Dario Romano (Renato Rozzi)

Parlare di Dario necessiterebbe di ben più spazio e tempo: qui non posso che riferirmi introduttivamente al suo decisivo punto di partenza come psicologo (anche perché il suo diventar psicologo è stato pressoché contemporaneo al mio). L’attenzione è perciò sulle origini dell’esser poi considerato psicologo. Oggi, rispetto al nulla di allora, ci sono circa centomila persone che dichiarano d’esserlo, e con un attestato. Io questa identità ho continuato a sentirla col punto interrogativo. Alcuni anni prima di lui mi trovai ad essere uno dei dieci iscritti ad un’annata della Facoltà di filosofia di Milano dove c’era anche un docente della categoria degli “incaricati” [Cesare Musatti] che un anno faceva un corso sulla psicologia della Gestalt e l’anno dopo sulla psicoanalisi. Tutto qua, un esametto considerato “complementare”, uno tra i pochi facoltativi, che scompariva di fronte per esempio al sesto grado del latino che tanti cacciati con un insulto dovevano ripetere. In seguito quel mio docente insegnava anche a Dario da una “cadrega” di psicologia: tutto era già in una veloce, imprevista mutazione, stavamo per entrare negli anni sessanta. Cercavamo una fondazione in noi stessi di qualcosa che non sapevamo bene cosa fosse. Dal mio liceo nel dopoguerra non era venuta alcuna risonanza a ciò che oggi consideriamo normalmente “territorio psicologico” (in un trafiletto della rivista Politecnico verso il 1950 scoprii che c’era un austriaco che aveva creato una visione particolare chiamata psicoanalisi, specificando solo che in essa contava molto la sessualità). Allora la psicologia in Italia era al massimo una cultura inconsapevolmente privata, ed una professione socialmente inesistente, con credenziali sconosciute. Nei primi anni cinquanta fui tra i “quattro gatti” ad ascoltare Enzo Paci che scopriva il Merleau-Ponty della Phénoménologie de la perception. Qualche anno dopo anche Dario è cresciuto in una Facoltà in cui già dalla fine degli anni cinquanta attraverso Husserl e Freud venivano tradotti interrogativi filosofici che aprivano gli occhi sulla realtà della psicologia in una società in grande cambiamento. Scoprii addirittura un aspetto sperimentale: ricordo una seduta sulla percezione in cui si discuteva di figure proiettate sul muro (oltre a Musatti c’erano due medici, Giovanni Carlo Zapparoli e Franco Fornari e due o tre giovani, e lì conobbi Dario). Si stava costituendo la caratteristica di quell’Istituto tra psicologia della “Gestalt” e psicoanalisi, due posizioni critiche e innovanti, ambedue già al di là dei semplicismi interpretativi imposti alla vita d’allora. È a partire da quell’insieme sociale che Dario deve esser giudicato. Il suo stacco d’apertura formativa è assai forte ed è riassunto dal suo primo libro come giovanissimo docente, di cui vidi la genesi negli anni dei suoi studi post-laurea: Psicologia. Tra ideologia e scienza (1974). Forse per influenza del Sessantotto Dario ha usato la parola ideologia, quella giusta era normalmente “filosofia”, da cui la psicologia come scienza è da sempre stata proveniente (la psicologia nella letteratura aveva ben altra implicita presenza). La vecchia e sempre giovane Facoltà di filosofia rispecchiava la nostra condizione universitaria di formazione, che non era certo da psicologi. Nella sua ricerca “costituzionale” Dario si rifaceva al pensiero tedesco del Sette-Ottocento (Kant, Herbart, Helmoltz, per una fondazione dell’autonomia della psicologia tra scienza della natura e filosofia. Mi colpisce ancora oggi il suo impegno di ricostruzione storica della psicologia nel lungo percorso in cui essa ha cercato di porsi a sé: mi colpisce positivamente la sua ingenuità (la sua carica di ricerca) e insieme la serietà del suo stile conoscitivo che via via in quella fase d’enorme crescita sociale della psicologia in Italia si tradurrà in un invito alla ricerca (più semplicemente: un invito a riflettere un po’ se si vuol parlare di scienza). Questo spiega perché il contributo di Dario adulto è sempre rimasto problematico, aperto e “in fondazione”, non prescrittivo, non di partito, anzi sotto sotto disingannante (io selezionerei come psicologi coloro che mantengono almeno un po’ d’ironia in quanto incessante apertura…). Mi torna alla mente questa sua accettazione dell’incompletezza dell’esser definitivamente adulto in un sapere concluso (nel suo caso poi con l’alta responsabilità della cattedra universitaria): adulto è qui inteso in quanto potere, anche se un potere sempre in costruzione. Non veniva mai un’imposizione aggressiva da Dario come docente. Nell’Istituto di psicologia di Musatti ha vissuto in un ambiente finalmente concessivo di quella libertà nella complessità che gli era congeniale, in quella Milano che, finito il dopoguerra, era la parte d’Italia più aperta al mondo culturale d’oltralpe. In quell’Istituto c’erano poche persone, e di provenienze varie: i medici come Zapparoli, realistico e con illuminazioni, Fornari, soltanto psicoanalitico ma certo il più creativo, gli psicologi come Enzo Funari che scelse, guarda un po’, di scrivere un libro su Freud che cercava di rimanere medico diventando psicologo e non ci riusciva (sul suo incompiuto Progetto di una psicologia del 1985). In questo ambiente in cui la nuova libertà ci formava alla responsabilità, Dario poteva già esprimere la sua caratteristica di cercare sempre di capire ed approfondire quel che si fa come psicologi. Io che son diverso da lui (portavo la realtà dei miei ruoli in ambito scolastico e psichiatrico, e soprattutto il problema del lavoro dalla fabbrica) avevo bisogno della sua non fretta, della sua tacita lungimiranza. Lo riconosco come un mio implicito educatore.

Renato A. Rozzi
30/02/2013
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