di Elisa Montanari

30/10/2015

 

ISSN 2464-9171

 

– Introduzione
– La “scuola milanese” di psichiatria nell’Ottocento
– Da Crevalcore a Milano: l’eredità di Pizzoli tra pedagogia e psicologia
– La psicologia all’università: gli anni Venti del Novecento
– La Clinica delle malattie nervose e mentali di Milano tra neurologia e psichiatria
– Musatti e la psicologia all’università: gli anni Quaranta del Novecento
– Scienze della mente e territorio negli anni Cinquanta del Novecento
– Gli anni Sessanta del Novecento e la “via milanese” al superamento del manicomio

 

Introduzione

In Italia le scienze della mente devono molto al manicomio. È stato infatti all’interno di quel luogo di assistenza, custodia e cura che lo studio scientifico della mente iniziò il suo cammino. Questa breve premessa al fine di sottolineare che si partì dallo studio del patologico, dalla mente malata o malfunzionante, per acquisire conoscenze sul funzionamento normale. Infatti, piuttosto che alla tradizione psicofisiologica di stampo tedesco o a quella psico-antropometrica di derivazione anglosassone, l’Italia – complice anche una tradizione medica “alta” – guardò più favorevolmente (anche se non esclusivamente) all’approccio clinico psicopatologico utilizzato in Francia.

L’interesse fu sollecitato senz’altro anche da urgenze e necessità sociali. “Malattie della miseria” quali pellagra e alcolismo furono al centro della medicalizzazione della malattia mentale ed emblematico fu il caso dell’infanzia, dove il recupero dei bambini affetti da deficit mentale rappresentò l’impulso principale non solo della pedagogia scientifica ed emendativa, ma anche della psicologia sperimentale.

A partire da questo fondamentale imprimatur manicomiale, nel corso del Novecento i “laboratori della mente” andarono poi moltiplicandosi e differenziandosi progressivamente: uscendo, per così dire, dalle mura degli istituti di cura e diffondendosi sul territorio in maniera diversificata.

Contemporaneamente, il manicomio andò rivelando il suo volto di istituzione totale: e fu l’Italia il primo e unico paese al mondo ad abolire l’istituzione manicomiale.

Nel percorso che viene qui illustrato si mostrerà una panoramica generale di questo processo in relazione al caso milanese. Le tappe di tale percorso rappresentano infatti, senza alcuna pretesa di esaustività, momenti cruciali, snodi scientifico/istituzionali particolarmente significativi nella storia delle scienze della mente a Milano.

Raccontare lo sviluppo delle scienze della mente in una città significa raccontare dei luoghi in cui quelle scienze vennero praticate, dei protagonisti che vi lavorarono, dei rapporti fra le istituzioni coinvolte (Comune, Provincia, Università). È sì un racconto “locale” ma che riflette la ricostruzione del quadro nazionale o con essa si confronta, rilevando talvolta anche distanze e differenze.

 

La “scuola milanese” di psichiatria nell’Ottocento

Nel corso dell’undicesimo congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Roma il 23 ottobre 1873, si costituiva la Società italiana di freniatria. Quel nome infelice, “freniatria”, stava a indicare che gli psichiatri italiani (all’epoca chiamati alienisti) decidevano di dar vita a un’organizzazione di chiara matrice medico-organicistica (e non filosofico-psicologica come avevano scelto di fare i colleghi francesi), lontana dallo “spiritualismo” che il termine psyché (anima) avrebbe rischiato di evocare nell’utilizzo della parola psichiatria.

Il milanese Andrea Verga veniva nominato presidente della neonata società. Direttore del manicomio cittadino della Senavra prima e dell’Ospedale Maggiore poi, Verga era all’epoca uno degli alienisti della prima generazione e tra i più autorevoli in campo nazionale. Insieme a Cesare Castiglioni e Serafino Biffi costituiva quella “scuola milanese” di psichiatria che, dall’Unità fino al 1873, rappresentò il punto di riferimento per i colleghi italiani. Era stato soprattutto dalle pagine dell’Archivio italiano per le malattie nervose e mentali, il primo periodico specialistico da essi stessi fondato nel 1864, che Verga, Castiglioni e Biffi avevano cercato di “trainare” i colleghi italiani. Tra le questioni più importanti, la necessità di dotare l’Italia di una rete di manicomi moderni. Da questo punto di vista Milano non poteva certo fare eccezione: la Senavra, il primo “ospedale per matti” della città, sorto per volontà della regina Maria Teresa d’Austria nel 1781, era ormai superato. I quattro piccoli manicomi privati (l’Ospizio Dufour, l’Ospizio Colombo, Villa Antonini e la Senavretta), esistenti dalla prima metà dell’Ottocento, erano destinati solamente a pazienti abbienti, mentre la “divisione psichiatrica” dell’Ospedale Maggiore si costituiva come il luogo di accettazione e di prima osservazione dei casi più urgenti, senza tuttavia garantire quelle funzioni di cura e di studio che solamente un manicomio moderno poteva assicurare.

Consapevoli della situazione, Verga, Castiglioni e Biffi si erano fatti promotori di un progetto per la costruzione di un nuovo manicomio. Al di là delle lentezze burocratiche e dei pantani amministrativi, l’urgenza aveva infine dato una mano: nel 1865, lo scoppio di un’epidemia di colera nella divisione psichiatrica dell’Ospedale Maggiore aveva imposto il trasferimento dei ricoverati. Così ebbe origine il manicomio di Mombello, vicino a Limbiate. Una nascita in sordina che non avrebbe impedito a Mombello di diventare, nel primo Novecento, uno dei più grandi e importanti manicomi d’Italia: tant’è che negli anni Venti la sua progressiva espansione rese necessario l’acquisto di un nuovo terreno ad Affori per la costruzione di una succursale (il futuro “Paolo Pini”).

Dunque Milano si dotava di un’istituzione al passo coi tempi. Rispecchiando l’orientamento scientifico della seconda metà dell’Ottocento, che non vedeva più nel manicomio soltanto un luogo di cura, anche Mombello venne organizzato come luogo che cura: dove tutto poteva contribuire alla cura dei malati mentali (questa almeno l’idea degli alienisti). L’ordine e il lavoro rappresentavano le colonne portanti di quella “tecnica manicomiale” che aveva finito per occupare la maggior parte dei discorsi degli alienisti, nonché delle pagine dell’Archivio italiano per le malattie nervose e mentali. Certamente non va dimenticato che una scienza giovane, qual era la psichiatria italiana dell’epoca, aveva bisogno di progredire. Non solo luogo di cura (e custodia), il manicomio fungeva anche da luogo di studio e di ricerca, mettendo a disposizione dei medici una enorme quantità e varietà di casi. È interessante notare che proprio nel 1865 – anno di nascita di Mombello – Verga inaugurava le sue “conferenze psichiatriche” presso l’Ospedale Maggiore di Milano. Si trattava di un’iniziativa promossa dalla Provincia di Milano (che dal 1879 avrebbe assunto la gestione di Mombello) per sopperire alla mancanza dell’insegnamento universitario (a Milano l’università sarebbe stata istituita solo nel 1924).

Il manicomio rappresentava dunque il luogo di sviluppo del sapere psichiatrico, certamente, ma anche di altre discipline: psicologia e pedagogia in primis.

Fonti bibliografiche

Babini, V.P., Cotti, M., Minuz, F. & Tagliavini, A. (1984). Tra sapere e potere. La psichiatria italiana nella seconda metà dell’Ottocento. Bologna: il Mulino.

Babini, V.P. (1994). La psichiatria. In: Storia delle scienze, vol. IV, Natura e vita. L’età moderna. Torino: Einaudi, pp. 402-437.

Cazzani, E. (1952). Luci ed ombre nell’Ospedale psichiatrico provinciale di Milano. Varese: La Tecnografica.

De Bernardi A., De Peri F. & Panzeri L. (1980). Tempo e catene. Manicomio, psichiatria e classi subalterne. Il caso milanese. Milano: Angeli

Passione, R. (2008). Il cervello nella rete. Eugenio Medea e il padiglione Biffi. In: Canadelli, E. & Zocchi, P. (a cura di). Milano scientifica (1875-1924), vol. II. Milano: Sironi, pp. 179-198.

 

Da Crevalcore a Milano: l’eredità di Pizzoli tra pedagogia e psicologia

La storiografia ha messo in evidenza il legame teorico e istituzionale esistente in Italia fra la psicologia sperimentale alle sue origini e la psichiatra manicomiale, e come sia stato lo studio della malattia mentale, attraverso lo sviluppo del metodo clinico e dell’osservazione del patologico, a sollecitare le prime ricerche scientifiche di psicologia. Non a caso, è all’interno di un manicomio – il San Lazzaro di Reggio Emilia – che nel 1896 nasce il primo laboratorio di psicologia scientifica in Italia.

Ulteriore elemento d’interesse da parte della prima generazione di psichiatri italiani fu l’infanzia anormale. Di nuovo a metà fra cura/recupero e studio, l’interesse per i bambini affetti da deficit mentale si sviluppò dapprima nei manicomi e successivamente in istituzioni appositamente create: gli istituti medico-pedagogici. Fu infatti per iniziativa dello psichiatra e direttore del manicomio di Roma, Clodomiro Bonfigli, che nel gennaio 1899, spronato da una giovane Maria Montessori che ne fu di fatto l’anima ispiratrice, nacque la «Lega nazionale per la protezione dei fanciulli deficienti», con lo scopo primario di aprire istituti speciali per il recupero e l’osservazione scientifica dei bambini con deficit mentali di diversa natura e gravità (allora chiamati frenastenici). Tra i promotori della Lega nazionale, Augusto Tamburini, all’epoca direttore del manicomio “modello” San Lazzaro di Reggio Emilia, nonché presidente della Società italiana di freniatria (dal 1896). Tamburini si era attivato personalmente a favore della Lega, organizzando, tra le altre cose, alcune conferenze a Bologna in cui si era fatto affiancare dalla dottoressa Montessori (anche lei psichiatra volontaria in manicomio) per diffondere intenti e obiettivi della Lega Nazionale.

Sempre nell’area bolognese, più precisamente a Crevalcore, era nato nel 1901 il primo laboratorio di pedagogia scientifica, in stretta connessione con la nascente psicologia sperimentale. Lo aveva aperto, a proprie spese, il dottor Ugo Pizzoli, che inventò personalmente strumenti e test psicologici sempre più maneggevoli e facili da usare: tra le sue invenzioni, il “tavolo psicoscopico” detto appunto “di Pizzoli”. Animato, negli anni della sua attività, dalla figura dello psichiatra e psicologo Giulio Cesare Ferrari (fondatore tra l’altro nel 1896 del primo laboratorio di psicologia sperimentale all’interno del manicomio di Reggio Emilia), il laboratorio di Pizzoli nel 1907 si trasferì a Milano, grazie a una felice convergenza di fattori e al sostegno di personalità importanti del tessuto cittadino quali i coniugi Luigi ed Ersilia Majno, animatori della Società Umanitaria.

Nel capoluogo lombardo il laboratorio pedagogico rappresentò un ulteriore tassello nel mosaico di iniziative medico-scientifiche a favore dei lavoratori e in generale delle classi subalterne che in quegli anni si stava componendo (tra cui, ad esempio, la fondazione della Clinica del lavoro, dove sotto la direzione del patologo Luigi Devoto venivano studiate le malattie prodotte negli ambienti di lavoro e per la prima volta si sottolineava la necessità della prevenzione).

Nel contesto milanese lo studio dell’infanzia si sviluppò soprattutto in termini di orientamento scolastico e professionale. Né certamente va dimenticata la funzione didattica svolta dal laboratorio: al suo interno venivano organizzati corsi di pedagogia scientifica per i maestri delle scuole cittadine, e proprio al direttore del laboratorio, Zaccaria Treves, il Comune affidò la cattedra di psicologia sperimentale istituita nella Scuola pedagogica di perfezionamento magistrale dell’Accademia scientifico-letteraria di Milano, presso la quale già nel 1890 aveva tenuto lezioni di psicologia lo studioso di psicologia animale e comparata Tito Vignoli.

Nominato direttore nel 1908, Zaccaria Treves (fisiologo torinese allievo di Angelo Mosso) cambiò nome alla creatura di Pizzoli, dando vita al “Laboratorio civico di psicologia pura e applicata”. Nella sede di Palazzo Dugnani in via Manin, Treves diede vita a una serie di collaborazioni con altri istituti cittadini, quali l’Istituto dei ciechi (dove Treves stesso conduceva ricerche sul senso muscolare dei non vedenti) e l’Ufficio comunale d’igiene (affinché al Laboratorio venissero inviati scolari con sospetta anormalità psichica). Inoltre, insieme a Giulio Ferreri, direttore dell’Istituto nazionale dei sordomuti di via San Vincenzo, allo psichiatra del manicomio di Mombello Piero Gonzales e ad Alfredo Albertini, medico scolastico comunale allievo del “padre della neuropsichiatria infantile” Sante De Sanctis, Treves elaborò un progetto per costruire una scuola pubblica “speciale”, a direzione medica, per bambini anormali educabili. La scuola venne inaugurata nel 1915, in via Vittoria Colonna, e fu intitolata proprio a Treves, scomparso prematuramente nel 1911: la direzione medica venne affidata ad Alfredo Albertini.

Nel 1912 assunse le redini del Laboratorio – nel frattempo trasferito alle scuole comunali di viale Lombardia – il fisiologo Casimiro Doniselli, che si era laureato a Torino con Angelo Mosso ed era stato assistente di Pietro Albertoni a Bologna. Con il nuovo nome di “Istituto civico di pedagogia e psicologia sperimentale” venne ribadita la convergenza delle due discipline di cui si diceva. Qui Doniselli compì originali esperimenti collettivi di memoria e di associazioni di parole e numeri, nonché di selezione dei bambini più dotati, oltre che di minorati, anche grazie a una strumentazione modificata opportunatamente o appositamente creata (come fu nel caso della trasformazione dello mnemometro di Ranschburg in proiettore a dischi di celluloide e il cromoestesiografo).

Né venne meno la tradizionale convergenza con la pratica psichiatrica: fin dalla direzione Treves, infatti, il Laboratorio aveva avviato rapporti di collaborazione con il manicomio di Mombello, dove negli stessi anni era stata istituita un’apposita sezione per bambini. Arredato, in seguito, con tutto il materiale Montessori, il “reparto fanciulli” di Mombello venne diretto a partire dai primi anni Venti dallo psichiatra Giuseppe Corberi. Non solo interessato allo studio dell’infanzia, Corberi si occupò anche di psicologia sperimentale; aveva infatti frequentato il laboratorio aperto da Giulio Cesare Ferrari nel manicomio di Imola e il prestigioso laboratorio di Kraepelin a Monaco di Baviera. Nel 1912 spettò a lui aprire il laboratorio di psicologia sperimentale del manicomio di Mombello.

Fonti bibliografiche

Antonini, G. (1925). L’ospedale psichiatrico provinciale di Milano in Mombello. Milano: Tip. Stucchi-Ceretti.

Babini, V.P. (1996). La questione dei frenastenici. Alle origini della psicologia scientifica in Italia (1870-1910). Milano: Angeli.

Babini, V.P. (2003). A proposito di psicologia sperimentale e laboratori nella prima generazione degli psicologi italiani. In: Di Giandomenico M. (a cura di). Laboratori di psicologia tra passato e futuro. Lecce: Pensa Multimedia, pp. 15-34.

Marhaba, S. (1981). Lineamenti della psicologia italiana: 1870-1945. Firenze: Giunti Barbera.

Passione, R. (2012). Le origini della psicologia del lavoro in Italia. Nascita e declino di un’utopia liberale. Milano: Angeli.

Redondi, P. (2008). Educare per la vita. L’Istituto civico di psicologia sperimentale. In: Canadelli, E. & Zocchi, P. (a cura di). Milano scientifica (1875-1924), vol. I. Milano: Sironi, p. 277-295.

Saffiotti, U. (1912). L’opera di Zaccaria Treves e la psicologia sperimentale. Milano: Unione cooperativa.

 

La psicologia all’università: gli anni Venti del Novecento

Nel 1921 apriva i battenti il primo ateneo milanese: la “libera Università Cattolica del Sacro Cuore”, istituto privato fondato da padre Agostino Gemelli. Laureato in medicina a Pavia e libero docente in psicologia sperimentale, durante gli anni della Grande guerra Gemelli si era distinto per i suoi studi sulla psicologia del soldato e per le numerose ricerche psicofisiologiche sugli aviatori, condotte presso il laboratorio di psicologia del Comando supremo dell’esercito, di cui era direttore. L’interesse per l’approccio sperimentale portò Gemelli a dotare immediatamente l’Università Cattolica di un “Laboratorio di psicologia e biologia”: questa la denominazione originaria. Qui Gemelli condusse studi e ricerche di selezione professionale, psicologia del lavoro e psicotecnica. Nel 1925 presso l’Università Cattolica venne ufficialmente attivata la cattedra di psicologia (il titolare era ovviamente Gemelli): si trattava della quinta in Italia, dopo quelle di Sante De Sanctis a Roma, di Federico Kiesow a Torino, di Cesare Colucci a Napoli (istituite nel 1905), e di Vittorio Benussi a Padova (attivata nel 1919). Negli anni del fascismo tre di esse vennero eliminate: rimasero attive solamente la cattedra di Roma e quella “cattolica” di Milano. Va detto che proprio la particolare posizione della “sua” università, consentì a Gemelli di svolgere, nell’Italia del Concordato fra Stato e Chiesa (avvenuto nel 1929), un ruolo strategico di mediatore e protettore della psicologia dalla cultura idealistica, che, come il fascismo, le era avversa. Tant’è che nel 1939 riuscì a far istituire presso il Cnr una Commissione permanente per le applicazioni della psicologia alle forze armate, alle comunicazioni e al mondo produttivo.

Nel 1942 il laboratorio della Cattolica ospitò gli allievi della Scuola di specialità in psicologia sperimentale (per medici già abilitati), nata da un’idea di Gemelli ma in convenzione con l’altro ateneo milanese, quello statale fondato nel 1924.

L’avvio dell’insegnamento della psicologia nell’università pubblica di Milano si deve invece a Eugenio Rignano e a Giuseppe Corberi.

Laureato in ingegneria ma cultore di numerose discipline quali filosofia, biologia, sociologia e psicologia, Rignano aveva fondato nel 1907 Scientia, rivista internazionale di sintesi scientifica, con l’obiettivo di integrare cultura umanistica e sapere scientifico. Proprio nell’ambito della psicologia, nel 1920 Rignano aveva pubblicato la sua opera più importante: Psicologia del ragionamento – questo il titolo – rappresentò anche il testo di riferimento per gli studenti di filosofia che parteciparono al corso libero tenuto da Rignano nell’ateneo milanese nel 1925.

Lo psichiatra e psicologo Giuseppe Corberi, già attivo presso il manicomio di Mombello dove era direttore del laboratorio di psicologia, entrò invece come libero docente nella facoltà di medicina nel 1926, anno in cui assunse anche la direzione del gabinetto psicotecnico dell’Azienda tranviaria di Milano (ATM). Il suo insegnamento, formalmente denominato di “psicologia sperimentale”, era di fatto un corso di “psicopatologia” – come recita il libretto delle lezioni. Forse non è superfluo ricordare che nel 1923 la riforma degli studi, cosiddetta riforma Gentile, aveva tolto l’insegnamento di psicologia dalle facoltà di medicina, lasciandola solamente a filosofia.

Attraverso il suo corso libero, che mantenne fino al 1942, Corberi intese “supplire alla mancanza di insegnamento ufficiale della Psicologia nella facoltà” – come scrisse all’ufficio di segreteria di medicina nell’ottobre 1936. Così rimase anche la differenza fra denominazione ufficiale del corso (sempre “psicologia sperimentale”) e quella utilizzata, di volta in volta a seconda degli anni, dal professore: “psicopatologia”, “psicologia normale e patologica”, “psicologia normale e patologica dell’età evolutiva.

Le undici lezioni svolte nell’anno accademico 1926/27 prendevano in esame la coscienza, le teorie riguardanti percezione e sensazione (Gestalt e altre), la memoria, i sentimenti, l’istinto, l’attenzione, l’intelligenza, il linguaggio, lo sviluppo psichico. Di tutti i processi psichici Corberi insegnava sia il funzionamento normale, sia quello patologico. Ed è interessante rilevare che alle lezioni teoriche venivano affiancate “dimostrazioni sperimentali” condotte presso il laboratorio di psicologia sperimentale del manicomio di Mombello, essendone la Regia Università sprovvista. Fra i sette studenti di quell’anno accademico, troviamo un giovanissimo Virginio Porta, futuro neuropsichiatra che alla fine degli anni Quaranta sarà tra gli organizzatori dei nuovi Centri medico-psico-pedagogici milanesi.

Il rapporto fra manicomio e università si rafforzò ulteriormente quando, nel 1931, venne aperta a Mombello la sezione psichiatrica della clinica delle malattie nervose e mentali.

Fonti archivistiche

Università degli Studi di Milano – Centro Apice, Archivio storico, fascicolo docente di Giuseppe Corberi

Università degli Studi di Milano – Centro Apice, Archivio storico, Archivio proprio, serie 7. Carteggio articolato sul titolario, b. 58.

Carte Rignano, Collezione privata, disponibile in copia digitale presso Aspi – Archivio storico della psicologia italiana dell’Università degli studi di Milano-Bicocca.

Fonti bibliografiche

Annuari dell’Università di Milano, 1926-1942.

Babini, V.P. (2009). Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento. Bologna: il Mulino

Bianchi, P. (2013). L’esame ai conducenti di autoveicoli negli archivi di Ugo Pizzoli e Vito Massarotti. In: Antonelli, M. & Zocchi, P. (a cura di). Psicologi in fabbrica. Storia e fonti. Roma: Aracne, pp. 109-128.

Cesa-Bianchi, M., Porro, A. & Cristini, C. (2009). Sulle tracce della psicologia italiana. Storia e autobiografia. Milano: Angeli

Marhaba, S. (1981). Lineamenti della psicologia italiana: 1870-1945. Firenze: Giunti Barbera.

Montanari, I. (2013). Agsotino Gemelli e la psicotecnica nel secondo dopoguerra. In: Antonelli, M. & Zocchi, P. (a cura di). Psicologi in fabbrica. Storia e fonti. Roma: Aracne, pp. 129-153.

Passione, R. (2012). Le origini della psicologia del lavoro in Italia. Nascita e declino di un’utopia liberale. Milano: Angeli.

 

La Clinica delle malattie nervose e mentali di Milano tra neurologia e psichiatria

Se nell’ambito delle scienze della mente la prima guerra mondiale ha rappresentato una straordinaria occasione di studio, un’esperienza clinica senza precedenti, nella città di Milano ha offerto anche un’importante occasione istituzionale: proprio nel reparto neurologico di un ospedale militare cittadino, infatti, affondano le radici di quella che – a distanza di dieci anni – sarebbe diventata la Clinica universitaria delle malattie nervose e mentali.

Fu per iniziativa del neuropsichiatra Carlo Besta, laureato in medicina a Pavia nel 1900 e richiamato alle armi allo scoppio della guerra, che presso l’Ospedale militare della Guastalla venne aperto un centro neurochirurgico, dedicato al trattamento operatorio e rieducativo dei feriti cerebrali. Finita la guerra, il centro fu spostato in viale Zara, presso Villa Marelli, e nel 1924 (anno di fondazione dell’Università di Milano), con la denominazione di Istituto neurobiologico pro feriti cerebrali, divenne sede della Clinica delle malattie nervose e mentali. A Besta, già direttore dell’Istituto, venne affidata anche la cattedra universitaria. Dopo qualche anno l’Istituto si spostò nuovamente: nel 1932 venne inaugurata la nuova sede di via Celoria dell’Istituto neurologico Vittorio Emanuele III (questa la nuova intitolazione). In quegli anni lavoravano insieme a Besta Cesare Clivio, Virginio Porta, Rinaldo Grisoni, Davide Alessi, Arrigo Frigerio, Giuseppe Vercelli, Silvio Brambilla e Carlo Rizzi.

In veste di docente universitario, Besta trattava delle malattie dei tronchi nervosi e del midollo spinale, del cervelletto, del bulbo, del mesencefalo, delle forme a focolaio, di quelle luetiche del sistema nervoso, dell’epilessia e dell’arteriosclerosi cerebrale.

Dotato delle più moderne attrezzature, l’Istituto neurologico concentrava la propria attività soprattutto su malati organici del sistema nervoso. Non che Besta mancasse di rivolgere l’attenzione, nelle sue lezioni, anche a disturbi di tipo più propriamente psichiatrico: parlava infatti, ad esempio, di demenza precoce e schizofrenia, nonché di forme ciclotimiche. Tuttavia all’Istituto neurologico mancavano casi squisitamente psichiatrici, ritenuti da Besta essenziali per dare al suo corso “un carattere dimostrativo con presentazione e illustrazione di casi clinici”. Per questo, nel 1931, venne aperta una Sezione psichiatrica della clinica universitaria presso l’Ospedale psichiatrico di Milano in Mombello. La scelta dei 40 malati da ricoverare presso tale sezione, 20 uomini e 20 donne, era affidata a un medico appartenente alla clinica (si succedettero Arrigo Frigerio, Davide Alessi, Rinaldo Grisoni e Silvio Brambilla). In virtù di un accordo fra Provincia e Università, i malati della sezione universitaria di Mombello potevano anche essere trasportati all’Istituto neurologico, qualora Besta lo avesse ritenuto utile ai fini dell’insegnamento. La convenzione terminò nel 1943, anno in cui – a causa dei bombardamenti subiti dall’Istituto di via Celoria – la Clinica delle malattie nervose e mentali venne trasferita presso il padiglione Ponti dell’Ospedale Maggiore, dove rimase anche dopo la guerra, sotto la direzione di Giuseppe Carlo Riquier (succeduto a Besta, scomparso nel 1940). Sempre durante la guerra venne invece distrutto irrimediabilmente il padiglione Biffi dell’Ospedale Maggiore, altro luogo simbolo della neurologia milanese. Inaugurato nel 1912 e diretto fino al 1939 da Eugenio Medea, il “Biffi” era stato convertito a reparto neurologico militare negli anni del conflitto (vi si praticavano elettroterapia, idroterapia, cure psicoterapiche e interventi di rieducazione motoria); nel ’24 divenne sede dell’insegnamento universitario di semeiotica delle malattie nervose, affidato allo stesso Medea, e nel ’35 vi si istituì una sezione dedicata alla cura dei malati post-encefalitici (che dopo qualche anno tuttavia passò alla Provincia).

Contemporaneamente, negli anni Quaranta, sul fronte universitario l’insegnamento della psicologia conosceva un nuovo impulso: grazie a Cesare Musatti.

Fonti archivistiche

Regina, M. (2006) (a cura di). Archivio storico dell’Istituto nazionale neurologico “Carlo Besta”. Inventario disponibile on line all’indirizzo http://www.cartedalegare.san.beniculturali.it/fileadmin/risorse/Inventari/Istituto_Besta_Inventario.pdf

Fonti bibliografiche

Annuari dell’Università di Milano, 1932-1945.

Babini, V.P. (2009). Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento. Bologna: il Mulino

Babini, V.P. (2015). Effetto guerra. La psichiatria italiana di fronte al primo conflitto mondiale. Studi e problemi di critica testuale, 91, 2, pp. 311-332.

Passione, R. (2008). Il cervello nella rete. Eugenio Medea e il padiglione Biffi. In: Canadelli, E. & Zocchi, P. (a cura di). Milano scientifica (1875-1924), vol. II. Milano: Sironi, pp. 179-198.

Zocchi, P. (2005). Padiglione Francesco Ponti. Dalla chirurgia alla neurologia. In: Galimberti, P.M. & Rebora, S. (a cura di). Il Policlinico. Milano e il suo ospedale. Milano: Nexo, p. 63.

Zocchi, P. (2005). Padiglione Antonio Biffi. La neurologia. In: Galimberti, P.M. & Rebora, S. (a cura di). Il Policlinico. Milano e il suo ospedale. Milano: Nexo, pp. 127-129.

 

Musatti e la psicologia all’università: gli anni Quaranta del Novecento

Laureato in filosofia a Padova nel 1921, Cesare Musatti si era avvicinato alla psicologia proprio durante gli studi universitari. Più in particolare, con Antonio Aliotta aveva affrontato il problema della misurazione in psicologia, mentre con Vittorio Benussi – affiancando lo studio teorico a un’intensa attività sperimentale in laboratorio – si era occupato di ipnosi, psicologia della testimonianza, percezione (soprattutto secondo l’approccio della Gestalttheorie) ed era stato introdotto al metodo e all’interpretazione psicoanalitica di Freud.

Costretto nel 1938 ad abbandonare l’Università di Padova – dove insegnava “psicologia sperimentale” – a causa dell’entrata in vigore delle leggi razziali, Musatti aveva tuttavia potuto insegnare in alcuni licei, prima in Veneto e poi al “Parini” di Milano, dove si era trasferito con la famiglia. E proprio nel capoluogo lombardo riuscì a riaffacciarsi, se pur brevemente, nelle aule universitarie: infatti, nel 1942, prima di essere chiamato da Adriano Olivetti a dirigere il Centro di psicologia aperto a Ivrea (dove rimase fino alla fine della guerra), gli venne affidato un corso libero di psicologia destinato agli studenti di filosofia dell’Università di Milano.

Gli argomenti trattati da Musatti in quel corso riflettevano per così dire la lezione dei suoi maestri. Infatti, con il titolo di “Antinomie della psicologia contemporanea”, Musatti parlò delle origini della moderna psicologia scientifica, discutendo proprio del problema della misura, illustrò la differenza tra coscienza e inconscio (e tra spiegazione e comprensione), affrontò il tema della percezione parlando di elementi e di forma, spiegò a quali leggi psicologiche obbediscono la vita interiore e il comportamento esteriore dell’individuo.

Nel 1945, quando Casimiro Doniselli, titolare dell’insegnamento di “psicologia sperimentale” presso l’ateneo milanese fin dal 1936 (e prima ancora presso la Scuola pedagogica di perfezionamento magistrale dell’Accademia scientifico-letteraria), venne collocato a riposo, l’incarico passò a Musatti, nel frattempo rientrato da Ivrea. Dal punto di vista dei contenuti, si trattò di un cambiamento radicale per gli studenti: in quanto fisiologo, infatti, Doniselli aveva incentrato i suoi corsi soprattutto su fisiopsicologia, psicotecnica e psicologia sperimentale, anche applicata all’orientamento professionale. Ora con Musatti dentro le aule universitarie arrivava “persino” il pensiero psicoanalitico di Freud e di Jung.

Va detto che nel dopoguerra Musatti fu tra i principali organizzatori e divulgatori della psicoanalisi in Italia: partecipò alla riorganizzazione della Società psicoanalitica italiana, collaborò alle riviste che in quegli anni si succedettero come organi ufficiali della Società (Psicoanalisi e Psiche), pubblicò per Einaudi il Trattato di psicoanalisi, riaprì la Rivista di psicoanalisi, che era stata chiusa dalle autorità fasciste nel 1934, fondò nel 1963 il Centro milanese di psicoanalisi (che alla sua morte gli fu intitolato).

Tornando all’ambito universitario, nel 1948 gli venne conferita la cattedra di psicologia presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Milano: si trattava della prima cattedra istituita in Italia nel secondo dopoguerra. Musatti insegnò per diversi anni anche a medicina, per qualche tempo “clandestinamente” e comunque sempre a titolo gratuito. Inoltre s’impegnò in prima persona per il reinserimento ufficiale della psicologia nel corso di laurea in medicina, che era stato tolto nel 1923 dalla riforma Gentile. A questo proposito, venuto a conoscenza che padre Agostino Gemelli aveva espresso a riguardo “parere favorevole”, Musatti rilevò polemicamente di non poter ammettere che per provvedere a un insegnamento nell’università dello Stato fosse necessaria la “permissione ecclesiastica”. Era il 1951.

È bene precisare che, nonostante le differenze ideologiche e scientifiche, Musatti e Gemelli contribuirono entrambi allo sviluppo della psicologia in Italia; né fra i due “amici-nemici” mancarono attestazioni di stima e occasioni di collaborazione (Gemelli invitò Musatti al Centro sperimentale di psicologia applicata aperto nel 1939 presso il Cnr, e in seguito anche a tenere relazioni ai seminari del venerdì organizzati presso il Laboratorio di psicologia della Cattolica). Sempre nel 1951 era stato inaugurato l’Istituto di psicologia afferente alla Facoltà di lettere e filosofia dell’Università Statale. Fortemente voluto fin dal ’46 da Musatti – il quale auspicava però che afferisse a medicina –, l’Istituto ospitò nel primo anno di attività anche un seminario di psicologia medica per specializzati in neuropsichiatria. Va detto che l’Istituto nacque sprovvisto di laboratorio per mancanza di fondi: per questo motivo, fino al 1967 – anno in cui venne finalmente aperto un laboratorio presso l’Istituto universitario – gli studenti dovettero ricorrere al laboratorio di psicologia interno all’Ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Affori. Ancora una volta il manicomio (e dunque l’amministrazione provinciale) sopperiva alle mancanze dell’università. Del resto anche la nascita in Italia della prima cattedra di psichiatria separata dalla neurologia, avvenuta alla fine degli anni Cinquanta e assegnata a Carlo Lorenzo Cazzullo, si dovette all’intervento provvidenziale della Provincia di Milano.

Fonti archivistiche

Università degli Studi di Milano – Centro Apice, Archivio storico, fascicolo docente di Cesare Musatti.

Università degli Studi di Milano – Centro Apice, Archivio storico, Archivio proprio, serie 7. Carteggio articolato sul titolario, b. 144.

Fonti bibliografiche

Annuari dell’Università di Milano, 1936-1948.

Cesa-Bianchi, M., Porro, A. & Cristini, C. (2009). Sulle tracce della psicologia italiana. Storia e autobiografia. Milano: Angeli.

Fornaro, M. (2013). Sui rapporti tra Gemelli e Musatti. Ricerche di psicologia, n.s., XXXVI, 4, pp. 437-448.

Reichmann, R. (1998). Cesare L. Musatti. In: Cimino, G. & Dazzi, N. (a cura di). La psicologia in Italia. I protagonisti e i problemi scientifici, filosofici e istituzionali (1870-1945). Milano: LED, pp. 523-559.

 

Scienze della mente e territorio negli anni Cinquanta del Novecento

Nel dicembre 1952 a Milano ebbe luogo la “settimana della gioia infantile”. Ad organizzarla era stato il Centro pedagogico di via Morosini 11, con l’obiettivo di rendere note le conquiste conseguite – non solo a Milano – nel campo del giocattolo educativo e del materiale didattico. Alla mostra parteciparono l’Asilo nido aziendale dell’Olivetti (dove già lavorava la pediatra e futura psicoanalista Luciana Nissim Momigliano, e che tre anni più tardi sarebbe stato diretto da un’altra futura psicoanalista, Mariella Gambino Loriga), l’Asilo montessoriano di Milano, la Scuola per bambini epilettici “Paolo Pini” (aperta nel 1946), oltre ad alcune scuole emiliane, francesi, olandesi e svizzere.

Va detto che in quegli anni il tessuto cittadino si stava arricchendo di numerose iniziative terapeutico-assistenziali a favore dell’infanzia. Nel 1947 Maria Elvira Berrini e Virginio Porta avevano inaugurato il primo Centro medico-psico-pedagogico, costituito dalla Croce rossa italiana e rilevato l’anno seguente dall’Opera nazionale maternità e infanzia (ONMI). Sulla base di questa prima esperienza, nel 1950 il Comune di Milano istituì a sua volta un Centro medico di psicopedagogia, con l’obiettivo di “provvedere all’assistenza di tutti i soggetti in età infantile e puberale con anormalità del carattere e del comportamento, con difficoltà di adattamento scolastico, famigliare e sociale”. A dirigerlo fu chiamata proprio Maria Elvira Berrini, che, dopo aver militato nella Resistenza, finita la guerra si era specializzata in pediatria e si era poi interessata alla neuropsichiatria infantile. Recatasi all’estero insieme alla cugina Marcella Balconi, e più precisamente a Losanna e Parigi, dove aveva conosciuto Giovanni Bollea, la Berrini era rientrata in Italia con l’obiettivo di rinnovare l’assistenza all’infanzia sul modello appreso all’estero: psicologia e psicoanalisi ne costituivano gli ingredienti fondamentali (lei stessa iniziò in quel periodo l’analisi con Cesare Musatti). A coadiuvare Maria Elvira Berrini nel Centro comunale, erano Secondo Origlia, Jolanda Botti e Marcello Cesa-Bianchi, il quale era anche direttore del Centro medico psicologico di orientamento scolastico e professionale dell’Ufficio comunale d’igiene e sanità, istituito nel 1952 “sulle ceneri” – per così dire – dell’Istituto civico di pedagogia e psicologia sperimentale.

Specializzato in psicologia alla Cattolica e in malattie nervose e mentali a Pavia, Cesa-Bianchi insegnava psicologia presso la Facoltà di medicina dell’Università degli studi dal 1956, prima come libero docente, poi come professore incaricato e infine, a partire dal 1964, come cattedratico. Va detto che la cattedra venne sovvenzionata dal Comune di Milano, che s’impegnò inoltre a ospitare l’Istituto di psicologia afferente alla Facoltà di medicina, inaugurato l’anno successivo in una sede comunale (la direzione venne affidata allo stesso Cesa-Bianchi).

Anche la Provincia si rese protagonista in quegli anni di un’importante iniziativa. Nel 1958, infatti, stipulò una convenzione con l’Università di Milano per istituire una cattedra di psichiatria e una Clinica psichiatrica. Con l’appoggio del titolare della cattedra delle malattie nervose e mentali, nonché direttore dell’omonima clinica, Giuseppe Carlo Riquier (che nel ’56 aveva pubblicato uno scritto dal titolo eloquente: Per l’insegnamento autonomo della psichiatria nelle nostre Università), veniva così sancita – per la prima volta in Italia dopo l’entrata in vigore della riforma Gentile – la separazione istituzionale fra psichiatria e neurologia. La Provincia mise a disposizione, a titolo gratuito, un reparto manicomiale “con i servizi annessi per il normale funzionamento clinico e didattico”, perché diventasse sede della clinica universitaria (fu costruito il nuovo padiglione “Romeo Vuoli” alle spalle dell’Ospedale psichiatrico provinciale “Paolo Pini”, con 70 posti letto per adulti e 30 per bambini), e contestualmente s’impegnò a sostenere l’onere finanziario della cattedra. Fino al 1964, Carlo Lorenzo Cazzullo – chiamato il 1° febbraio 1959 a ricoprire la prima cattedra convenzionata di psichiatria in Italia – ricevette dunque lo stipendio di professore dalla Provincia, e non dall’Università; analoga procedura venne seguita nel 1971 per l’istituzione della cattedra e della clinica di neuropsichiatria infantile, affidate alla moglie dello stesso Cazzullo, Adriana Guareschi.

A Milano – e solo a Milano, almeno fino alla metà degli anni Settanta – la psichiatria aveva così guadagnato una sua autonomia nel panorama universitario. Ma un altro problema si pose a quel punto: lo svecchiamento del sapere psichiatrico, da troppo tempo atrofizzato su organicismo e neurologismo. Si trattava di un problema comune a tutti gli psichiatri italiani. Ma anche in questo caso fu nell’ambiente culturale milanese che maturò la soluzione: un giovane Pier Francesco Galli, che nel 1955 si era trasferito a Milano dove si era formato alla scuola di Agostino Gemelli, e che in seguito si era recato in Svizzera per apprendere le tecniche psicoterapiche più all’avanguardia, propose al giovane editore Gian Giacomo Feltrinelli di far conoscere quelle esperienze anche in Italia. L’editore milanese accettò e nel 1961 prese avvio la collana «Biblioteca di psichiatria e psicologia clinica», dove furono pubblicati anche i risultati delle esperienze più originali condotte in quel momento in Italia, alcune delle quali erano maturate proprio in ambito milanese. Tra queste ultime vi erano ad esempio La vita affettiva originaria del bambino di Franco Fornari e L’anoressia mentale di Mara Palazzoli Selvini.

Fonti archivistiche

Comune di Milano, Archivio storico, Educazione, f. 8 a. 1953.

Università degli Studi di Milano – Centro Apice, Archivio storico, Archivio proprio, serie 7. Carteggio articolato sul titolario, b. 97.

Fonti bibliografiche

Babini, V.P. (2009). Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento. Bologna: il Mulino.

Passione, R. Maria Elvira Berrini, disponibile online su http://scienzaa2voci.unibo.it

Patuelli, F. Marcella Balconi, disponibile online su http://scienzaa2voci.unibo.it

 

Gli anni Sessanta del Novecento e la “via milanese” al superamento del manicomio

Nelle “tecniche sperimentali” messe a punto nell’ambito delle scienze della mente a partire dagli anni Sessanta del Novecento, l’attenzione ad aspetti della vita e della personalità umana fino a quel momento trascurati andò a braccetto con una nuova coscienza dei diritti della persona, come da dettato della Costituzione repubblicana. È innegabile che fu soprattutto la psichiatria e ancor di più il suo storico dispositivo istituzionale, il manicomio, a finire sotto processo. Iniziò a echeggiare l’espressione “manicomi come lager” (lanciata dallo psichiatra Ugo Cerletti nel 1949 e ripresa in un’occasione pubblica dal ministro della sanità Luigi Mariotti nel 1965), e la parola d’ordine divenne: decentramento. Per poter superare – o quantomeno limitare – l’utilizzo dell’istituzione (progetto divenuto realizzabile grazie all’utilizzo – recente – degli psicofarmaci, scoperti in Francia nel 1952), occorreva costruire una rete efficace di ambulatori e servizi territoriali. In quest’ottica nei primi anni Sessanta la Provincia di Milano, tra le prime in Italia, organizzò il Servizio d’igiene e profilassi mentale, aprendo ambulatori psichiatrici in varie zone della città. Inoltre, nel 1966 sempre la Provincia decise di dare avvio alla cosiddetta “psichiatria di settore” di stampo francese.

La decisione di avviare anche in Italia esperienze analoghe a quella praticata da Henri Duchêne e Georges Daumézon nel XIII arrondissement di Parigi era stata presa due anni prima a Bologna, durante il primo Convegno nazionale di psichiatria sociale tenutosi al teatro La Ribalta. Al convegno fu Gian Franco Minguzzi, psichiatra e docente di psicologia alla facoltà di lettere e filosofia dell’università bolognese a guidare la platea verso la decisione di riformare l’assistenza psichiatrica italiana sulla base della politica di settore (i cui principi fondamentali erano: “settorializzazione del territorio”, “continuità terapeutica” e “primato extraospedaliero”). Fu poi Edoardo Balduzzi, a Varese, a sviluppare per primo e con maggior determinazione l’idea di settore in Italia.

Nel 1968 venne inaugurato a Milano l’Ospedale psichiatrico di settore “Ugo Cerletti”, pensato in stretto collegamento con quattro centri di salute mentale (ambulatori), aperti negli ospedali generali di Magenta, Abbiategrasso, Rho e Legnano. La direzione venne affidata al giovane psichiatra Giorgio Marinato, perché il direttore designato, Angelo Della Beffa, morì improvvisamente prima dell’inaugurazione dell’istituto. La formazione del personale e soprattutto degli infermieri (tema anch’esso caro ai francesi), l’attività delle assistenti sociali, la presenza di uno psicologo clinico (Mario Morpurgo, cugino dello psicoanalista Enzo Morpurgo), la costituzione di un’assemblea generale e la progressiva liberalizzazione della vita dei degenti furono gli aspetti più importanti e caratteristici dell’Ospedale “Cerletti”.

Va detto che nel frattempo gli ospedali psichiatrici “tradizionali” continuavano la loro attività: il “Paolo Pini” nel quartiere di Affori, da mera succursale di Mombello, era diventato l’ospedale psichiatrico più importante di Milano, arrivando a ospitare fino a mille ricoverati (tra cui in quegli anni la poetessa Alda Merini) e relegando per così dire Mombello al ruolo di cronicario. Inoltre, a fornire assistenza ospedaliera ai malati di mente vi erano il servizio di guardia psichiatrica collegata al reparto Neurodeliri dell’Ospedale Niguarda (dal 1951), il padiglione “Romeo Vuoli” ad Affori per i cronici (dal 1959) e il padiglione Guardia II dell’Ospedale Maggiore Policlinico, aperto nel 1963. Né mancavano luoghi “privati” di ricovero e cura: gli istituti psichiatrici di San Colombano al Lambro e di Cernusco sul Naviglio, entrambi gestiti dai Fatebenefratelli, operavano rispettivamente dal 1894 e dal 1939; la casa di cura Ville Turro era stata aperta a Milano nel 1910; la casa di cura Villa Fiorita era stata trasferita da Affori a Brugherio nel 1939. Sempre sul fronte dell’assistenza privata, ricordiamo l’apertura nel 1966 della casa di cura Le Betulle, ad Appiano Gentile, su iniziativa degli psichiatri e psicoanalisti Augusto Guida e Anteo Saraval.

Dal punto di vista scientifico, nel suo tentativo di sganciarsi dall’organicismo e dal neurologismo cui era stata da sempre ancorata, la psichiatria italiana si aprì alla psicologia clinica e alla psicoanalisi, anche a favore dell’infanzia. Fu proprio nei Centri medico-psico-pedagogici diretti da Maria Elvira Berrini che la psicoanalisi entrò per la prima volta nei servizi pubblici. Enzo Morpurgo invece portò tra gli operai la psicoanalisi, allora considerata la “scienza borghese” per eccellenza: nel 1969 aprì il Consultorio popolare di Niguarda, dove gli abitanti del quartiere, di estrazione prevalentemente operaia, ricevevano gratuitamente cure psicoterapiche di stampo analitico.

Nel 1968 Diego Napolitani venne chiamato a dirigere il centro di socioterapia Villa Serena, appartenente alla Provincia. Si trattò del primo esperimento a Milano di “comunità terapeutica” ispirata al modello scozzese di Maxwell Jones. Per questo progetto Napolitani cercò l’alleanza di Franco Basaglia, ma non la trovò. Basaglia, infatti, nei primi anni Sessanta aveva iniziato la sua opera di smantellamento del manicomio di Gorizia proprio costituendo al suo interno una “comunità terapeutica”, ma a distanza di qualche anno la considerava ormai un’ipotesi superata. In quegli anni era l’unico a pensarla così. Ma nel 1978, la legge 180 decretò la fine dell’era dei manicomi. Iniziò un’altra storia.

Fonti bibliografiche

Babini, V.P. (2009). Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento. Bologna: il Mulino.

Morpurgo, E. (1973). L’esperienza di Niguarda. In: I territori della psicoterapia. Milano: Angeli, pp. 76-93.

Napolitani, D. (2006). Di palo in frasca. Milano: Ipoc.

Tognetti Bordogna, M. (a cura di) (1985). I muri cadono adagio. Storia dell’ospedale psichiatrico di Parabiago. Milano: Angeli.