I manoscritti del poeta pazzo Dino Campana

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Nel 1922 il critico letterario Emilio Cecchi (1884-1966) scrisse questa lettera al cognato psichiatra Arnaldo Pieraccini (1865-1957), fratello della moglie Leonetta (1882-1977), pregandolo di recuperare i manoscritti del poeta Dino Campana (1885-1932), ricoverato nel manicomio toscano di Castelpulci.
 
Caro Arnaldo,
vorrei chiederti un piacere, ma so che ti obbligherà a perdere qualche momento di tempo; e, prima di cominciare a spiegarti di che cosa si tratta, credo bene di mettere avanti una buona dose di scuse.
Ecco dunque:
nel 1915/16, io conobbi a Firenze un certo Dino Campana, nativo di Marradi, che, dopo una vita avventurosissima, aveva pubblicato, in quel tempo, un curioso libro: Canti Orfici, nel quale, insieme a parecchie cose strambe, c’erano alcune fra le pagine più belle che forse sieno state scritte, in questi ultimi tempi, in Italia. Io scrissi di cotesto libro nella Tribuna 21 maggio 1916. Altri ne scrisse qua e là: e molti approfittarono di quel libro, oscuro e poco noto, e della fama d’un uomo assurdo che circondava il Campana, per rubarne o arieggiarne motivi, etc. Il Campana aveva allora una trentina d’anni o poco meno: stette un po’ intorno ai circoli letterari di Firenze e alla fine del 1917 si seppe che era stato messo in manicomio, e si sa che non ne è più uscito. In manicomio, però, era stato, temporaneamente, altre volte.
Il Campana è ricoverato a Castel Pulci. So da varie fonti, e ultimamente, da un articolo di Bino Binazzi (Resto del Carlino, 12 aprile 1922) che lavora, scrive, etc. e che i medici (parole del Binazzi) “vietano di esaminare le carte vergate dal Campana”. Ti assicuro che se molti medici, non tu che, con Gaetano, fai un’eccezione, avessero conosciuto il Campana e alcuni dei suoi scritti prima del 1917, l’avrebbero preso per pazzo assoluto, fino da allora; mentre era soltanto un disgraziato che doveva finir pazzo, ma che intanto sapeva scrivere cose piene d’ispirazione e di salute. Ho paura che fra queste carte che non si possono vedere, ce ne siano delle belle; direi che ne sono sicuro, conosco bene il Campana, e so di che genere deve esser la sua pazzia. Un po’ tassesca, per intenderci. Non ci sarebbe modo che tu, per favore speciale, potessi farti mandare qualcuno di questi manoscritti? E se tu potessi averli, vorresti fare in modo che io potessi vederli, magari venendo costì? Un certo diritto morale ce l’ho, perché io, col Binazzi, sono stato il solo a parlare del Campana e a studiare la sua opera; e a dargli uno dei rarissimi segni che la sua vita non era tutta fallita, e che, dai suoi dolori e le sue incredibili miserie, egli era riuscito a cavare qualche cosa di sano e di vero. È un caso nel quale lo psichiatra e il critico letterario dovrebbero darsi un po’ la mano, e cercare di vedere che cosa succede veramente in quella cella di Castel Pulci; se, esaminando con te alcuni di questi manoscritti, si dovesse riconoscere che la mente è distrutta senza speranza, sarebbe un gran dolore; ma almeno sentirei di aver fatto fino all’ultimo il mio dovere verso questo povero compagno, al quale ora non potrei arrivare se non per mezzo tuo.
Grazie di tutto quello che farai. Tanti saluti da tutti noi, e credimi tuo aff[ezionatissi]mo
Emilio
 
Insieme alla moglie Leonetta, pittrice e scrittrice, Cecchi aveva avuto con Dino Campana rapporti diretti e assidui, confortati anche da scambi epistolari, fino al momento del suo ricovero nel manicomio di Castelpulci nel 1918. La sua familiarità con il poeta di Marradi nasceva dalla sincera ammirazione per la sua produzione poetica, condivisa allora da pochi, fra i quali il poeta Bino Binazzi.
Così ne avrebbe parlato alcuni anni più tardi, nella raccolta Di giorno in giorno (1954), ricordando la figura del Campana, scomparso nel 1932:
«Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni formali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s’è tutt’altro che spenta. Egli dette un esempio d’eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Ungaretti, s’inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica».
Non sorprende dunque il desiderio di Cecchi di arrivare ai manoscritti del poeta, ormai rinchiuso da quattro anni a Castelpulci, attraverso il cognato Arnaldo Pieraccini, all’epoca direttore dell’Ospedale psichiatrico di Arezzo. Cecchi contava su di lui sia per la sua rete di relazioni personali, sia per la sua risaputa sensibilità rispetto al tema del rapporto tra arte e follia, al quale Pieraccini si era accostato fin dagli anni in cui lavorava all’Ospedale psichiatrico di Macerata, quando insieme al direttore Gianditimo Angelucci aveva pubblicato il volume Di alcuni lavori artistici eseguiti da alienati. Contributo allo studio dell’arte nei pazzi (1894).
L’archivio Pieraccini non conserva la risposta dello psichiatra. La lettera di Cecchi rimane tuttavia preziosa testimonianza del suo estremo tentativo di salvare dall’oblio e dalla dispersione gli ultimi scritti di un artista che reputava tra i maggiori della letteratura italiana contemporanea.
 
Maria Cristina Brunati
20/05/2020

Bibliografia

Cecchi, E. (1954). Di giorno in giorno: note di letteratura italiana contemporanea (1945-1954). Milano: Garzanti.
Cecchi Pieraccini, L. (1952). Visti da vicino. Firenze: Vallecchi.

Fonti archivistiche

Aspi Archivio storico della psicologia italiana, Università di Milano-Bicocca, Archivio Arnaldo Pieraccini, b. 2, fasc. 3: https://www.aspi.unimib.it/collections/object/detail/12546/

Fonte iconografica

La fotografia di Pieraccini è stata gentilmente messa a disposizione dalla famiglia.
Le fotografie di Cecchi e Campana sono liberamente disponibili in rete.
La fotografia di Leonetta Pieraccini, tratta da un articolo di giornale, è conservata nell’Archivio di Arnaldo Pieraccini, b. 35, fasc. 6: https://www.aspi.unimib.it/collections/object/detail/12985/
La cartolina del Manicomio di Castelpulci è conservata nell’Archivio di Alfredo Coppola, b. 11, fasc. 7: https://www.aspi.unimib.it/collections/object/detail/14404/
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