Ospedale psichiatrico provinciale di Como

A causa del sovraffollamento del manicomio milanese della Senavra, dove erano ricoverati i cittadini di Como affetti da patologie psichiche, nel 1857 la Luogotenenza della Lombardia impose alla Congregazione comense di progettare una nuova struttura psichiatrica provinciale. Intanto, per porre rimedio all’emergenza, nel 1861 furono allestiti dei locali per i casi più urgenti all’interno dell’Ospedale civile di S. Anna. Due anni più tardi venne elaborato un Programma per l’erezione di un Manicomio nella Provincia di Como, a cui fece seguito, il 15 luglio 1871, un bando di concorso che però non ebbe esito.
Dopo vari altri studi e piani di lavoro, nel giugno 1878 il Consiglio provinciale deliberò l’edificazione del manicomio, su progetto degli ingegneri Pietro Luzzani e Giuseppe Casartelli.
Con notevoli differenze rispetto al piano di massima messo a punto due anni prima dall’Ufficio tecnico dell’amministrazione, si decise di costruirlo sulla collina di San Martino, isolata rispetto alla città ma allo stesso tempo vicino al centro e alle principali vie di comunicazione.  
Inaugurato il 28 giugno 1882, il manicomio provinciale era concepito, sul modello di quello di Imola, a padiglioni ravvicinati separati da ampi cortili. Con una capacità di circa cinquecento posti, accoglieva anche malati di mente provenienti da Varese, Bergamo, Sondrio e dal Canton Ticino. Nel grande parco ospedaliero erano presenti aziende agricole e manifatturiere che nel corso della loro attività produssero scarpe, stoffe, latte, formaggi e ortaggi destinati al consumo interno e alla vendita in città.  
Tra il 1906 e il 1913 l’istituto, ritenuto antiquato rispetto alle nuove concezioni della scienza psichiatrica, venne ristrutturato sul modello del manicomio-villaggio. Seguendo le indicazioni del direttore Francesco Del Greco e di Edoardo Gonzales, responsabile del Manicomio milanese di Mombello, furono realizzati tre padiglioni per cronici (1910), due nuovi padiglioni d’osservazione per uomini e donne (1910-1912), un padiglione d’isolamento per le malattie contagiose (1914) e il reparto destinato ai bambini.
Durante la prima guerra mondiale l’asilo svolse la funzione di Ospedale militare di riserva per la specialità neuropsichiatrica, con il ricovero di oltre seicento militari, ed ebbe un ruolo negli scambi di prigionieri con la vicina e neutrale Svizzera. In quel periodo il numero dei degenti presenti nella struttura arrivò a mille.
Fin dalle origini, quasi la metà dei pazienti ricoverati al San Martino fu impiegata in attività ergoterapiche, che si andarono sempre più sviluppando sotto la direzione di Ferdinando Maggiotto (dal 1914 al 1940). Nel 1938 venne aperto un Dispensario di igiene mentale dipendente dall’ospedale psichiatrico, dotato di un ambulatorio a Como e di altri in provincia. 
Nel 1947, per far fronte alla carenza di spazi nelle vecchie strutture manicomiali e all’aumento dei ricoveri, l’amministrazione provinciale aprì un reparto neurologico femminile. Per la stessa ragione, vent’anni dopo ne inaugurò un altro maschile, che funzionava anche da osservazione, presso la Villa del Soldo di Alzate Brianza. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu inoltre incrementata l’attività extraospedaliera, con l’organizzazione di servizi di igiene mentale e l’apertura di presidi a Bellano, Menaggio, Merate, Erba, Cantù e Lecco.   
L’istituto comasco fu coinvolto marginalmente nel movimento di riforma psichiatrica che si diffuse in Italia a partire dagli anni Sessanta. Nel 1973 vennero dimesse cinquanta donne in regime controllato e trasferite nella clinica privata Villa Aurora, lontana dall’area dell’ospedale psichiatrico e organizzata come una comunità terapeutica. Tre anni dopo, allo scopo di integrare l’attività ospedaliera con quella extraospedaliera, si attuò la settorializzazione dell’ospedale psichiatrico sul modello francese, che prevedeva la continuità terapeutica tra l’interno e l’esterno del manicomio, e la formazione di équipe pluriprofessionali. Nel 1977 sorsero tre “comunità aperte” in altrettanti padiglioni esterni al corpo manicomiale, destinate ad accogliere pazienti per cui il reinserimento sociale appariva impossibile o quantomeno difficile. In quegli anni i ricoverati arrivarono a quasi duemila.  
Con la legge 180 del 1978, che stabiliva la chiusura degli ospedali psichiatrici, e con la riforma delle Unità sanitarie locali stabilita dalla legge 833/1978 che istituì il Servizio sanitario nazionale, i servizi psichiatrici passarono tra le competenze regionali. Il complesso psichiatrico di Como venne definitivamente chiuso nel 1999.

Matteo Fiorani
03/11/2017

Bibliografia

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Fonte iconografica

Edificio centrale (ex direzione), fronte principale. Foto Adele Simioli, 2011, tratta dal sito web Spazi della follia.
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