguerra la marginalità accademica della psicologia italiana – che avrebbe avuto riconoscimento professionale solo con la legge 56 del 1989 – era tale che persino Marzi se ne andò da Firenze nel 1948-49. Nel decennio trascorso, da quando aveva preso il posto di Bonaventura, era stato presente in tutti i possibili incarichi e iniziative: dirigeva l’Istituto e il laboratorio di psicologia dell’Università fondato da Sarlo, nonché l’Istituto per le applicazioni della psicologia del Comune presso l’Istituto tecnico industriale; partecipava alle attività, soprattutto nel settore delle Forze armate, della Commissione permanente per le applicazioni della psicologia utili al regime, lanciata da Agostino Gemelli nel 1939. Insegnava in Facoltà, alla Scuola magistrale ortofrenica presso l’Istituto Umberto I e teneva lezioni sui servizi sociali persino alla Scuola di servizio sociale  nata nel 1947. Frequentava la Lega italiana d’igiene e profilassi mentale, del cui consiglio direttivo avrebbe fatto parte nel secondo dopoguerra e per qualche anno fu segretario della Società italiana di psicologia e della Rivista di psicologia. Pubblicava soprattutto articoli di psicotecnica, manuali e una pluriedita Guida per gli esami psicologici e la valutazione dell’intelligenza infantile (Firenze 1942), che nel 1949 curò con Maria Luisa Falorni, ex allieva della Scuola magistrale ortofrenica.

Tutto questo occupando solo una posizione precaria di incaricato in attesa di concorso. Quando nel 1947 venne bandita la cattedra di psicologia all’Università di Milano, destinata a Cesare Musatti, Marzi mirò all’idoneità, che ottenne, per farsi chiamare sulla cattedra di Firenze, ormai vacante dal 1923. Dovette invece rivolgersi altrove e nel 1949 l’ebbe a Bari, dove rimase 6 anni, facendo di tutto per tornare nella sua città. Fu la Facoltà di magistero per i diplomati degli istituti magistrali, a maggioranza femminile e annessa all’Università di Firenze solo dal 1936, a istituire per lui la cattedra di psicologia, che la Facoltà di lettere e filosofia non voleva più.

Marzi vi sarebbe rimasto dal 1955, con un crescente disagio nel suo ultimo decennio di docenza, fino al 1977, quando fu pensionato per sopraggiunti limiti di età.

Bibliografia

Cavarocchi, F. e Minerbi, A. (1999). Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino. In Collotti, E. (a cura di), Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana. I (pp. 467-510). Roma: Carocci.

Guarnieri, P. (2012). Senza cattedra. L’Istituto di psicologia dell’Università di Firenze tra idealismo e fascismo. Firenze: Firenze University Press.

Guarnieri, P. (2016). The Antifascist Network and Renata Calabresi: from Florence to Rome and New York. In EAD, Italian psychology and Jewish Emigration under Fascism: from Florence to Jerusalem and New York (pp.143-186). New York: Palgrave Macmillan.

Sinatra, M. (a cura di) (1997). L’uomo giusto al posto giusto: Alberto Marzi e la fondazione dell’Istituto di psicologia dell’Università di Bari (1949-1955). Bari: G. Laterza.

Fonti archivistiche

Archivio centrale dello Stato, Ministero della pubblica istruzione, Direzione Generale Istruzione Superiore, Divisione I, Liberi Docenti, 1930-1950, b. 85, fasc, Calabresi Renata; b. 310, fasc. Marzi Alberto.

Archivio privato Carlo Marzi, Corrispondenza, Firenze.

Archivio storico dell’Università di Firenze, Sezione Personale. Docenti, fasc. Marzi Alberto.

Archivio storico dell’Università di Roma La Sapienza, Personale docente, As 1554, Calabresi Renata.

 

11. Il modello medico-psico-pedagogico nel secondo dopoguerra

 

In un periodo ancora dominato dai drammi della guerra, occorrevano specialisti in grado di affrontare i traumi psicologici prodotti sui più piccoli dal secondo conflitto mondiale. Nel 1947, sulla rivista Il lavoro neuropsichiatrico, Giovanni Bollea spiegava cosa fossero, a cosa servissero e come funzionassero i centri medico psico-pedagogici – il prefisso psico fu in realtà aggiunto in Italia due anni dopo –, con un’equipe di psichiatri, psicologi e assistenti sociali.

I riferimenti erano la Francia, la Svizzera, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, mentre “tradizionalista e arretrata” appariva spesso la psicologia italiana, ancora incapace di uscire dal recinto psicotecnico nel quale era entrata con il fascismo. Dopo tanta autarchia, il risultato era un vuoto di saperi e di risorse umane, nel quale si dibattevano gli stessi psicologi che avevano fiancheggiato il regime. Nell’università pubblica, dove si sarebbe dovuto fare formazione e ricerca, le difficoltà erano lampanti: la psicologia aveva appena una cattedra, a Roma; dal 1938 la psichiatria ovunque stava sotto la neurologia, spesso chiusa a nuovi approcci, come a Firenze lamentava Giovanni Jervis, allora studente di medicina. Peggio ancora per la psichiatria dell’infanzia, di cui in Italia non esisteva ancora una specializzazione: solo nel 1959 si ebbe la Scuola di perfezionamento a Roma, poi a Pisa; nel ‘63 la prima cattedra a Messina.

Tuttavia il modello medico-psico-pedagogico si stava diffondendo. Firenze fu tra le città che in Europa ospitarono le Semaines internationales d’étude pour l’enfance victime de la guerre (SEPEG). Si tennero nel maggio 1947, organizzate dalla pedagogista Maria Venturini e da Anna Ciampini, la prima assessore donna del Comune di Firenze; vi parteciparono lo psichiatra Gino Simonelli, il docente di psicologia Alberto Marzi, Bruno Borghi, professore di patologia generale, e vari esperti dall’estero, tra cui Lucien Bovet, Jacques Bourquin, Oscar Forel.

C’era molto da fare. A partire da quell’antesignano Istituto “Umberto I” per l’“infanzia anormale”, che a Firenze esisteva dal 1899 e dove nel 1946 arrivò Sergio Levi, che ne ebbe la direzione per vent’anni, e che molto si sarebbe impegnato, con Bollea, per la neuropsichiatria in Italia. Specializzato in pediatria nel 1935, Levi aveva lavorato come assistente volontario di Carlo Comba e di Cesare Cocchi nella Clinica pediatrica fiorentina, finché nel 1938 era stato espulso in quanto ebreo. Rifugiatosi in Svizzera, quando era tornato a Firenze nel 1945 non aveva trovato alcuno spazio per riprendere la carriera accademica. Perciò Cocchi lo aveva proposto per l’Umberto I.

Levi lo riorganizzò radicalmente, su vari livelli: ambulatoriale, diagnostico e terapeutico, pedagogico, psicologico e di reinserimento sociale. Forniva inoltre consulenze per le scuole elementari cittadine e per vari enti pubblici, tra cui l’Istituto per le applicazioni della psicologia del Comune di Firenze che Alberto Marzi dirigeva dagli anni Trenta con molti collaboratori.

Oltre alle maestre dell’annessa Scuola magistrale ortofrenica, attiva da vent’anni, all’Istituto medico-psicologico collaboravano le diplomate della Scuola di servizio sociale, sorta nel gennaio 1947, per iniziativa di un gruppo di docenti universitari. All’inizio la Scuola formava esperti del lavoro, dal ‘49 anche assistenti sociali (con un crescendo di iscritte donne) cui insegnavano il pedagogista Giovanni Calò, lo psicologo Marzi e lo stesso Levi, con le sue Lezioni di psicopatologia e igiene mentale dell’età evolutiva (Firenze 1953 e 1955).

Alla fine degli anni Cinquanta, anche il Rifugio per fanciulli Bice Cammeo (dal nome della sua fondatrice, che dopo la tragedia della guerra e lo sterminio della sua famiglia si era ritirata), si trasformò in Istituto medico pedagogico, con un’equipe di specialisti laureati e diplomati, e dotato di una scuola materna ed elementare.

Bibliografia

Fiorani M. (2011). Giovanni Bollea (1913-2011). Per una storia della neuropsichiatria infantile in Italia. Medicina & Storia, XI (21-22), 251-276.

Fonti a stampa

L’attività medico-pedagogica in Italia (1951). Con una introduzione di E. Codignola sulla attività della SEPEG. Firenze: Tip. G. Carnesecchi e F.

Calò, G. (1946). L’opera educativa dell’istituto medico pedagogico Umberto I di Firenze. Firenze: Tip. Ricci.

Canestrelli, L. (a cura di) (1953). Società italiana di psicologia. Atti del IX Convegno degli psicologi italiani. Firenze: Editrice Universitaria.

Levi, S. (1954). L’infanzia anormale e l’Istituto medico pedagogico Umberto I. Firenze: Tipocalcografia Classica.

Levi, S. (a cura di) (1963). L’Istituto medico-pedagogico Umberto I. Firenze: Tipocalcografia classica.

Rifugio immediato e temporaneo per fanciulli abbandonati [1947]. Relazione sull’attività svolta dal 1 gennaio 1941 al 31 dicembre 1946. Firenze: s.n.t.

Fonti archivistiche

Archivio di Stato di Firenze, Archivio dell’Istituto medico pedagogico “Umberto I”, Carteggio amministrativo, 1899-1970 (depositato nel 2011, in attesa di riordino).

Archivio di Stato di Firenze, Archivio dell’Istituto medico pedagogico “Bice Cammeo”, Relazioni annuali, 1927-1946 (depositate nel 2011, in attesa di riordino).

Biblioteca di scienze sociali, Università di Firenze, Archivio Scuola Servizio Sociale (in corso di riordino).

 

12. La rete per “l’infanzia anormale” negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento

 

Quella che si costruì a Firenze a partire dal secondo dopoguerra fu una vera e propria rete di cura e assistenza per l’infanzia “anormale”.

Nella Clinica pediatrica fiorentina, dall’inizio degli anni Cinquanta, il pediatra e neuropsichiatra infantile Adriano Milani Comparetti effettuò i primi esperimenti di terapia riabilitativa per cerebrolesi assieme a una fisioterapista e a uno psicologo. La Croce rossa italiana gli affidò l’organizzazione del Centro “Anna Torrigiani” per i bambini cerebrolesi, aperto nel 1957. Assieme a un gruppo di psichiatri ospedalieri – Franco Mori, Graziella Magherini e Gianfranco Zeloni –, nel 1951 Milani Comparetti fondava i Centri di addestramento ai metodi dell’educazione attiva (CEMEA), che preparavano i professionisti del settore.

Tra le esperienze più significative a Firenze, quella avviata dall’Ente nazionale per la protezione morale del fanciullo (ENPMF), che nel 1954 apriva il Centro medico-psico-pedagogico (CMPP), dopo quello romano del 1947, su spinta di Maria Luisa Falorni, diplomata alla Scuola magistrale ortofrenica (poi docente di psicologia dell’età evolutiva al Magistero). Con la direzione dello psichiatra fiorentino Giovanni Hautmann – membro della Società psicoanalitica italiana (SPI) dal 1963 –, vi lavoravano la psicologa Annarosa Gonnelli e l’assistente sociale Gabriella Ferrari Giuliani. Il magistrato Uberto Radaelli della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena, chiamò Hautmann a dirigere anche l’Istituto medico-psico-pedagogico del Centro di rieducazione minorile, previsto dalla legge istitutiva del 1934 del Tribunale per i minori.

Dal 1959 anche l’Opera nazionale maternità e infanzia si dotò di CMPP. A lavorarci a Firenze erano l’assistente sociale Jolanda Gemma Colombo, la pediatra e neuropsichiatra infantile Virginia Gilberti Tincolini, allieva di Sergio Levi, e Gina Ferrara Mori specializzata in pediatria, assistente presso l’Istituto di psicologia dell’Università di Firenze, che dopo la formazione nella Società psicoanalitica italiana avrebbe svolto un ruolo pionieristico nella infant observation.

Nel marzo dello stesso 1959, per iniziativa di un gruppo di genitori, si costituì in città l’Associazione nazionale delle famiglie di fanciulli subnormali (ANFFAS), sorta nella capitale l’anno prima, che si occupava di assistenza ai bambini e di sostegno ai familiari. Dal 1954 esistevano le Scuole dei genitori (la prima a Roma), della cui organizzazione a Firenze si fecero carico il direttore dell’“Umberto I” Sergio Levi, Veronica Vita del Centro Vita – Associazione per la fraternità dei popoli, e due professori del Magistero, Alberto Marzi di psicologia e Lamberto Borghi di pedagogia, espulso nel ‘38 dall’insegnamento nei licei e nel ‘47 rientrato dagli Stati Uniti.

Molte le questioni che emersero nelle esperienze di “modernizzazione”, così definite proprio dai tecnici e dagli intellettuali che ambivano a superare l’arretratezza italiana. Quale rapporto si instaurava tra le varie figure professionali e tra queste e i pazienti? L’operato dei tecnici poteva essere discusso dal mondo sociale? La modernità tecnicistica implicava dei processi di esclusione, per esempio dei bambini “devianti” nelle scuole speciali e differenziali? Tutti temi che sarebbero venuti presto alla ribalta con il movimento del Sessantotto.

Bibliografia

Besio, S., & Chinato, M.G. (1996). L’avventura educativa di Adriano Milani Comparetti. Storia di un protagonista dell’integrazione dei disabili di Italia. Milano: e/o.

Fonti a stampa

Fiorentino, F. (1955). L’ente nazionale per la protezione del fanciullo. Roma: Tip. A. Garzanti. (Coll.: Quaderni di Ragazzi d’oggi).

I Centri medico-psico-pedagogici dell’ONMI (1959). Infanzia anormale, 35, 250-255.

Fonti archivistiche

Carte Sergio Levi, archivio privato di famiglia.

 

13. I servizi di igiene mentale prima della legge 180/1978

 

Con i nuovi trattamenti psicofarmacologici introdotti dopo il 1952, le degenze manicomiali divennero più brevi e più numerose le dimissioni. I Centri di igiene mentale si rafforzavano anche grazie agli operatori più qualificati. A Firenze si formavano nella Scuola di Servizio Sociale , con corso biennale e tirocinio per assistenti sociali dal 1949-50, e nei Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva (CEMEA) nati nel 1951.

I servizi fiorentini non manicomiali si dislocarono sempre più sul territorio provinciale, dal Chianti alla Val d’Elsa, fino al Mugello; e si realizzarono collaborazioni tra vari specialisti: psicologi e psichiatri, tra cui qualcuno anche con formazione psicoanalitica, medici del lavoro, genetisti, assistenti sanitarie e sociali. A partire dal 1954-55 il Centro avviò anche attività nelle scuole elementari di Firenze e provincia. In collaborazione con altri istituti cittadini e con l’Istituto di psicologia dell’Università, il Centro di igiene mentale si occupò di minori fino al 1963, quando la Provincia istituì un servizio autonomo denominato Istituto medico pedagogico. Nuovo direttore dell’Ospedale psichiatrico “Vincenzo Chiarugi” e del Centro dal 1957 era Mario Nistri.

Dalla metà degli anni Cinquanta si strinsero legami anche con istituzioni psichiatriche private. Presso la Casa di cura neuropsichiatrica Villa dei Pini, fu aperta un’apposita struttura per paganti collegata al “Chiarugi” (chiamata Casa verde), dove il direttore dell’Ospedale psichiatrico si recava settimanalmente per visitare i degenti.

Nel 1959 Firenze fu scelta come sede del IV Congresso nazionale della Lega italiana di igiene e profilassi mentale, dove si chiese con forza la riforma della legislazione psichiatrica italiana, ormai vecchia di quasi sessant’anni.

Negli anni Sessanta la psichiatria iniziava a concepire l’intervento psichiatrico territoriale in alternativa all’istituzione manicomiale, come rottura e negazione di essa. Aprirsi alla comunità fu una vera e propria scoperta della realtà metropolitana e rurale: case famiglia, ambulatori, “laboratori protetti” erano il più possibile inseriti nel tessuto sociale. Con la costituzione di equipe multiprofessionali ci si recava direttamente nelle case per le visite domiciliari e nelle comunità per contattare gli amministratori.

Intanto nel 1964, per iniziativa di Franco Mori, uno psichiatra con formazione psicoanalitica, all’Ospedale psichiatrico “Chiarugi” era nata La Tinaia: centro di attività espressive dove i degenti e gli ex ricoverati dipingevano e lavoravano la ceramica, e soprattutto si incontravano in un contesto informale, nel quale la separazione con medici e infermieri era meno rigida. Dal 1965 Mori sarebbe stato tra i fondatori del periodico Assistenza psichiatrica e vita sociale.

Nel 1968 – quando uscirono l’Istituzione negata a cura di Franco Basaglia e la traduzione sua e di Franca Ongaro Basaglia di Asylum di Goffman –, con la legge 431 il ministro della sanità Luigi Mariotti dispose la possibilità del ricovero volontario accanto al coatto, e l’assunzione di un medico igienista e di uno psicologo in ogni ospedale psichiatrico. I primi psicologi arrivarono al manicomio di San Salvi solo nel 1975, previo concorso nazionale che ne assunse 11 per le 19 zone in cui era organizzata l’assistenza psichiatrica sul territorio provinciale fiorentino dal 1973. Erano laureati soprattutto in filosofia, come Gioia Gorla (però a Milano con Cesare Musatti), o in scienze politiche, o in pedagogia – il corso di laurea in psicologia era stato appena istituito, e non a Firenze –, spesso orientati alle idee della cosiddetta antipsichiatria.

Il processo di superamento del sistema asilare fu disorganico, non coordinato, ma certo non improvviso. In ordine sparso, con luoghi non manicomiali di cura e assistenza funzionanti, Firenze arrivò alla legge 180 del 1978 che sancì la chiusura degli ospedali psichiatrici (e servirono altri venti anni per arrivare allo scopo) e la territorializzazione dei servizi.

In una delle palazzine di San Salvi, dov’era stato il vecchio manicomio “Chiarugi”, nel 2009 si sarebbe trasferito il Dipartimento di psicologia annesso alla Facoltà di Firenze istituita nel 2001, entrambi superati nel 2012 dall’applicazione della riforma universitaria.

Bibliografia

Fiorani, M. (2012). Follia senza manicomio. Assistenza e cura ai malati di mente nell’Italia del secondo Novecento. Napoli: Edizioni scientifiche italiane.

Gorla, G. (2009). Prima e dopo la legge 180: una psicologa in manicomio. Setting, 28, 41-60.

Guarnieri, P. (1998). I rapporti tra psichiatria e psicologia in Italia. In Cimino, G. & Dazzi, N. (a cura di). La psicologia in Italia. I protagonisti e i problemi scientifici, filosofici e istituzionali (1870-1945) (pp. 581-608). Milano: Ed. Universitarie.

Fonti a stampa

Mori, F. (1968). La riabilitazione in Tinaia. Assistenza psichiatrica e vita sociale, 1-2, 16-26.

Note statistico-cliniche sull’assistenza pubblica non coattiva ai malati di mente in Italia (1937). Atti della Lega italiana di igiene e profilassi mentale, 15.

Parrini, A. (a cura di) (1980). Sansalviventanni. Dal manicomio alla psichiatria nella riforma. Firenze: Amministrazione provinciale.

Fonti archivistiche

Archivio di Stato di Firenze, Archivio dell’Ospedale psichiatrico “Vincenzo Chiarugi”, Commissione amministratrice del manicomio, dal 1938-1940 (depositato nel 2011; le carte dal 1941 sono presso il DSM della ASL a San Salvi, in attesa di riordino).