Eugenio Gaddini

Cerignola (Foggia), 18 Gennaio 1916 – Roma, 27 Settembre 1985

Biografia

Pur nutrendo e coltivando, sin dalla giovane età, un profondo interesse per gli studi classici, la letteratura e le arti figurative, si iscrisse nel 1936 alla Facoltà di medicina dell’Università di Roma, laureandosi nel 1942 con una tesi sul trattamento delle leucemie.
In pieno conflitto bellico, fu chiamato a prestare servizio presso l’Ospedale militare di Mirano Veneto e nel 1943, nel giorno dell’armistizio, rientrò a Roma, dove prese parte attiva alla resistenza antifascista.
Nel 1945 assunse la direzione dell’Ospedale della Croce Rossa di Forte Aurelio, ricoprendo l’incarico di primario fino al 1956, anno in cui decise di dedicarsi esclusivamente alla psicoanalisi.
Già in quegli anni, la sua attenzione era stata rivolta alla sofferenza profonda dei pazienti e alla riflessione sui possibili legami esistenti tra corpo e psiche, che lo portarono a individuare un’origine psicosomatica alla base di alcune manifestazioni sintomatologiche incontrate nella pratica clinica.
L’esperienza con i pazienti lo spinse a ricercare nella psicoanalisi uno strumento per addentrarsi nella sintomatologia, nel tentativo di comprenderne la natura e il disagio, nonché un campo di indagine nel quale esprimere il proprio originale contributo.
Nel 1946 intraprese quindi l’analisi personale con Emilio Servadio e nel 1953 entrò nella Società psicoanalitica italiana (SPI), presentando un lavoro di commento al caso di Dora di Freud. Nel 1957 fu eletto segretario della SPI.
Gaddini è considerato una delle figure di spicco della seconda generazione di analisti in Italia, la quale, dopo le vicende del fascismo e della seconda guerra mondiale che determinarono una lunga interruzione delle attività, diede un forte impulso alla crescita del movimento psicoanalitico, portandolo a livello internazionale. Egli contribuì infatti alla riorganizzazione della SPI, ricoprendo l’incarico di vice presidente dal 1967 al 1969, di analista didatta dal 1970 e di presidente dal 1978 al 1982. In particolare, oltre a promuovere lo sviluppo dell’organo ufficiale della Società, la Rivista di psicoanalisi, di cui per diversi anni fu direttore, sollecitò la riflessione sulla trasmissione del patrimonio della psicoanalisi e sulla qualità della formazione degli analisti, con la creazione dei Centri psicoanalitici, sezioni locali facenti capo alla SPI, deputate allo svolgimento delle attività didattiche e scientifiche. Oltre a espletare il suo insegnamento presso il Centro romano di psicoanalisi, fu tra i fondatori del Centro psicoanalitico di Firenze, dove curò la formazione degli analisti per sei anni.
In ambito internazionale, dal 1963 fu chiamato dall’International Psychoanalytical Association (IPA) a svolgere funzioni organizzative e valutative, come membro del Comitato del programma dei congressi internazionali. Si impegnò a diffondere la psicoanalisi negli altri paesi, ricevendo l’incarico dal 1973 al 1977 di segretario della Commissione per la psicoanalisi in Grecia e in Jugoslavia. Dal 1979 al 1981 fu chairman del Comitato delle nomine (Nominating Commettee) dell’IPA e delle due conferenze sull’analisi di training tenutesi a Madrid (1983) e ad Amburgo (1985).
Accanto all’impegno istituzionale, portò avanti per oltre trent’anni un’intensa pratica psicoanalitica, a partire dalla quale sviluppò una feconda attività di ricerca, sfociata in una produzione scientifica che – pur attingendo alle principali teorie psicoanalitiche, come quella di Melanie Klein, Wilfred Ruprecht Bion e in particolare la teoria di Donald Woods Winnicott – si distinse per creatività e originalità di pensiero. I temi su cui centrò la sua indagine – molti dei quali in collaborazione con la moglie, Renata De Benedetti, pediatra e psicoanalista – furono i processi mentali precoci, il legame tra mente e corpo e lo sviluppo delle sindromi psicofisiche della prima infanzia; i processi imitativi quali componenti fisiologiche nel processo di costruzione dell’identità o in taluni casi caratterizzanti specifiche patologie; le fantasie difensive precoci, l’aggressività, la formazione dell’immagine mentale del padre, i processi creativi e in particolare la creatività artistica.

Giovanna Pavanello
12/11/2009

Bibliografia

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