Weiss psichiatra a Trieste

Quando nel 1919 Edoardo Weiss tornò nella sua città natale, Trieste, ormai trentenne, aveva già alle spalle una lunga esperienza. Dopo aver svolto l'analisi con Paul Federn, uno dei più fedeli collaboratori di Sigmund Freud, nel 1914 si era laureato in medicina a Vienna, dove aveva incontrato nelle aule universitarie – e sposato nel 1917 – Vanda Schrenger, di origine croata. Aveva inoltre partecipato alla prima guerra mondiale in qualità di ufficiale medico dell'esercito austro-ungarico.
A Trieste trovò subito un impiego come psichiatra ("medico secondario") nel reparto maschile del Civico Frenocomio "Andrea di Sergio Galatti", inaugurato da circa un decennio. Venne assunto il 4 ottobre del 1919 e vi rimase sino al 1929, anno in cui rassegnò le dimissioni.
All'epoca del suo arrivo, nell'ospedale giuliano imperava il modello organicista, anche se prevaleva un umanitarismo illuminato rispetto al diffuso custodialismo di matrice lombrosiana, ratificato dalla legge del 1904 sui manicomi e sugli alienati. Il direttore dell'Istituto era Luigi Canestrini, un luminare della psichiatria locale, celebrato dallo stesso Italo Svevo nella Coscienza di Zeno (1923). Alla morte di Canestrini, avvenuta nel 1926, dopo un breve interregno di Guglielmo de Pastrovich, subentrò Giovanni Sai, un medico dagli ideali riformisti, che però dovette scontrarsi con le pesanti limitazioni introdotte dal regime fascista, che gradualmente impose ai dipendenti pubblici, medici compresi, di iscriversi al partito e di italianizzare il loro cognome. Come vedremo, nella seconda metà degli anni venti anche Weiss risentì duramente dell'appesantirsi del clima politico.
Lo psichiatra triestino ha lasciato modestissime tracce epistolari del primo lustro trascorso nel manicomio cittadino. Nelle sue memorie e nel carteggio con Freud (Sigmund Freud as a consultant, 1970) non vi è alcun richiamo in merito; qualche informazione è reperibile, a partire dalla metà degli anni venti, soprattutto nelle lettere scambiate con Paul Federn e conservate nell'Archivio Weiss. È rimasta, invece, una ricca testimonianza clinica del suo passaggio ospedaliero: si tratta di oltre 340 cartelle cliniche, in gran parte consultate in una prima ricerca effettuata insieme ad Anna Maria Accerboni nel lontano 1985, e in parte frutto di una recente indagine negli archivi dell'ex ospedale psichiatrico triestino. Nel redigere le cartelle sanitarie, Weiss mantenne sempre una posizione fermamente neurologico-psichiatrica, seppur nobilitata da una grande vivacità descrittiva e da una raffinata cura nella ricostruzione anamnestica – prezioso lascito della nosologia fenomenologica francese. La sua già solida formazione psicoanalitica non emerge in alcuna pagina.
Del resto i neuropsichiatri di Trieste, laureatisi quasi tutti a Vienna, a Graz o a Berlino, pur conoscendo i saggi di Freud, li accolsero con diffidenza, diversamente da quanto avvenne nell'enclave culturale e letteraria cittadina, catturata dalle idee della novella scienza.
Weiss patì profondamente per l'isolamento cui fu condannato come psicoanalista dalla medicina ufficiale triestina. Ma, nonostante il conflitto umano e professionale che lo attanagliava, egli continuò a professare con rigore e competenza il mestiere di psichiatra. I direttori che si succedettero alla guida del frenocomio apprezzavano il suo operato e, ogni anno, gli rinnovavano il contratto ospedaliero, come testimoniato da altre carte amministrative custodite nell'Archivio di Stato di Trieste.
I biografi weissiani sostengono, però, che egli venne obbligato a licenziarsi nel 1927, anno in cui fu imposto ai dipendenti pubblici di iscriversi al Partito nazionale fascista e di italianizzare il proprio cognome, norme cui Weiss non avrebbe ottemperato. Egli stesso, nel noto carteggio con Freud, dichiarava: "Nel 1927 lasciai l'Ospedale psichiatrico di Trieste. In quel momento chiunque avesse una posizione ufficiale era obbligato ad iscriversi al Partito fascista ed io mi rifiutavo di aderirvi" (Weiss, 1970, p. 78).
Questo è un momento assai controverso e sfaccettato della biografia weissiana. La documentazione recentemente rinvenuta nell'Archivio di Stato di Trieste e l'epistolario con Paul Federn conservato nell'Archivio Weiss permettono infatti di definire in maniera più appropriata la complessa questione.
In realtà, infatti, la sua cartella personale rivela che nel 1927 Weiss non solo non venne indotto ad allontanarsi dal suo posto di lavoro, ma ricevette addirittura una promozione a "medico di sezione", motivata dal "lodevole servizio prestato fin dal 1919 quale medico secondario". Nell'agosto dello stesso anno usufruì inoltre del "suo regolare permesso estivo nel periodo dal 30 corr[ente] all'8 settembre, nel qual tempo egli ha da prendere parte ad un congresso di psicologia ad Innsbruck". Fu dunque puntualmente presente al Congresso di psicoanalisi, tenutosi nella città austriaca in autunno e svolse normalmente la sua attività per l'intero anno 1927 e per l'anno successivo, come attestato dalle numerose cartelle cliniche da lui compilate sino al dicembre 1928.
Edoardo Weiss lasciò l'ospedale solo negli ultimi giorni del gennaio 1929, come dimostrato dalla delibera della Provincia di Trieste, che accolse la richiesta di "rinuncia al posto di medico di sezione", da lui inoltrata all'inizio del 1929. Di questa richiesta di esonero non resta più traccia. Ignoriamo, quindi, le motivazioni da lui ufficialmente addotte.
Perché Weiss rassegnò le dimissioni? E per quale motivo, in Sigmund Freud as a consultant, riferì una data scorretta?
Potremmo sbizzarrirci in infinite ipotesi interpretative, ma quelle ritenute più ragionevolmente sostenibili sono insieme quella politica, già specificata da Weiss e confermata da una lettera a Federn del febbraio 1929, e quella più propriamente professionale, anche se intorno a questa faccenda permangono zone grigie e poco chiare, a tratti francamente contraddittorie.
Una missiva di Freud a Weiss del 10 aprile 1927, preceduta da una lettera di Weiss in cui il medico triestino si lamentava della scarsità di pazienti in analisi, pare emblematica. Le parole di Freud sono calde e sollecite: "Caro Dottore, La Sua lettera mi ha molto addolorato perché non sospettavo minimamente che Lei potesse trovarsi in difficoltà materiali. […] Per l'emigrazione, non posso che insistere nello sconsigliargliela. Si è malvisti dovunque e le difficoltà che si incontrano da straniero sono particolarmente grandi. […] In nessun posto le prospettive di affermarsi alla fine sono maggiori che in patria" (Weiss, 1970, pp. 78-79).
In Sigmund Freud as a consultant, Weiss introduce questa bella lettera di Freud lasciando intendere che le gravi "difficoltà materiali" dipendessero proprio dal recente abbandono del posto ospedaliero (1970, p. 78). Ma sappiamo ora dagli atti amministrativi rinvenuti che ciò avvenne molto più tardi. Perché questa apparente bugia?
Non ci è dato conoscere il preciso contenuto della lettera di Weiss, che tocca così nell'intimo Freud: forse non gli aveva parlato di licenziamento, ma più semplicemente del cruccio per gli insoddisfacenti rapporti con il mondo medico e per la scarsità di analisi in corso. Forse già progettava di lasciare il manicomio, perché oppresso dalle frizioni con i colleghi e dalle restrizioni legislative fasciste, e iniziava a preoccuparsi per un'eventuale carenza futura di mezzi pecuniari, che sarebbe inevitabilmente insorta, visti i pochi e mal paganti pazienti privati che allora aveva in trattamento. Ma queste sono solo ipotesi.
Il carteggio tra Edoardo Weiss e Paul Federn ci viene in soccorso nella ricostruzione di quel confuso periodo. Ecco una lettera scritta il 26 febbraio 1929 da Weiss al suo ex-analista, in cui lo informava di "novità" importanti: "Egregio Signor Dottore! […] Per quanto mi riguarda ci sono molte novità: 1) ora sono esclusivamente un libero professionista perché ho lasciato il mio impiego in manicomio. Per la mia nomina a primario mi è stata posta la condizione di cambiare il mio cognome (dato che ho un cognome tedesco). A quel punto ho preferito presentare le mie dimissioni […]. Provo anche una nostalgia struggente [Sehnsucht (Heimweh)] per Vienna; qui mi sento solo e di tanto in tanto mi assale la noia di vivere. Nessuna possibilità culturale, nessuna conoscenza, nessuna persona interessante" (Archivio Weiss).
Siamo nel febbraio 1929 e queste pagine concordano con il materiale amministrativo da poco scoperto, che colloca in quella data la chiusura dell'impiego istituzionale di Weiss. In tali righe si legge pure l'urgente desiderio di sbarazzarsi di un ambiente lavorativo percepito come profondamente frustrante.
Va aggiunto, inoltre, il crescente disagio di Weiss per un clima politico che si manifestava a Trieste in forme di nazionalismo particolarmente esasperate. Qui non si trattava (ancora) di reazioni antisemite, quanto dell'intolleranza verso le componenti slave (ricordiamo che Vanda, la moglie di Weiss, era di origine croata) e delle campagne per l'italianizzazione forzata dei cognomi.
L'impegno ideologico dei familiari – cui Weiss era molto legato – doveva inoltre esercitare qualche influenza sul giovane psichiatra e avere delle ripercussioni sull'ambiente nel quale viveva e lavorava. Il fratello maggiore, Ernesto, aveva aderito fin dal 1904 al Partito socialista e proprio per le sue idee fu allontanato dalla scuola superiore dove insegnava scienze naturali, in applicazione alle "leggi fascistissime" del 1925, che disponevano l'epurazione dei funzionari statali politicamente inaffidabili. Nonostante la naturale avversione per il fascismo, Weiss non si oppose mai ad esso con l'impavida temerarietà del fratello Ernesto. Il suo tiepido dissenso nei confronti del regime viene spiegato dagli storici come un necessario espediente per proteggere il suo progetto psicoanalitico e, negli anni trenta, le sue creature: la neonata Società psicoanalitica italiana e la Rivista di psicoanalisi.
La nuova lettura storica chiarisce, invero, che il rifiuto dello psicoanalista triestino di obbedire ai diktat delle "leggi fascistissime" gli costò molto caro, poiché dovette rinunciare non solo ad un prestigioso posto di primario ospedaliero, ma anche alla sicurezza di un introito mensile di tutto riguardo, che garantiva a lui e alla sua giovane famiglia, la quale intanto si era allargata con la nascita del secondo figlio, una buona tranquillità economica.
Nei due anni in cui rimase ancora a Trieste, Weiss si dedicò completamente alla psicoanalisi, ma il 13 settembre 1931 abbandonò per sempre la sua città natale, insieme alla famiglia, per trasferirsi a Roma. L'anno successivo rifondò nella capitale la Società psicoanalitica, che, com'è ben noto, nel 1925 era già stata istituita nominalmente da Marco Levi Bianchini a Teramo, e nel 1932 iniziò la stampa della Rivista italiana di psicoanalisi, organo ufficiale della Società.
Rifuggendo da ogni celebrazione agiografica, si ritiene che la recente ricostruzione documentale delle coraggiose posizioni "politiche" adottate da Weiss negli anni triestini consenta di offrire spunti di riflessione inediti sui tratti risoluti e sull'audace coerenza etica del fondatore della psicoanalisi italiana.
Concludiamo con le dolenti parole di una celebre epistola del 14 marzo 1949 inviata da Weiss – ormai da diverso tempo emigrato negli Stati Uniti – a Umberto Saba, il grande poeta che era stato da lui analizzato: "Caro Saba, […] La ho pensata con affetto e se trovassi una scorciatoia da Chicago a Trieste verrei a trovarla. Ma il pensiero di Trieste mi fa male – è come toccare una ferita che non vuole guarire" (Archivio Weiss).

Rita Corsa
21/02/2013

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Fonti archivistiche
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Archivio di Stato di Trieste, Prefettura. Generali, class. 3212/1919, b. 217; Archivio Ospedale Psichiatrico provinciale di Trieste, "Cartelle cliniche. Uomini, 1919-1929", bb. 320-332; ibid., "Cartella Personale di Edoardo Weiss", b. 920.
 
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