Giovanni Mercurio

Udine, 26 Marzo 1916 – Amstetten (Austria), 22 Aprile 1945

Biografia

Figlio di Sebastiano Mercurio e di Giulia Vida, si trasferì a Voghera al seguito del padre, manovale all’Officina ferroviaria, sull’onda dell’immigrazione veneta degli anni Trenta. Entrato in seminario, ne uscì e conseguì la maturità classica, seguita il 9 luglio 1942 dalla laurea in medicina, con una tesi sulla leucemia monocitica. Non sembra quindi che la psichiatria rappresentasse in quel primo momento il suo campo d’interesse.
Durante l’università militò nella Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI), passando poi nell’organizzazione dei Laureati cattolici. Il 18 agosto 1942, in attesa di sostenere l’esame di Stato, fu assunto come medico praticante provvisorio presso l’Ospedale neuropsichiatrico di Voghera. In quel momento risultava “regolarmente iscritto” al Partito nazionale fascista.
Nel gennaio 1943 si dimise, dichiarando di avere ottenuto un posto all’Ospedale civile di Udine, che gli avrebbe consentito di dedicarsi alla carriera cui aspirava, ma dal 1° marzo fu invece nuovamente assunto a Voghera e lo stesso mese sostenne l’esame di Stato.
Nell’agosto 1943 fu richiamato alle armi con il grado di tenente, ma l’amministrazione provinciale ottenne che la partenza fosse procrastinata, perché erano presenti in quel momento nell’ospedale psichiatrico, che ospitava mille ricoverati, soltanto due medici su sei, essendo gli altri sotto le armi.
Il 9 luglio 1944, la direzione informò l’amministrazione provinciale che Mercurio, allontanatosi il giorno 5 per una giornata di permesso, non aveva ancora ripreso servizio. Solo il successivo 1° agosto il vicedirettore Cesare Sassi informò la Provincia che risultava essere stato fermato il 6 luglio nel territorio di Varzi dal Comando di polizia germanico e trattenuto. Lo stesso Sassi era stato chiamato dal Comando, al quale aveva dovuto dichiarare che il giorno dell’arresto Mercurio era in permesso e non svolgeva mansioni per l’ospedale.
Gli atti ufficiali della Provincia di Pavia ritornano a occuparsi di lui solo il 19 luglio 1945, per registrare la notizia ufficiale della sua morte nel campo di concentramento di Mauthausen. Fermato il 6 luglio dalla Sicherheit di Voghera, fu tradotto alle locali carceri e successivamente in quelle di Pavia e di S. Vittore a Milano, per essere poi inviato in campo di concentramento a Bolzano e, infine, a Mauthausen, dove il 19 aprile morì per bronco-polmonite complicata da meningite terminale. Tessuti gli elogi del comportamento professionale e politico tenuto da Mercurio, in considerazione delle precarie condizioni economiche dei genitori, la Provincia decise di integrare la sottoscrizione già promossa tra i dipendenti dell’Ospedale con un sussidio di 10.000 lire. Finora è tutto ciò che è possibile desumere dagli atti conservati presso gli archivi storici dell’Università e della Provincia di Pavia.
Dalle fonti della memorialistica partigiana apprendiamo maggiori notizie sull’attività clandestina di Mercurio, che fu tutt’altro che marginale e occasionale, e sulla sua detenzione: dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Resistenza, entusiasta e impaziente di fare, tanto che a volte i compagni dovevano trattenerlo. Entrò in contatto con i primi partigiani di Giustizia e libertà (GL), militando nella divisione Masia con il nome di Mirko. Nella sua posizione di medico, forniva certificati che agevolavano gli esoneri, inviava medicinali e fogli di propaganda in montagna attraverso infermieri di fiducia e a volte saliva egli stesso sui monti sopra Varzi a prestare cure di emergenza. Attivò contatti con il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI) a Milano e con resistenti cattolici milanesi, in particolare Enrico Mattei e Achille Marazza, nonché con un gruppo di ex ufficiali guidati da Gino De Scalzi e legati a Ferruccio Parri (portò, tra l’altro, il primo finanziamento, 25.000 lire, a una formazione partigiana del Vogherese). Con altri sette compagni, al Cardazzo, presso Stradella, nel gennaio 1944 tentò di sottrarre il progetto per un aeroporto e di rapire un colonnello. Due mesi dopo, a Villamaggiore (Milano), partecipò a un’azione volta a far saltare l’impianto delle antenne della radio. Entrambe le azioni non ebbero successo. Il 6 luglio 1944, di ritorno da un incontro con formazioni GL, fu fermato alle porte di Varzi. Dichiarò di essere stato mandato per una visita di controllo a un malato dimesso da poco dall’ospedale psichiatrico, versione che purtroppo il direttore, non avvisato in tempo, non poté confermare. 
Il suo nome è ricordato a Voghera nella lapide dedicata ai caduti partigiani del Vogherese nella centrale via Ercole Ricotti e nel Sacrario partigiano all’interno del cimitero, oltre che dall’intitolazione di una strada cittadina. Per quanto a nostra conoscenza, fu il solo psichiatra ad avere pagato la sua partecipazione alla Resistenza con la vita.
 
Paolo Francesco Peloso
02/08/2018
 

Bibliografia

Antoninetti, G., & Perotti, A. (1976). Giovanni Mercurio (Mirko). In U. Alfassi Grimaldi (a cura di), Il coraggio del no. Figure e fatti della Resistenza nella provincia di Pavia (pp. 363-366)Pavia: Amministrazione provinciale.
Arrigoni, M.A., & Savini, M. (2005). Dizionario biografico della deportazione pavese. Milano: Unicopli, ad nomen.
Ceva, B. (1954). Tempo dei vivi 1943-1945. Milano: Ceschina, pp. 78 e 106-107.
Guderzo, G. (2002). L’altra guerra. Neofascisti, tedeschi, partigiani, popolo in una provincia padana: Pavia. Bologna: Il Mulino, pp. 358n e 395n.
Peloso, P.F. (2008). La guerra dentro. La psichiatria italiana tra fascismo e resistenza (1922-1945). Verona: Ombre corte, pp. 61-63.
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Venegoni, D. (2004). Uomini donne bambini nel lager di Bolzano. Una tragedia italiana in 7.809 storie individuali. Milano: Ass.ne Mimesis, p. 243.

Fonti archivistiche

Archivio Storico dell’Università degli Studi di Pavia, cartella Giovanni Mercurio.
Archivio Storico della Provincia di Pavia, Cartelle del Personale, Giovanni Mercurio.
Ringrazio la Dott.ssa Paola Scagnelli, responsabile dell’UO Protocollo e Archivio della Provincia di Pavia, e le Dott.sse Alessandra Baretta e Maria Piera Milani dell’Archivio Storico dell’Università degli Studi di Pavia per avere agevolato la consultazione del materiale utilizzato.
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