Hélèn Spir Claparède, Giulio Cesare Ferrari e l’odio per i tedeschi

Vai al menù contestuale

Durante la prima guerra mondiale, Giulio Cesare Ferrari fornì un considerevole contributo scientifico sia in qualità di psichiatra, impegnandosi nell’assistenza e nella cura dei reduci affetti da neuropsicosi di guerra, sia come psicologo. In questa seconda veste operò a contatto diretto con i militari feriti e con le truppe di ritorno dalle trincee, dando spazio, nella sua Rivista di psicologia, a numerosi studi relativi alla psicologia del soldato.
Ferrari, allora direttore del Manicomio di Imola, pubblicò otto resoconti riguardanti le indagini effettuate sui campi di battaglia e negli ospedali militari, le interviste ai soldati semplici e agli ufficiali, lo studio dei documenti provenienti dal fronte, l’analisi del contesto storico, il confronto con i colleghi, nonché le condizioni sanitarie e psicologiche della popolazione civile.
Poco dopo la conclusione delle ostilità, scrisse un articolo dal titolo “Pedagogia della guerra”, che ripercorreva l’andamento del conflitto e raccoglieva in un unico scritto i diversi aspetti analizzati nei precedenti lavori. Per la prima volta, al tono enfatico e all’apologia della lotta per la liberazione dallo straniero, si alternavano considerazioni sulla brutalità di un conflitto “infame”, che per quattro anni aveva “ottenebrato tutti i nostri orizzonti sentimentali ed intellettuali”. Malgrado ciò, la guerra rimaneva per Ferrari un evento positivo, capace di ridefinire il profilo psicologico dei cittadini italiani e di vivificare la forza del loro sentimento nazionale e patriottico.
Nell’articolo, egli esaminava gli eventi che avevano preceduto la guerra e il periodo della neutralità, descriveva la situazione sociale, politica e militare allo scoppio delle ostilità e riconfermava la tesi che aveva già esposto nei suoi primi interventi. In sostanza, a suo parere, il valore morale dei soldati e gli ideali giusti e nobili perseguiti dalle nazioni dell’Intesa avevano sconfitto gli eserciti nemici, mossi esclusivamente da biechi interessi materiali:
 
“Non credo che questo avvenisse nel campo dei nostri avversari, dove la disciplina annientatrice di ogni individualità nell’ideale di servire, cominciata nella scuola e continuata nella caserma, è arrivata perfino a cancellare, come in Austria, ogni caratteristica etnica”. (Ferrari, 1919a, p. 27)
 
Vi era però un elemento inedito: in linea con il pensiero dominante tra le nazioni dell’Intesa, Ferrari attribuiva ai tedeschi tutta la responsabilità del conflitto e non risparmiava critiche taglienti alla Germania e al suo popolo. L’articolo era infatti caratterizzato da un tono caustico nei confronti degli invasori violenti e spietati, naturalmente propensi allo scontro fisico e vittime della loro stessa indole. I tedeschi infatti, schiavi della disciplina e dell’organizzazione, avevano sottovalutato le capacità degli altri popoli: convinti che questi non si sarebbero mai ripresi dal panico iniziale, non erano stati in grado di cogliere e dunque di prevedere la reazione dell’Intesa. Destinati a “vincere tutte le battaglie ma a perdere la guerra”, i tedeschi avevano stoltamente creduto di poter piegare gli avversari con la forza fisica, facendo leva sui “metodi di terrorizzazione sistematica”, essendo incapaci di modificare la loro “innata barbarie”.
Già molti anni prima del conflitto, Ferrari non aveva nascosto la sua idiosincrasia nei confronti del popolo tedesco. Nella lettera del 2 novembre 1897 alla futura fidanzata e moglie Emilia Giordani, il giovane psicologo si riferiva alla Germania con il termine “Idiotenland” e in un’altra lettera spedita pochi giorni dopo specificava che il suo odio verso i tedeschi derivava da una “questione di razza”. Dopo molti anni, in un clima politico e culturale fortemente ostile nei confronti dell’invasore teutonico, egli rendeva pubbliche le sue convinzioni condannando senza appello un popolo a suo avviso violento e irrimediabilmente dissennato.
Pochi mesi dopo la pubblicazione della Pedagogia della guerra, Hélène Spir, moglie dello psicologo svizzero Edouard Claparède, coglieva con preoccupazione la gravità delle parole di Ferrari. Nella lettera che gli scrisse il 5 febbraio 1921 e che riportiamo interamente qui di seguito, appariva infatti preoccupata per i contenuti dell’articolo. In apprensione per la reazione dello psicologo tedesco Otto Lipmann (1880-1933) e della moglie, seriamente infastiditi dall’ostilità di Ferrari, la Spir coglieva con lungimiranza e acume il pericoloso clima culturale che si andava delineando dopo l’armistizio e si augurava che la “psychose de la victoire” non annichilisse del tutto l’analisi della realtà e la comprensione dei fatti.
Nonostante i propositi pacifisti e la speranza di un futuro senza conflitti, la Pedagogia della guerra non rappresentava una risposta impulsiva alle sofferenze patite, ma esprimeva una sincera e profonda convinzione che, come aveva perfettamente intuito Hélène Spir, avrebbe favorito la nascita di un sentimento di vendetta e di rivalsa.
L’analisi del conflitto e delle sue conseguenze conduceva Ferrari a una conclusione drastica: la guerra aveva cambiato il volto dell’Europa e dell’Italia e per questo era necessaria una svolta politica, sociale ma anche scientifica. In tale prospettiva la psicologia avrebbe dovuto avere un ruolo primario:
 
“Nonostante che chi comanda abbia dovuto constatare che per vincere la guerra è stato necessario, in ogni paese, rivolgersi alle ragioni superiori di vita, personale o sociale, che valevano per i singoli soldati considerati quasi individualmente, nonostante la nuova dignità che anche per questo i popoli hanno conquistato, nonostante la superiore democrazia wilsoniana, si corre ancora il rischio di vedere trascurato lo studio, la conoscenza, l’interesse per la psicologia degli uomini che costituiscono questi popoli; perché l’esperienza non insegna molto e la storia non è mai stata la maestra di vita. Per questo è tanto più viva in noi la fede nella necessità di dedicare tutta la Rivista alle applicazioni pratiche della psicologia alle scienze, ed a quelle dell’educazione in ispecie, da cui anche le scienze politiche dovrebbero per tanta parte dipendere, se si volesse veramente, attivamente, che l’organismo sociale che potrebbe sorgere dalla pace di Parigi, giovasse realmente ai popoli liberi e redenti di cui i nostri ministri affermano di curare le sorti”. (Ferrari, 1919b, p. 28).
 
Dario De Santis
12/06/2020


Lettera di Hélène Spir [1] a Giulio Cesare Ferrari
 
Genève, 5 février 1921
Cher Monsieur,
dès que j’ai été en possession de votre gentille lettre j’aurais voulu vous écrire, puis pensai préférable de consulter d’abord les n. de votre Rivista, mais comme nous sommes tous un peu grippés et qu’Edouard ne peut aller au laboratoire où il avait déposé les dernières années, je crois préférable de ne pas attendre d’avantage pour ne pas perdre de temps. Je croyais vous avoir indiqué que l’analyse dont me parlait M.me Lipmann [2] se rapporte à votre article intitulé Pedagogia della guerra [3] qui a paru dans votre Rivista, paraît-il le 2-29 1919 (15). Je m’étonne que vous n’ayez pas pu mettre la main sur cet article, car vous devez pourtant bien avoir votre propre Revue dans votre bibliothèque; vous auriez alors pu de suite me dire ce qui en est. C’est précisément parce que nous avons parlé de vous aux Lipmann dans un esprit si différent qu’ils ont été surpris de recevoir ce compte-rendu et regretteraient fort de vous voir ainsi jugé bien à tort par des lecteurs non au courant de vos véritables sentiments.
Aussi le mieux serait que Lipmann puisse ajouter une petite note pour indiquer qu’il a appris par nous que votre attitude envers l’Allemagne et l’Autriche n’est nullement hostile depuis l’armistice; cela pourrait atténuer l’impression pénible et injuste que provoquera ce compte-rendu. Dites moi ce que vous en pensez. J’attends votre réponse avant d’écrire aux Lipmann et ne voudrais rien leur dire que vous ne soyez d’accord [4]. D’autre part c’est un devoir de dissiper tout malentendu, surtout à l’heure actuelle où les élites intellectuelles de tous les pays devraient travailler ensemble dans un esprit de fraternelle concorde, pour lutter ensemble contre la réaction effroyable qui s’écrit(?) dans tous les pays et qui risque d’aboutir aux pires catastrophes.
Je pense que vous aurez reçu mon petit article [5] (dans la Rev. Mensuelle et vu ce que Foerster [6] relate sur la situation en Allemagne. Or, au lieu d’y porter remède, dans l’intérêt de tous, voilà que les Gouvernants alliés dans leur folie aveugle décrètent des conditions fantastiques, qui vont ficher le peuple allemand dans un état désespéré dont les conséquences se répercuteront terriblement partout! J’ai été atterrée en songeant à ce que signifiaient en réalité les sommes fabuleuses fixées par le Alliés à Paris ou plutôt par quelques bonnes inconscients des responsabilités qu’ils assument devant le monde et l’histoire, et des quels dépend le sort de l’Europe!
La psychose de la victoire semble avoir annihilé chez eux toute conception judicieuse des réalités, et toute compréhension des faits! Jamais encore l’avenir n’a offert des perspectives aussi sombres! Je ne comprends pas que Loyd George [7] et votre ministre italien [8] se soient laissés pareillement influencer par les Millerand [9], Briand [10] et Consorts au lieu, une bonne fois, de leur faire entendre raison! Hélas l’opinion publique en France a été sans cesse trompée et leurrée, on y a tellement pratiqué le bourrage de crânes que les gens ne se rendent pas du tout compte de ce qui se passe réellement, et quand les yeux s’ouvriront enfin le mal sera peut-être déjà irréparable. Chez nous aussi un petit nombre seulement sont à même de juger des évènements en toute objectivité, la plupart subissent les suggestions opérées par la presse, acceptent les nouvelles les plus contradictoires parfois, et les plus incohérentes! Vraiment si j’étais psychologue et psychiatre quel beau travail je voudrais rédiger sur les aberrations de la mentalité et de la faculté de raisonnement qui se manifestent de ces jours chez des gens soi-disant sains d’esprit!? Vous allez sans doute me trouver bien pessimiste et je ne demande pas mieux que de me laisser remonter le moral par vos arguments si vous voulez bien vous y employer. Peut-être le fait d’être grippée et de voir Edouard et Jean-Louis [11] peu bien aussi contribue-t-il à me faire voir les choses plus en noir.
Jean-Louis est très sensible à votre aimable proposition, cela lui ferait certes grand bien de changer un peu d’air, il est si pâle et maigre et travail [sic] trop, mais ses études à l’Université ne lui permettent pas de s’absenter. Nous irons peut-être à Pâques à Cannes pour le mariage d’une nièce, mais ne pourrons malheureusement pas aller jusqu’en Italie.
Pour en revenir à l’affaire Lipmann, avant de conclure, veuillez me dire ce que vous jugez bon que je leur communique quant à votre point de vue. Si vraiment vous n’avez ni dit ni écrit rien depuis l’armistice qui témoigne de la haine envers l’Allemagne et l’Autriche, alors l’article dont il est fait l’analyse aurait été tronqué ou mal interprété à dessein. C’est à vous d’en juger, sachant ce que vous avez voulu dire, je ne pourrai qu’enregistrer vos déclarations à ce sujet et les transmettre à Lipmann qui sera sûrement heureux d’en prendre connaissance. Ces pauvres gens étaient déjà tellement accablés de découragement et de soucis en octobre et sous-alimentés, quand nous les avons vus, dans quelle détresse ne vont-ils pas se trouver plongés aujourd’hui! Excusez la hâte de ces lignes bien incorrectement rédigées, mais j’ai la tête assez fatiguée par un long surmenage, ce qui me donne droit à votre indulgence, n’est-il pas?
Edouard et Jean-Louis se joignent à moi pour vous envoyer, avec nos meilleurs souvenirs pour votre femme, nos cordiaux messages
Hélène Claparède Spir
 
[1] Hélène Spir, figlia del filosofo neokantiano ucraino Afrikan Aleksandrovich Špir (1837-1890) e di Elizabeth Gatternich, ebbe due figli dal matrimonio con Edouard Claparède: Elian e Jean Louis.
[2] Gertrude Wendrina, moglie dello psicologo tedesco Otto Lipmann (1880-1933).
[3] Ferrari (1919a).
[4] Le incomprensioni causate da questo articolo vennero superate: la corrispondenza tra Ferrari e i coniugi Lipmann proseguì negli anni successivi. Nella lettera del 21 ottobre 1922, Lipmann si scusa con Ferrari per il lungo silenzio e lo ringrazia profondamente per avergli permesso di partecipare alla terza Conferenza internazionale di psicotecnica organizzata dalla Società Umanitaria di Augusto Osimo (Archivio Ferrari, Lettere a Ferrari, fasc. Lipmann Otto).
[5] Non è chiaro a quale testo Hélène Spir faccia riferimento. Potrebbe trattarsi di Au nom de la raison; una versione dattiloscritta di questo articolo è oggi conservata nei Claparède-Spir family papers presso la Houghton Library, Harvard College Library, Harvard University, Series III, Compositions by Hélène Spir Claparède, 19.
[6] Friedrich Wilhelm Foerster (1869-1966), professore di pedagogia e filosofia all’Università di Monaco. Convinto pacifista, auspicò una collaborazione internazionale al fine di migliorare la situazione politica tedesca. Nel 1920, dopo la pubblicazione del volume Mein Kampf gegen das militaristische und nationalistische Deutschland (Foerster, 1920), attaccato dai nazionalisti, che nel patto di Versailles vedevano una ritorsione eccessiva e ingiustificata, fu costretto a lasciare la cattedra.
[7] Il primo ministro britannico David Lloyd George (1863-1945).
[8] Carlo Sforza (1872-1952), ministro degli esteri italiano.
[9] Il presidente della Repubblica francese Alexandre Millerand (1859-1943).
[10] Il presidente del Consiglio e ministro degli esteri francese Aristide Briand (1862-1932).
[11] Jean-Louis Claparède (1901-1937).
 

Traduzione
 
Ginevra, 5 febbraio 1921
Caro Signore,
Da quando sono entrata in possesso della vostra gentile lettera avrei voluto scrivervi, poi ho pensato che fosse preferibile consultare prima i numeri della vostra Rivista, ma poiché siamo tutti un po’ influenzati ed Edouard non può andare al laboratorio dove aveva depositato le ultime annate, credo sia preferibile non attendere oltre per non perdere tempo. Credevo di avervi indicato che l’analisi di cui mi parlava la Signora Lipmann si riferisce al vostro articolo intitolato Pedagogia della guerra che è apparso sulla vostra Rivista, sembra il 2-29 1919 (15). Mi stupisco che non abbiate potuto mettere le mani su questo articolo, poiché dovete ben avere la vostra Rivista nella vostra biblioteca; allora avreste potuto dirmi subito come stanno le cose. È perché abbiamo parlato di voi ai Lipmann in uno spirito così diverso che essi sono rimasti sorpresi di ricevere questo resoconto e sono molto dispiaciuti di vedervi giudicato così a torto dai lettori non al corrente dei vostri veri sentimenti.
Quindi sarebbe meglio che Lipmann potesse aggiungere una piccola nota per indicare di aver saputo da noi che il vostro atteggiamento verso la Germania e l’Austria non è per nulla ostile dopo l’armistizio; ciò potrebbe attenuare l’impressione penosa e ingiusta che questo resoconto provocherà. Ditemi che cosa ne pensate. Attendo la vostra risposta prima di scrivere ai Lipmann e non vorrei dire loro nulla su cui non siate d’accordo. D’altra parte è doveroso dissipare ogni malinteso, soprattutto in questo momento in cui le élites intellettuali di tutti i paesi dovrebbero lavorare insieme in uno spirito di fraterna concordia per lottare insieme contro la reazione spaventosa che si scrive(?) in tutti i paesi e che rischia di portare alle peggiori catastrofi.
Penso che avrete ricevuto il mio piccolo articolo (nella Riv. mensile) e visto ciò che Foerster racconta sulla situazione in Germania. Ora, anziché portarvi rimedio nell’interesse di tutti, ecco che i Governanti alleati nella loro cieca follia decretano delle condizioni fantasiose che vanno a cacciare il popolo tedesco in uno stato disperato, le cui conseguenze si ripercuoteranno terribilmente dovunque. Io sono rimasta atterrita pensando a ciò che significavano in realtà le somme favolose fissate dagli Alleati a Parigi o piuttosto da alcuni bravi, incoscienti delle responsabilità che essi assumono davanti al mondo e alla storia, dai quali dipende il destino dell’Europa!
La psicosi della vittoria sembra aver annichilito in loro ogni concetto giudizioso della realtà e ogni comprensione dei fatti! Mai finora l’avvenire ha offerto prospettive così oscure. Io non capisco come Lloyd George e il vostro ministro italiano si siano lasciati allo stesso modo influenzare dai Millerand, Briand e compari invece di far loro intendere ragione una volta per tutte! Ahimè, l’opinione pubblica in Francia è stata ingannata e illusa senza tregua, si è talmente praticata la propaganda che la gente non si rende per niente conto di ciò che avviene realmente, e quando gli occhi alla fine si apriranno, può darsi che il male sia già irreparabile. Anche tra di noi solamente un piccolo numero è in grado di giudicare gli avvenimenti in tutta obiettività, la maggior parte subisce le suggestioni operate dalla stampa, accetta le notizie più contraddittorie talvolta e più incoerenti! Veramente se io fossi psicologa e psichiatra che bel lavoro vorrei redigere sulle aberrazioni della mentalità e della capacità di ragionamento che si manifestano in questi giorni nelle persone così dette sane di mente!? Voi mi troverete senza dubbio molto pessimista ed io non chiedo di meglio che di lasciarmi sollevare il morale dalle vostre argomentazioni se voi vorrete impegnarvici. Può darsi che il fatto di essere influenzata e di vedere anche Edouard e Jean-Louis indisposti contribuisca a farmi vedere le cose più in nero.
Jean-Louis è molto sensibile alla vostra amabile proposta, certo gli farebbe un gran bene cambiare un po’ aria, è così pallido e magro e lavora [?] troppo, ma i suoi studi all’università non gli permettono di assentarsi. Forse a Pasqua andremo a Cannes per il matrimonio di una nipote ma sfortunatamente non potremo andare fino in Italia.
Per ritornare alla faccenda Lipmann, prima di concludere, vogliate dirmi ciò che voi giudicate giusto che io comunichi loro circa il vostro punto di vista. Se veramente voi non avete detto né scritto nulla dopo l’armistizio che manifesti dell’odio verso la Germania e l’Austria, allora l’articolo di cui si è fatta l’analisi sarebbe stato tagliato o mal interpretato di proposito. Sta a voi giudicare, sapendo ciò che avete voluto dire, io non potrò che registrare le vostre dichiarazioni in merito e trasmetterle a Lipmann che sarà certamente felice di prenderne conoscenza. Questa povera gente era già talmente oppressa da scoraggiamento e preoccupazioni in ottobre, e sottoalimentata quando l’abbiamo vista, in quale sgomento non va a trovarsi immersa oggi! Scusate la fretta di queste righe redatte molto scorrettamente, ma ho la testa abbastanza affaticata da un lungo superlavoro, ciò che mi dà diritto alla vostra indulgenza, non è vero?
Edouard e Jean-Louis si uniscono a me per inviarvi, con i nostri migliori ricordi per vostra moglie, i nostri cordiali messaggi.
Hélène Claparède Spir

Bibliografia

De Santis, D. (2013). Giulio Cesare Ferrari e la psicologia del soldato nelle carte del Fondo Ferrari. Teorie & Modelli, 18(1), 107-139.
Ferrari, G.C. (1919a). Pedagogia della guerra. Rivista di psicologia, 15(1), 2-29.
Ferrari, G.C. (1919b). Il disastro di Caporetto e la battaglia di Vittorio Veneto. Rivista di psicologia, 15(3-4), 145-191.
Ferrari, G.C. (1984). Autobiografia, a cura di M. Quaranta. In G. Mucciarelli (a cura di) (pp. 235-268), Giulio Cesare Ferrari nella storia della psicologia italiana. Bologna: Pitagora. [Pubblicazione originale inglese: Ferrari, G.C. (1932). Autobiography. In C. Murchison (Ed.), A history of psychology in autobiography (vol. 2, pp. 63-88). Worcester, Clark University Press].
 

Fonti archivistiche

Aspi-Archivio storico della psicologia italiana, Università di Milano-Bicocca, Archivio Giulio Cesare Ferrari, Lettera di Hélène Spir Claparèdea Ferrari, 5 febbraio 1921, b. 17, fasc. 35.

Fonte iconografica

Aspi-Archivio storico della psicologia italiana, Università di Milano-Bicocca, Archivio Giulio Cesare Ferrari, b. 57, fascc. 1, 3, 6.
back to top