Ospedale psichiatrico provinciale di Pavia in Voghera

La prima struttura dedicata ai malati di mente in provincia di Pavia risale al 1784, quando il marchese abate Giovanni Andrea Bellingeri fece riadattare il convento di Sant’Agata al Monte per il ricovero dei maschi ritenuti pazzi. Le donne erano invece alloggiate, tramite l’Amministrazione ospitaliera, nel palazzo Majno adiacente all’Ospedale San Matteo. Nel 1860 i pazienti furono trasferiti in una vecchia caserma austriaca situata in via Palestro.
Le sorti della psichiatria pavese cambiarono radicalmente nel 1863, quando Cesare Lombroso fece ritorno nella città dei suoi studi universitari. Nominato professore di clinica delle malattie mentali e poi di antropologia all’Università di Pavia, affiancò agli insegnamenti la direzione del reparto psichiatrico dell’Ospedale di Sant’Eufemia, affidatagli dal direttore della struttura e docente di medicina legale Giovanni Zanini. Intanto, anche in ragione dell’aumento dei ricoveri dovuti al diffondersi della pellagra, furono avviate le discussioni per la costruzione di un nuovo manicomio nel territorio pavese.
Nell’agosto 1872 Agostino Depretis, allora presidente della Provincia di Pavia, intervenne a favore della collocazione della struttura a Voghera, emanando una delibera di nuova istituzione. L’anno successivo l’amministrazione provinciale lanciò un bando di concorso sulla base di un “programma” redatto da una commissione composta dallo stesso Lombroso, dall’alienista Andrea Verga e dagli ingegneri Cesare Cattaneo e Rinaldo Maccabruni. Il progetto risultato vincitore fu quello di Vincenzo Monti e Angelo Savoldi, allievi di Camillo Boito al Politecnico di Milano, che per gli aspetti medici si erano avvalsi proprio della consulenza di Lombroso. Ispirato a modelli italiani (Mombello e Reggio Emilia su tutti) ed europei, prevedeva una struttura a singoli corpi indipendenti non molto distanti l’uno dall’altro e collegati da corridoi.
La costruzione del manicomio iniziò nel 1874, sotto la direzione di Cesare Cattaneo, ingegnere capo dell’Ufficio tecnico provinciale, che apportò modifiche sostanziali al progetto originario, scatenando le proteste degli ideatori. La struttura, sebbene non ultimata, fu inaugurata il 1° dicembre 1876, con la denominazione di Manicomio provinciale di Pavia in Voghera. La direzione venne affidata ad Augusto Tamburini, professore incaricato di psichiatria a Padova, ma proveniente dall’Ospedale psichiatrico di Reggio Emilia dove aveva lavorato con Carlo Livi. Dopo un anno dalla nomina, il posto di Tamburini passò ad Antigono Raggi, che assunse anche la direzione della Clinica delle malattie mentali lasciata lo stesso anno da Lombroso, trasferitosi all’Università di Torino.
Nel 1898, quando l’insegnamento della psichiatria nell’ateneo pavese fu assegnata a Casimiro Mondino, allievo di Camillo Golgi, la responsabilità della Clinica e quella del manicomio vennero divise. In quegli anni l’amministrazione ospedaliera si dotò anche di una rivista, la Cronaca del Manicomio provinciale di Pavia in Voghera (1883-1898).
Nel 1910 divenne direttore Gaspare Bergonzoli, impiegato fin dal 1896 nell’istituto sotto la guida di Giuseppe Antonini (direttore dal 1899 al 1902) e Achille Carini (direttore dal 1903 al 1909). L’impegno di Bergonzoli si concentrò soprattutto sulla promozione dell’ergoterapia, attraverso colonie agricole e officine professionali. Da appassionato fotografo documentò inoltre per immagini la vita dell’istituto e dei suoi ricoverati.
L’attività dell’istituto non si esauriva però all’interno delle mura manicomiali. Dal 1905 il Patronato pazzi poveri si occupava infatti dei pazienti dimessi e nel 1910 venne istituita, prima presso i locali dell’Ospedale San Matteo e poi in via Palestro a Pavia, la Clinica neuropatologica universitaria, che con i suoi 40 posti letto svolse una funzione complementare al manicomio. Il direttore dal 1940 al 1946, Riccardo Bozzi, promosse poi un dispensario neuropsichiatrico, che con la direzione di Giorgio Sogliani (dal 1953 al 1967), fu dotato di ambulatori dispensariali a Vigevano, Mortara, Stradella, Varzi e Meda, allo scopo di seguire meglio i dimessi e sviluppare una più efficace azione profilattica. Nello stesso tempo iniziarono gite regolari con i pazienti e nel 1955 venne aperto un Istituto biopsicopedagogico per bambini dai 6 ai 14 anni, dove lavoravano medici, assistenti sociali e insegnanti.  
A partire dai primi anni Settanta del Novecento l’amministrazione provinciale pavese avviò un progetto di riforma dei servizi psichiatrici, affidando nel 1973 la direzione del manicomio a Gianfranco Goldwin. Il nuovo direttore coinvolse nel piano di trasformazione medici, operatori, sindacati e forze politiche, promuovendo innanzitutto reparti misti. 
Nel 1975 la Provincia di Pavia approvò il Regolamento speciale per il servizio di salute mentale, in base al quale l’assistenza ai malati di mente venne organizzata secondo il modello francese del settore psichiatrico, attraverso la continuità terapeutica tra l’interno e l’esterno del manicomio e la formazione di équipe pluriprofessionali. In contemporanea fu istituita una Scuola professionale per infermieri psichiatrici, fu aperta una biblioteca dedicata ai pazienti e fu stampato il periodico Pagine aperte. Nel 1976, con la collaborazione del Comune di Voghera, fu inoltre inaugurata una casa famiglia.
Nel corso degli anni Settanta, anche grazie a queste iniziative, il numero dei degenti diminuì fino ad arrivare a 490 nel 1977. Con l’approvazione della legge 180/1978, che aboliva i manicomi e proibiva nuovi ingressi, e la successiva istituzione del Servizio sanitario nazionale (L. 833/1978) le competenze psichiatriche passarono alle Ussl regionali. Gli ultimi degenti uscirono dall’Ospedale psichiatrico di Pavia in Voghera all’inizio degli anni Novanta.

Matteo Fiorani
05/11/2017

Bibliografia

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Fonte iconografica

Sito web LombardiaBeniCulturali.
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