Consultorio popolare di Niguarda (Milano)

«Accadde un fatto che mi colpì molto: Lorenza Mazzetti, presente al dibattito, a fine convegno mi venne a dire che la rivista sulla quale scriveva – che era Vie nuove – raccoglieva migliaia di lettere di operai che non volevano il neurologo, non volevano la mutua, non volevano la pillola, volevano qualcosa di diverso. A quel punto mi resi conto che dopo tutto, finché restavamo a dibattere intorno a un tavolo sul problema di Marx e di Freud non coglievamo quello che si potrebbe chiamare l’espressione di un bisogno di terapia nuova da parte delle masse […]. Nel ’67 e ’68 Giovanni Berlinguer mi ha incoraggiato a fare un tentativo per offrire la psicoterapia analitica, questo strumento non soltanto terapeutico ma eversivo, al contropotere operaio; smettendo quindi di offrire la psicoanalisi ai baroni della psichiatria per aprirla al proletariato […]».

Così lo psichiatra e psicoanalista Enzo Morpurgo ricorda le premesse che portarono alla nascita del Consultorio popolare di Niguarda, prima esperienza italiana di “(psico)analisi tra gli operai”. L’epoca, innanzitutto: siamo a metà degli anni Sessanta del Novecento, e alla Casa della cultura di Milano si sviluppa un serio dibattito su psicoanalisi e marxismo. Nonostante le differenze, infatti, il pensiero di Marx e quello di Freud avrebbero in comune l’obiettivo di liberare l’uomo attraverso la presa di coscienza della propria condizione. Così almeno la pensava lo psicoanalista – letto e citato più volte da Morpurgo – Wilhelm Reich, che di Freud fu allievo amato e avversato, il primo ad aver suggerito la possibile convergenza fra psicoanalisi e marxismo nell’Austria degli anni Venti. Ma, a dispetto della nobiltà dell’intento – la liberazione dell’uomo –, tale tentativo di conciliazione non convince né marxisti né psicoanalisti (lo stesso Reich ebbe, a suo tempo, non pochi problemi), e il dibattito milanese alla Casa della Cultura si esaurisce in fretta. Al convegno di poco successivo dal titolo Psicologia e marxismo, organizzato presso l’Istituto superiore di studi comunisti, la psicologia di cui si parla è solamente cognizione e percezione. Ma è qui che accade il fatto raccontato in apertura da Morpurgo: Lorenza Mazzetti, regista e scrittrice che in quegli anni tiene una rubrica a tema psicoanalitico sulla rivista del PCI Vie nuove, gli comunica il desiderio manifestato da migliaia di operai di essere curati “in modo diverso”. Di Marx e Freud, pensa allora Morpurgo, non ha senso continuare a parlare a tavolino. Perché marxismo e psicoanalisi – avrebbe specificato – non sono “discorsi”, ma “prassi trasformative”: occorre fare, dunque, praticamente (come Reich, del resto, aveva fatto aprendo ambulatori e consultori nei quartieri più popolari di Vienna e Berlino tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta).
È così che, ottenuto l’appoggio di Giovanni Berlinguer, Morpurgo decide di provare, non da solo naturalmente: ad affiancarlo, un gruppo di lavoro composto da una quindicina di persone e costituito da psicologi, psicoanalisti, filosofi, sociologi. Il quartiere milanese di Niguarda viene scelto perché abitato prevalentemente da operai di cultura comunista. Il gruppo frequenta il quartiere due volte a settimana per un anno, al fine di stabilire insieme un progetto condiviso: cultura specialistica e cultura di base devono incontrarsi. Il bocciodromo e i circoli degli operai sono i luoghi adibiti allo scopo. Ed è proprio “la base”, nel 1969, a mettere a disposizione il luogo per dar vita al Consultorio: uno spazio in un edificio della Cooperativa edilizia diventa la sede delle psicoterapie individuali e di gruppo, dei colloqui con i bambini, delle riunioni degli stessi operatori. Gli otto psicoterapeuti del Consultorio si rendono disponibili due o tre volte alla settimana, nelle ore serali, sempre a titolo gratuito. La psicoanalisi viene offerta non solo come strumento terapeutico, ma anche come strumento culturale, di conoscenza e di trasformazione sociale. Alla presenza anche di tantissimi studenti che accorrono alle riunioni, il gruppo discute problemi quali la necessità o il rifiuto del “lettino” (il cui utilizzo viene scartato per motivi politico-culturali), il numero delle sedute, il linguaggio da usare con pazienti di estrazione popolare. Si tratta quindi di rendere la psicoanalisi uno strumento alla portata di tutti, senza tuttavia venir meno ai suoi principi e al suo statuto scientifico.
A dispetto dell’entusiasmo iniziale, dopo cinque anni di attività, nel 1974 il Consultorio chiude i battenti, ufficialmente per mancanza di richieste di terapia e per un lento affievolirsi della partecipazione degli operatori. Va precisato che alcune persone erano state seguite anche per tutti i cinque anni in cui il Consultorio era rimasto aperto, e che questo aveva operato sempre in regime di autogestione: non aveva ricevuto cioè alcun aiuto né dalle istituzioni pubbliche, né dal Partito comunista.
 
Elisa Montanari
02/10/2015
 

Bibliografia

Curi Novelli, M. (1996). Il Consultorio di Niguarda: passione e ideologia nel progetto di Enzo Morpurgo. In: Voltolin, A. (a cura di), Elogio della psicoanalisi. Milano: FrancoAngeli.
Morpurgo, E. (1972). A proposito di un’esperienza di lavoro. Utopia, II (1), 10-14.
Morpurgo, E., Massucco Costa, A., Musatti, C., Manieri, F. (1973). L’esperienza di Niguarda. In: Psicoanalisi e politica. Milano: Feltrinelli.
Morpurgo, E. (1976) (con ). Marxismo e psicoanalisi. Roma: Newton Compton.
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