Lettera di padre Agostino Gemelli a Giulio Cesare Ferrari (6)

[s.l., 1920]

Carissimo Ferrari,
Le nostre due lettere si sono scontrate e ci siamo anche incontrati nei pensieri. Tu mi chiedi spiegazioni "non equivoche" quando io te le ho già date. Mi pare perciò che  tocca a voi due il rispondere alla mia lettera. Alla quale aggiungo quanto segue a chiarire meglio le cose:
1) Sta bene: voi volete come condizione della vostra adesione che la rivista[1] sia pubblicata da Zanichelli. Non ho niente in contrario, come già più volte ho detto, ma però io esigo quanto segue come corrispettivo. Io sono in tal caso, per usare la vostra formula: l'incaricato della redazione, formula molto poco simpatica, ma che accetto per amore di concordia. Non mi si facciano però più questioni di caratteri grandi e piccoli e consimili. Come redattore del periodico desidero essere realmente il redattore del periodico (che io manterrò scrupolosamente nella linea scientifica che gli abbiamo assegnata nella prefazione). E, se io mancassi, a voi il diritto di buttarmi a mare. Ma voglio quella libertà d'azione che a nessun redattore si nega mai. È questione di leale e reciproca fiducia.
Seconda condizione: io non ho mai inteso fare dell'Archivio un organo personale, né a fini di ambizione personale, né a fini di utilità confessionale. La stessa reclame fatta su quelle cartoline non lo può provare, perché (quando quelle cartoline furono stampate) noi non avevamo ancora parlato di Zanichelli (che venne fuori dopo). Anzi dirò di più. Se il ricordo non mi inganna, volevamo farlo allora io e Kiesow. Comunque sia, noi non possiamo dare importanza a cose di questo genere. Dico, se si crede alle mie dichiarazioni, ché, se non si crede, è inutile parlare ancora. Ma, se io comprendo bene che l'Archivio, quale espressione delle scuole universitarie italiane, non deve essere cosa né mia, né avente la mia caratteristica personale, vi è però un lato economico che io non posso trascurare per la vita stessa dell'Archivio. Fino a ora io mi sono assunto totalmente io stesso la spesa dello Archivio qualunque esso sia. Debbo adunque provvedere perché non muoia l'anno prossimo. Evidentemente mettere la cosa in mano a Zanichelli apporta una non piccola differenza, in quanto lo Zanichelli vuole il 25 per cento sul prezzo d'abbonamento, cifra notevole per la rivista, che non è punto compensata da un vantaggio adeguato. È evidente che io da solo, con un giovanotto che dedichi cinque o sei ore al mese allo Archivio, posso fare altrettanto (e con ben differente spesa) di quanto fa lo Zanichelli. Tuttavia, poiché per amore di concordia (e solo per questo) accetto di pubblicare con il nome della ditta Zanichelli, accetto anche questo aggravio. Dico pubblicare, perché intendo che la proprietàdell'Archivio rimanga totalmente a me. Ma ciò non deve impedirmi di cercare altri mezzi per  vendere copie dello Archivio. Ora, facendo reclame sulle mie riviste (copertina ecc. cartoline, fogli da lettera, mettendo, si capisce, che è editore lo Zanichelli) molti amici miei si abboneranno allo Archivio, magari per non leggerlo, magari per averlo solo in biblioteca; ma per quella simpatia che ogni uomo ha e che in simili casi è bene sfruttare. Anche tu farai lo stesso con il tuo periodico. Ora perché e a qual titolo mi si deve impedire di riservarmi una parte della vendita? A quale titolo? Per evitare che si dica che l'Archivio è mio? Ma basterà prendere in mano la copertina per non avere questo timore! Se fosse vero il vostro ragionamento, dovrebbero essere impediti gli abbonamenti cumulativi che ogni giornale fa. E invece io è questi che conto di raccogliere, e su di un certo numero di essi io conto, come su di un introito, senza del quale l'Archivio, dopo un anno, dovrebbe morire.
Siamo anche sul resto perfettamente d'accordo. Se questi due punti non vi vanno, io non posso fare l'Archivio con voi; ed esso cessa di esser un Archivio, organo degli studiosi italiani di psicologia. Io continuerò a farlo con quegli studiosi che queste vostre preoccupazioni non hanno. Resta però anche inteso che allora non hanno più luogo d'essere le limitazioni che voi mi avete posto e che era giusto che io accettassi nei riguardi della tua rivista, intendo parlare delle bibliografie, delle analisi d'opere, dei bollettini ecc. che naturalmente io curerei per rendere il periodico più interessante.
Mi spiace solo che l'Archivio è oramai tutto quanto stampato (ad eccezione della copertina) e che dovrò trovar modo di cambiare la prefazione[2].
Con cordiali saluti
p. A. Gemelli
 
[1] L'Archivio italiano di psicologia, il periodico che in seguito prese il nome di Archivio di psicologia, neurologia e psichiatria, fondato nel 1919 da Agostino Gemelli e Federico Kiesow.
[2] Ferrari scriverà più tardi, nel 1922: «Col 1922 e pel sorgere dell'Università del Sacro Cuore (che aveva nel proprio programma anche la fondazione futura di un Archivio di psicologia), l'Archivio dello stesso nome che il Kiesow e il Gemelli dirigevano non poteva più vivere. Il Gemelli se ne allontana e il Kiesow lo riserverà forse per i lavori del suo fiorente laboratorio. Date le condizioni economiche generali sarebbe però opportuno che i diversi laboratori pubblicassero i loro lavori per esteso individualmente (ché in tal forma possono sempre essere sovvenzionati dagli istituti o dai singoli), riserbando per una sola Rivista (che, noto, dovrebbe esser questa) i riassunti dei loro lavori, le note preventive, le discussioni, le recensioni, ecc. È pel bene comune della psicologia scientifica in Italia, che la Rivista di psicologia, pur limitando il numero delle pagine, dati i prezzi odierni inimmaginabilmente forti, intende riunire oggi di nuovo le forze di tutti» (G.C. Ferrari, La «Rivista di psicologia» nel 1922, in «Rivista di psicologia», 1922, pp. 46-47).
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