Ospizio Dufour

Collocato in via San Vittore 16-18 a Milano, l’Ospizio Dufour “per pazzi e mentecatti”, di proprietà della signora Maria Dufour e dei figli Giuseppe e Alessandro, fu aperto intorno al 1810 e affidato nel 1825 alla direzione del medico Luigi Riboni, affiancato a partire dal 1830 dal consulente Giovanni Strambio, che di lì a poco sarebbe stato nominato anche medico municipale presso l’Ufficio di sanità del Comune di Milano.
Già nel 1832 questo manicomio privato veniva descritto nella Guida di Milano come “situato in amenissima posizione”, dotato di “tutto ciò che dalla medica cura può essere giudicato opportuno ad ottenere la guarigione di questi infelici, come i bagni a vapore, la camera oscura, la macchina elettrica, […] il bigliardo, l’altalena, gli scacchi, il dominò, il pianoforte, e varj altri giuochi ed istromenti [che] servono loro di passatempo e di occupazione”. Quando un ammalato giungeva alla convalescenza, aveva a disposizione per distrarsi anche “frequenti passeggiate fuori dell’ospizio, il teatro, la lettura di libri ameni ecc.”.
Nel 1836, data la considerevole affluenza di pazienti, attirati dalla bellezza del luogo e “dall’esito felice di molte cure”, Giuseppe Dufour decise di ampliare e ammodernare l’edificio, costruendo una seconda palazzina per separare gli uomini dalle donne: oltre agli alloggi suddivisi secondo i “diversi gradi d’aberrazione mentale” e a tutti i rimedi che la scienza di allora riteneva utili per la “cura fisico-psichica” dei pazienti, l’ospizio era dotato di giardini autonomi, di “grandiose sale di ricreazione, giuochi, passatempi ed occupazioni d’ogni specie”. Dalla relazione compilata da Riboni in occasione dei lavori di ristrutturazione, sappiamo che vi era  anche una camera oscura, "coperta in tutte le sue pareti da cuscini in tela nera, con pavimento di legno inverniciato sul quale trovasi assicurato con grosse viti un letto di ferro, senz’angoli", destinato a quei ricoverati la cui forza durante il delirio diveniva "straordinaria". L’oscurità perfetta che si poteva ottenere in tale camera la rendeva "utilissima non solo ne’ casi di furore, ma ben anco in quelli di grave encefalite, nei quali la più languida luce serve di stimolo ai nervi ottici, e ne impedisce il più delle volte un esito felice". Sappiamo poi che vi era un bagno isolato "suggerito dal celebre Esquirol" in una visita all’Ospizio nel 1834, che essendo "praticabile in tutti i suoi lati, ed alquanto approfondato nel pavimento", veniva utilizzato "per immergervi i maniaci furenti". Nella stessa stanza una colonna d’acqua fredda o ghiacciata, "che dalla sommità del tetto cade con veemenza lungo un tubo di cuojo su quella parte dell’individuo balneante che credesi più opportuna" serviva "al così detto soffione, da tanti celebri autori decantato come utilissimo per indur calma ne’ maniaci". In una delle stanze del direttore figuravano infine "una macchina elettrica a due dischi, con batteria d’otto bottiglie di Leyden, ed altri oggetti ad essa attinenti; una seggiola a bracciuoli isolata, ed armata di cinte che serve per bagno elettrico, ed una Pila di Volta composta di cento lamine, che s’adopera in certi casi a preferenza della macchina per la facilità del di lei trasporto al letto d’un ricoverato; ed un deposito di medicinali per casi d’urgenza".
Pochi anni dopo, nel 1840, fu costruito nel piccolo manicomio privato anche un porticato interno, per consentire l’uscita all’aperto dei pazienti nei mesi invernali e nelle giornate piovose. Un apposito edificio accoglieva inoltre i convalescenti, che oltre alle occupazioni di carattere ludico e culturale avevano diritto anche a qualche “piacevole gita colla carrozza dell’ospizio”.
Insieme al direttore Riboni e al proprietario Giuseppe Dufour, dimoravano nella struttura un medico assistente (Francesco Corbetta a partire dal 1852), un ispettore e un’ispettrice (Carolina Bassi, moglie dello stesso Dufour), oltre a un numero considerevole di infermieri. Nel 1857 divenne medico consulente dell’ospizio il celebre psichiatra Andrea Verga, all’epoca direttore dell’Ospedale Maggiore di Milano. Non a caso il primo Rendiconto dei pazzi ricoverati nella struttura risale proprio al triennio 1857-1859 e fu pubblicato nell’Appendice psichiatrica, fondata dallo stesso Verga all’interno della Gazzetta medica italiana. Il Rendiconto rivelava la presenza di circa 80 degenti (tutti benestanti e per due terzi maschi), una media di circa 20 nuovi ricoveri all’anno e un 20% circa di guarigioni ottenute. I pazienti provenivano per la maggior parte dal territorio lombardo, ma vi era anche una discreta presenza di piemontesi, veneti, svizzeri e tirolesi. Le diagnosi più diffuse erano quelle di demenza, mania e melancolia.
Nel corso degli anni sessanta dell’Ottocento le uniche novità nella vita dell’istituto rilevate dalle Guide di Milano furono l’assunzione nel 1862 di un chirurgo maggiore, Cesare Fumagalli, e la presenza, a partire dal 1867, del meccanico ortopedico Ferdinando Baldinelli, fondatore dell’azienda ancora oggi esistente, celebre nella seconda metà dell’Ottocento per alcune realizzazioni innovative, tra cui la “poltrona-letto-lettiga” costruita nel 1880 per Giuseppe Garibaldi.
Nel giugno 1871 Verga ottenne la qualifica di direttore onorario, confermandosi di fatto come il vero punto di riferimento della struttura, anche se la direzione effettiva passò a Francesco Corbetta. La Guida di Milano specificava infatti che “le mansioni mediche” all’interno del “grandioso ospizio” erano affidate a Verga, il cui intervento significativo si vide anche nella crescita del manicomio, che già nel 1874, “in seguito a nuove costruzioni”, risultava “grandiosamente ampliato” e dotato di “appartamenti vasti signorilmente addobbati, e tali da poter soddisfare qualunque richiesta”. Al chirurgo Fumagalli fu affiancato il medico aggiunto Enrico Galli e l’amministrazione era tenuta dai comproprietari fratelli Francesco, Cesare e Giuseppe Dufour. Sempre intorno alla metà degli anni Settanta venne aggregata allo Stabilimento “una casa di campagna con giardino e ortaglia”, non lontana da Milano, alla quale si potevano inviare, d’accordo con i parenti, “ed a titolo di divagazione e cura morale, ammalati convalescenti, o tranquilli ed innocui”, debitamente assistiti e sorvegliati. Questa nuova casa di campagna garantiva inoltre allo Stabilimento “ogni genere di legumi, erbaggi, frutti e latticinj freschi della miglior qualità, e molto più confacenti alla salute degli ammalati”.
Intorno al 1880 Enrico Galli sostituì Corbetta alla direzione effettiva dell’istituto, mentre come medico aggiunto fu assunto Alcibiade Luzzani, sostituito qualche anno dopo da Leonardo Cova. Alla fine dell’Ottocento i medici che si susseguirono nell’istituto furono diversi, mentre la direzione effettiva passò nel 1889 al giovane psichiatra Federico Venanzio, il quale, alla morte di Verga nel 1895, divenne il vero punto di riferimento della struttura, che sul finire del secolo assunse il nome più moderno di “Stabilimento sanitario Dufour per le malattie mentali”.
Nel 1908 arrivò un nuovo direttore, Luigi Mongeri, sostituito due anni dopo da Cesare Zucchi; amministratore ed economo erano ancora Cesare e Giuseppe Dufour. Tra il 1910 e il 1914 furono assunti come medici aggiunti anche Attilio Boni e Alfredo Dufour. Le tariffe giornaliere dei ricoveri, in quegli anni del primo Novecento, variavano dalle 5 alle 10 lire e nel 1910 l’istituto compariva nella Guida di Milano sotto il nome di “Antico premiato Stabilimento sanitario Dufour per le malattie mentali”.
Non si conoscono i motivi della sua chiusura: probabilmente non riuscì a superare le difficoltà della guerra, poiché se ne perdono le tracce alla fine del primo conflitto mondiale.

Paola Zocchi
31/10/2016

Bibliografia

Spoglio, a cura di Simone Forte, della voce “Case di cura per pazzi e mentecatti” presente nei periodici L'interprete milanese ossia Guida per l'anno… (editore Visaj) dal 1823 al 1828; Utile Giornale ossia Guida di Milano per l'anno…, (editore Bernardoni) dal 1826 al 1846; Guida di Milano per l'anno… (editore Bernardoni, poi Savallo) dal 1847 al 1920.
Anonimo (1828). Ospizio di sanità, già Stabilimento Dufour in Milano. Gazzetta di Milano, 21 novembre, 1199-1202.
Anonimo (1843). Ospizio di sanità per la cura e custodia de’ pazzi a San Vittore al Corpo 2709, porta Vercellina in Milano. Gazzetta piemontese, 7 novembre, 254.
Riboni, L. (1860). Rendiconto dei pazzi ricoverati nel triennio 1857-58-59 nell’Ospizio di sanità, già Stabilimento Dufour, condotto e diretto dal dottore fisico Luigi Riboni. Gazzetta medica italiana. Lombardia, 2 aprile, 14, 109-111.

Fonti archivistiche

Civica Raccolta delle Stampe "Achille Bertarelli" di Milano, "Pianta topografica e prospetti dell’Ospizio di Sanità a S.Vittore Grande N. 2709 in Milano", INV. N. PV m 8-46 (si ringrazia Paola Redemagni per la segnalazione del documento, corredato da una relazione di Luigi Riboni datata 25 marzo 1836).
Civiche Raccolte storiche del Comune di Milano, Archivio Andrea Verga, b. 2, fasc. 119, Lettera di Francesco Dufour a Verga, Milano, 11 giugno 1871.

Fonte iconografica

Civiche Raccolte storiche del Comune di Milano, Archivio Andrea Verga, b. 2, fasc. 119, Lettera di Francesco Dufour a Verga, Milano, 11 giugno 1871.
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