Musatti contro Montanelli: il diritto d’impazzire

Nel 1949 fu proiettato in anteprima a Roma, e poi presentato al Festival del cinema di Venezia, il film di Anatole Litvak, La fossa dei serpenti (The Snake Pit, 1948). La visione del film, che in America aveva richiamato l'attenzione sulla realtà dei manicomi e sulla necessità di una loro riforma, fornì a Indro Montanelli l'occasione per scrivere un articolo, pubblicato sul Corriere della sera il 29 settembre dello stesso anno con il titolo: Non peccò il dottor Picozzo. L'articolo costituiva una forte critica della scienza in generale e della medicina in particolare, accusate di trattare il genere umano alla stregua di materiale da laboratorio e di violare i diritti fondamentali dei pazienti. Secondo Montanelli, infatti, la nostra epoca sarebbe dominata dal peccato dell'orgoglio scientifico e dal disprezzo per l'uomo, i cui effetti sono ravvisabili nelle aberrazioni compiute dai medici nazisti nei lager. Di questa ideologia si farebbe rappresentante anche il film La fossa dei serpenti, nella misura in cui esalta la figura e l'operato del medico psichiatra invece di rimarcare come questi – quando esplora l'inconscio della paziente e sottopone la sua mente a scariche elettriche – eserciti su di lei una violenza, in quanto la espropria di un diritto fondamentale, quale è il diritto d'impazzire. Lo psichiatra del film si comporterebbe sostanzialmente come il dottor Brandt dei campi di concentramento nazisti, condannato a Norimberga per la realizzazione di esperimenti medici sugli internati. A queste due figure Montanelli contrappone l'immagine bonaria e rassicurante del dottor Picozzo, il medico di famiglia consapevole dei propri limiti, che nella cura dei malati preferisce affidarsi a Dio piuttosto che alla scienza.
L'articolo suscitò reazioni immediate all'interno della comunità medica, profondamente scossa dal paragone fra manicomio e lager. Ugo Cerletti, presidente della Società italiana di psichiatria, lo qualificò come il prodotto "di un giornalismo becero e sensazionalistico, nonché semplificatorio e dannoso" (Passione 2007, 146).
Anche Cesare Musatti si mobilitò contro l'articolo di Montanelli, scrivendo una lettera aperta dal titolo Il diritto d'impazzire. La lettera, che non risulta sia stata pubblicata, è conservata nel Fondo Musatti. In essa Musatti avanza un'interpretazione psicoanalitica dell'articolo: a suo parere, Montanelli si sarebbe identificato inconsciamente con la paziente del film e con le vittime di Buchenwald, e ciò lo avrebbe condotto ad elaborare la figura dello psichiatra come di un nemico, un usurpatore della propria personalità interiore; da qui la sua denuncia generale dell'idolatria della scienza. A tale visione Musatti ribatte ricordando come, da un lato, il disprezzo verso l'uomo rappresenti un atteggiamento psichico – più precisamente una manifestazione nevrotica – che non è peculiare della scienza più di quanto lo sia di altri ambiti dell'attività umana. Dall'altro, egli sottolinea come in quel "diritto d'impazzire", che Montanelli invoca, si celi in verità una tentazione, profondamente radicata in ogni paziente nevrotico: la tentazione cioè di risolvere i propri conflitti interiori estraniandosi dalla realtà, vivendo di allucinazioni che rispondono al principio di piacere. Il "diritto dì impazzire", in altri termini, non sarebbe altro che la tendenza del paziente a scorgere nella fuga dalla realtà, nell'oblio, nell'annientamento di sé, la forma di soluzione della sua sofferenza. È questa tentazione che l'analista e lo psichiatra devono con ogni mezzo contrastare, appellandosi alla parte sana e razionale del paziente e procedendo all'esplorazione del suo inconscio. Paragonare la lotta che essi conducono contro di essa alla "bestiale violenza" esercitata dai medici nazisti nei lager significa dare della scienza "una macabra e grottesca caricatura". Non c'è per Musatti alcun antagonismo tra scienza e umanità, quando la prima sia condotta sotto la sorveglianza della critica e della ragione. L'obiettivo dell'analista e dello psichiatra deve essere la guarigione, e non la "fatale acquiescenza" ai desideri di morire o d'impazzire del paziente, che sono invece l'espressione dei suoi impulsi passionali e irrazionali.

Marina Manotta

Bibliografia

Babini, V.P. (2009). Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento. Bologna: Il Mulino.
Passione, R. (2007). Ugo Cerletti. Il romanzo dell'elettroshock. Reggio Emilia: Aliberti Editore.
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