Ospedale psichiatrico provinciale di Mantova

L’amministrazione provinciale di Mantova manifestò l’intenzione di costruire un proprio manicomio nel 1867, quando la sezione maniaci dell’ospedale cittadino risultò inadeguata a causa delle condizioni igienico-sanitarie e della limitata capacità di accogliere i pazienti affetti da patologie psichiche.
Nel 1872 venne istituita una prima commissione per studiare il problema, composta dall’ingegnere capo della provincia, Gaetano Martinelli, dagli esperti in affari amministrativi Antonio Pernetti e Cesare Bonoris e dai medici esponenti del positivismo mantovano Vincenzo Guidetti e Achille Sacchi. A dare un parere fu chiamato anche il noto alienista Carlo Livi, direttore del manicomio di Reggio Emilia, dove venivano ricoverati i mantovani bisognosi di cure speciali, il quale sconsigliò tuttavia alla provincia di costruire un nuovo manicomio e le suggerì invece di stipulare una convenzione con l’asilo reggiano. Nel 1887 si costituì una nuova commissione speciale, composta dall’alienista Giuseppe Viterbi e dagli ingegneri Gaetano Martinelli e Luigi Turchetti, che come la precedente non arrivò ad alcuna conclusione.
Nel 1900 la Deputazione provinciale affrontò nuovamente la questione, costituendo un gruppo di lavoro che comprendeva il direttore della Clinica psichiatrica di Roma Augusto Tamburini, i responsabili dei manicomi di Bergamo (Scipione Marzocchi) e di Brescia (Giuseppe Seppilli), l’architetto Giovanni Giachi di Milano e, come consulente esterno, lo psichiatra Ernesto Belmondo. Fallito anche questo tentativo, l’amministrazione mantovana decise di richiedere un parere ai direttori degli ospedali psichiatrici e ai cattedratici in psichiatria di tutta Italia. La stragrande maggioranza degli interpellati raccomandò la realizzazione di un manicomio a “padiglioni distanziati”, con annessa colonia agricola, utile per l’ergoterapia e per il sostentamento dell’istituto.
Nel novembre 1912 il Consiglio deliberò la costruzione del manicomio provinciale su tali basi. Ispirato all’asilo di Gorizia, il progetto prevedeva la realizzazione di una serie di “padiglioni sparsi”, capaci di contenere 580 degenti, e di una colonia agricola. Il piano esecutivo per l’attuazione dei lavori, approvato nel 1914, nacque dalla collaborazione tra gli psichiatri Luigi Oliva, Paolo Amaldi e Gino Volpi-Ghirardini (rispettivamente medico del reparto maniaci cittadino e direttori dei manicomi di Firenze e di Udine) e l’ingegnere capo della Provincia, Antonio Rotter.
Per l’effettiva apertura fu però necessario ancora del tempo, durante il quale i pazienti mantovani continuarono ad essere ricoverati nella sezione manicomiale ospedaliera (chiusa definitivamente nel 1919) e negli ospedali psichiatrici di Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere, quest’ultimo nato nel 1890 e gestito dalla locale Congregazione di carità.
Il manicomio venne inaugurato il 28 ottobre 1930 nella zona periferica di Dosso del Corso, con notevoli variazioni rispetto al piano iniziale. Lo stesso anno, per mancanza di fondi, la Deputazione stipulò una convenzione con la Congregazione di carità, affidandole i lavori necessari per l’apertura della struttura e l’assistenza ai malati di mente. Da questo momento fino al 1940, quando la conduzione passò nuovamente alla Provincia, i due ospedali psichiatrici fecero capo ad un’unica amministrazione.
Dotato di una colonia ergoterapica per lavoratori agricoli e di impianti di tipo industriale, l’ospedale psichiatrico venne ampliato e arricchito di nuove edificazioni fino ai primi anni Sessanta del Novecento, epoca in cui fu intitolato ad Achille Sacchi. Nel 1961 il direttore Giorgio Giorgi fu accusato di concussione dal Tribunale di Mantova, a causa dell’emissione di certificati falsi per l’esonero dagli obblighi di leva. Sospeso dal servizio, fu sostituito ad interim da Luciano Nardini.
Tra gli anni Sessanta e Settanta anche l’asilo mantovano fu coinvolto nel movimento psichiatrico riformista, promosso in Italia dai basagliani e non solo. A dare impulso al cambiamento furono soprattutto alcuni giovani medici assunti nella struttura in quel periodo e le organizzazioni sindacali degli infermieri, guidate dal comunista Giuseppe Foroni. Per avviare la trasformazione si decise di organizzare l’istituto secondo il modello francese del “settore psichiatrico”, basato sulla continuità terapeutica tra dentro e fuori il manicomio. Si cercò inoltre di umanizzare il rapporto con i pazienti, anche attraverso gite e spettacoli, di promuovere riunioni tra i reparti e di raggiungere gli assistiti a domicilio con équipe pluriprofessionali. Nel luglio 1967 era sorta intanto un nuova sezione di “osservazione aperta”, dove i degenti potevano entrare e uscire liberamente.  
Nel 1971 il direttore Giorgi fu reintegrato nelle sue funzioni dalla giunta provinciale. L’anno dopo la Provincia riordinò i servizi psichiatrici mantovani, istituendo un Centro d’igiene mentale (Cim) e cinque Servizi d’igiene mentale (Sim) sparsi sul territorio. La gestione di tali servizi fu affidata a un Consiglio sanitario, composto dai medici e dal Consiglio del personale, l’organo di rappresentanza sindacale degli operatori dell’Ospedale psichiatrico. Vennero inoltre aperti presidi negli ospedali generali, ambulatori, centri diurni e residenze protette.
L’Ospedale psichiatrico iniziò ad essere progressivamente dismesso a seguito della legge 180 del 1978. Nei primi mesi del 1980 cessarono tutti gli ingressi dei pazienti psichiatrici e fu avviata l’attivazione dei servizi nelle sei Ussl della provincia. Nel 1981 la titolarità delle politiche di assistenza psichiatrica passò dalle province alle unità sanitarie locali, come disposto dalla legge 833/1978 che aveva istituito il Servizio sanitario nazionale.

Matteo Fiorani
30/10/2017

Bibliografia

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Fonte iconografica

Sito internet LombardiaBeniCulturali.
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