Massarotti: un pugliese a Milano nel primo dopoguerra

Nel 1919, dopo aver prestato servizio in guerra come capitano medico della Croce rossa italiana, lo psichiatra Vito Massarotti si trasferì a Milano, città di origine della moglie Rosa Pagani. L'impatto con il capoluogo lombardo e con lo stile di vita dei milanesi non fu però dei più felici. Nel manoscritto inedito della sua autobiografia, La tragedia di un galantuomo, conservato nel suo archivio presso l'Aspi – Archivio storico della psicologia italiana, Massarotti insisteva infatti lungamente sulle difficoltà professionali e sociali incontrate nell'inserirsi nella nuova realtà:

"Arrivai a Milano il 1 Marzo 1919 reduce dalla zona di operazione ove ero stato ininterrottamente dal 19 maggio 1915 […]. Non conoscevo che mia moglie, la mia piccola Nella e la Madonnina del Duomo. La grande città manifatturiera e commerciale in primo tempo mi impaurì. Passato da una vita di ospedali, di clinica e di studi e poi di guerra guerreggiata, non comprendevo il vertiginoso affannarsi degli uomini in cerca della ricchezza, mi infastidiva il linguaggio degli affari e dei guadagni che nei tram, nei caffè, nelle strade assilla e perseguita […]. Ero pieno di volontà di fare: ero pronto a qualsiasi lavoro della mia specialità. Mi rivolsi ai colleghi specialisti che restati sempre in città nulla avevano perduto e molto avevano guadagnato dall'assenza di noi al fronte. Mi conoscevano tutti per fama, mi furono cortesi nell'accoglienza, ma freddi, indifferenti direi ostili alle mie richieste di lavoro, né un'indicazione, né un consiglio tampoco un aiuto venne da essi. Quali amare riflessioni uscendo dai loro studi pieni di malati; quale ribellione contro l'ingiustizia umana. Né meno fredda l'accoglienza nei pubblici uffici ove regnavano i socialisti ed ove domandavano se si aveva la tessera senza la quale a nulla si aveva diritto" (cap. "A Milano 1919-1940", pp. 1-3).

In realtà non passò molto prima che Massarotti riuscisse a trovare un incarico a Milano, poiché fu ben presto nominato direttore del Reparto neuro-psichiatrico dell'Ospedale militare e successivamente del Centro neurologico del Corpo d'armata. Ottenuto il congedo militare nel gennaio 1920, prestò poi servizio come neurologo nell'Ambulatorio polispecialistico medico-chirurgico di piazza S. Giorgio. Nel giugno 1922 venne infine chiamato a dirigere la Sezione malattie nervose dell'Istituto sanitario "Giovanni Battista Palletta", fondato nel 1900 per iniziativa di una decina di medici milanesi in via Landolfo. Nel giro di poco tempo la sua impressione sulla Milano del primo dopoguerra cambiò, come la sua opinione sul milanese-tipo:

"Egli è diffidente verso il nuovo venuto, ma quando ne riconosce l'onestà, il desiderio di lavoro, la forza alla continuità di esso e l'ansia dell'arrivare, la sua diffidenza svanisce e si converte in fiducia assoluta, in cordiale sia pure rumorosa amicizia. Così accolto come sconosciuto, fui poi amato come amico al S. Giorgio".

In questi primi anni milanesi Massarotti ebbe la possibilità di conoscere alcune delle personalità più rilevanti della società scientifica dell'epoca. Numerosi illustri colleghi furono da lui incontrati, in particolare, durante il servizio presso l'Ambulatorio polispecialistico e l'Istituto Palletta, dove conobbe ad esempio "l'ex sindaco socialista di Milano, il buon [Angelo] Filippetti" (p. 13), medico di fama e dove fu "presentato al Senatore [Giovanni] Celoria, il grande astronomo". A proposito di quest'ultimo, Massarotti scriveva nella sua autobiografia:

"Era la prima personalità scientifica milanese che avvicinavo. Egli mi fu prodigo di cortesie e di incoraggiamenti. Ai miei propositi di studio e di lavoro osservava: «Lei come tutti quelli che vengono a Milano ha grandi progetti ideali che poi si sfrondano al cospetto delle necessità di lavoro per la vita della grande città ove si giunge facilmente a guadagnare, ma ove bisogna molto faticare per potersi dedicare agli studi ed alle ricerche. Io le auguro di essere più forte e più fortunato di altri». Egli vedeva nella serenità della sua tarda età giusto e mi diede un compendio della vita milanese degli studiosi che poi dovetti constatare per propria esperienza" (p. 6).

Un "altro maestro", che Massarotti conobbe tra gli anni venti e trenta del Novecento, fu Luigi Devoto, il fondatore della Clinica del lavoro, "la prima del mondo":

"Pioniere che ha saputo riaccendere la fiaccola del nostro Ramazzini, che primo indicò il lavoro come causa di specifiche malattie. Devoto viveva per la sua scuola e per i suoi discepoli, che sceglieva fra i molti, educava, elevava alle più alte vette della scienza e dell'insegnamento. Cesa-Bianchi, Preti, Izar, Perussia, Vallardi, Boveri e tanti altri furono da lui amorevolmente seguiti con affetto di maestro e difesi con la perspicacia del padre spirituale. Egli mi invitò ad occuparmi delle lesioni nervose in relazione al lavoro nella sua clinica dopo la morte del Boveri; ma altri impegni professionali me lo proibirono, ciò mi fu di grande dolore pur nella riconoscenza al maestro, che mi fu cionullameno amico ed incitatore" (p. 9).

Ebbe poi l'opportunità di frequentare e confrontarsi con il ginecologo Luigi Mangiagalli, che conobbe in occasione del difficile parto della moglie Rosa, colpita in gravidanza dall'influenza spagnola:

"Mangiagalli, conosciuto in circostanza così dolorosa, mi fu poi sempre amico ed incoraggiatore. Era un maestro ed un uomo di ferrea volontà, servito da grande ingegno e da una vivida fantasia. Fu un grande ostetrico-ginecologo, ma anche un avveduto uomo politico, un oculato amministratore, un fecondo creatore. Milano a lui deve fra l'altro gli Istituti clinici di perfezionamento, l'Istituto del Cancro, l'Università per dire delle maggiori" (p. 8).

Negli stessi anni, tra il 1920 e il 1940, Massarotti tenne a Milano numerose lezioni e conferenze, i cui contenuti sono in gran parte testimoniati dalla documentazione conservata in archivio (testi integrali degli interventi, minute, appunti o copie delle edizioni a stampa). Ebbe inoltre altri incarichi, tra cui nel 1922 la nomina ministeriale a membro della "Commissione di verifica degli ospedali psichiatrici e case di salute per le province di Pavia e di Bergamo", e nel 1923 la nomina della Deputazione provinciale a far parte della "Commissione per lo studio della istituenda Astanteria del Manicomio provinciale di Milano in Mombello".
Per svolgere quest'ultimo mandato, Massarotti si mise in contatto con Giuseppe Antonini, direttore del Manicomio dal 1911 al 1932 e convinto assertore della necessità di aprire la succursale per acuti ad Affori. Di Antonini si conserva in archivio un'interessante e lunga lettera del 3 luglio 1923 concernente proprio la "questione di Affori manicomio", che offre uno spaccato a tratti impietoso sulla difficile situazione del Manicomio di Mombello e sul suo progressivo e inesorabile affollamento a partire dalla fondazione fino alle emergenze della prima guerra mondiale.
Nel testo della lettera inviata a Massarotti, che si riporta qui sotto in versione integrale, Antonini illustra i gravi problemi causati fin dagli anni settanta dell'Ottocento dal trasferimento degli alienati dal vecchio manicomio urbano della Senavra alla nuova struttura di Mombello, decentrata nella campagna brianzola. Insiste infatti sul problema della distanza dalla città e dell'isolamento della nuova sede, fornendo al collega una sintesi delle discussioni suscitate all'epoca tra gli addetti ai lavori (i cosiddetti "tecnici"). Anche per quanto riguarda il grave problema del sovraffollamento, Antonini presenta i dati statistici che dimostrano l'inadeguatezza della struttura di Mombello, confrontando il caso lombardo con quello degli istituti tedeschi e dell'Alta Alsazia. Difende inoltre il proprio operato dagli attacchi dei detrattori che lo accusano di "megalomania spendereccia e imprevvidente", dimostrando di avere invece sempre agito nella più rigorosa economia affrontando solo le spese strettamente necessarie al risanamento del manicomio.

Paola Bianchi
23/05/2013

Lettera di Giuseppe Antonini a Vito Massarotti, 3 luglio 1923
(Fondo Vito Massarotti, Carteggio, Lettere a Massarotti, fasc. Antonini Giuseppe)

Io Le sono gratissimo che Ella abbia voluto interpellarmi e conoscere il mio pensiero sulla vecchia e dibattuta questione di Affori manicomio accettazione e cura acuti o Grande Astanteria che oggi dir si voglia, perché a discorrere di cose tecniche con un tecnico, ci si intende sempre meglio che coi profani, per quanto intelligenti, colti e benevoli possano essere. Ma oggi mi è tanto più gradito poterlo fare con Lei in quanto finora non ho potuto farlo con altri, perché della questione in esame non ho avuto campo di parlare cogli Amministratori, che di incidenza e superficialmente, presi come siamo stati tutti da più urgenti problemi ed immediati di riforme e riordinamenti, ad armonizzare il funzionamento Manicomiale a quelle nuove esigenze del bilancio che le condizioni finanziarie ed economiche della Nazione ci impongono.
Potrei farle una lunga ed ampia e particolareggiata relazione risalendo alla origine della sfortunata impostazione dell'assistenza degli alienati in Provincia di Milano che si è avuta intorno al Settanta, col trasferimento a Mombello del primo nucleo degli alienati dalla Senavra. Non voglio affliggerla di citazioni su questo punto, cioè dall'essere stata pregiudicata la questione coll'impianto della succursale di Mombello a 18 km da Milano, e per tanti anni staccata da ogni comunicazione diretta colla città, che ha sempre dato il maggior contingente al Manicomio; la rimando alla mia 2a relazione del settembre 1912, pubblicata dalla Deputazione Manusardi, dove sono documentate tutte le vicende e le critiche che già si muovevano, dagli stessi proponenti di Mombello Succursale alla Senavra, a farne di Mombello il vero Manicomio. Il Castiglioni infatti in una memoria, letta il 16 luglio 1868 (vede se la questione non è vecchia?), al R[egio] Istituto Lombardo di S[cienze] e L[ettere], rammentava che a Mombello si andava per un ripiego di una casa succursale per la Senavra, "non trattavasi qui né di costruzioni di nuovo fabbricato per Manicomio, né di programma ideale" e lo stesso Castiglioni nel '70 agitava la visione di un nuovo Manicomio a Desio, in località a pochi chilometri di un centro come Monza, e riunito con ampie comunicazioni.
E nel '72 il Biffi, dava parere nettamente sfavorevole per un progettato ingrandimento deputatizio a Mombello, con argomentazioni che sarebbero anche oggi opportunissime a sostegno dell'Affori. E le ho infatti esposte nella mia Relazione del '912. Ma vi ha di più: nel 1891 in occasione del VII Congresso Freniatrico in Milano, una Commissione composta di Raggi, Bonfigli, Virgilio, Marzocchi e Seppilli, si dichiarava contraria ad aumentare la potenzialità di Mombello (si prospettavano qui gli ampliamenti dei 6 padiglioni infelicissimi a nord ovest) e chiaramente patrocinavano la costruzione nuova di un Manicomio nelle vicinanze della città, cioè un asilo capace di 2 o 300 malati, che oltre ad offrire soccorsi pronti ed efficaci ai malati acuti, togliesse quell'anacronismo rappresentato dalla Sala Macchio.
E nel '91 si considerava già eccessivo il numero degli alienati concentrati in Mombello che era di 1200. Ed ora ne abbiamo 3200.
Vedrà dalle statistiche la perenne e continua progressione degli alienati. Che non è (me ne farà grazia almeno Lei della insinuazione) opera mia, se data dal 1891, e se fu generale in tutte le Provincie d'Italia.
E qui viene opportuno Le faccia presente subito una riflessione che la ponga in grado di considerare in blocco ma sicuramente la situazione dell'affollamento. Nel '91 la Commissione di alienisti parlava già di eccessivo ingombro in Mombello, si era dunque in pletora. Le costruzioni che si susseguirono coi diversi ampliamenti sempre voluti dall'Amministrazioni in contraddittorio col parere tecnico, furono nel '900 i 6 padiglioni Osservazione uomini e Cronici per 600 letti, i 4 della Pineta, così detti Padiglioni aperti nel '911, per poniamo pure ad abondantiam altri 550 letti, i quattro nel 1914, 3 nell'ortaglia ed Osservazione Vigilanza donne al massimo 400, avremo che il numero massimo di ricoverati a Mombello dovrebbe essere di 2750. Ed ho valutato la capacità dei locali molto rigidamente concedendo aree che dovrebbero essere adibite non a dormitori od infermeria, e quindi ad aumento di letti, ma a soggiorni, refettori, sale di lavoro. Tant'è vero che nella Pianta organica del 1904 si occupavano
letti 119 per gli agitati: 154 (al 3 luglio 923 letti occupati)
letti 258 Osservazione e Cronici (Semi I): 323
letti 120 Epilettici: 174
letti 160 Tranquilli: 141
letti 223 Tranquille: 276
letti 167 Semi Agitate: 200
letti 137 Epilettiche: 139
letti 136 Agitate: 184
letti 232 Osservazione e Cronici (Semi II): 312
[totale letti] 1552 + 4 [padiglioni] Pineta 520 + 4 [padiglioni] Ortaglia 400 = 2472
[totale pazienti] 1903 + 4 [padiglioni] Pineta 680 + 4 [padiglioni] Ortaglia 523 = 3106
locali che oggi sono rimasti nella loro cubatura e superficie immutati.

E i nuovi 4 Padiglioni costrutti colla base di funzionamento per 130 letti ne hanno 170 in media, e gli altri 4 dell'ortaglia si computavano in blocco come un aumento per altri 400 letti ne contengono invece 523.
E si è squalificato, lo si doveva ed era necessario perché quel fabbricato era una vergogna da far impallidire il ricordo della Senavra, ricordiamolo, i vecchi Semi-Agitati Uomini, calcolato al 1904 per 241 letti, per trasformarlo nella Casa di Lavoro, di cui solo si manteneva una piccola parte come locale di riserva, doveroso in tanto affollamento, e che oggi ho, d'innanzi alle esigenze del programma di economia e di raccoglimento, facilitato di buon grado venisse ad occuparsi coi reduci della succursale di Affori Villa Litta. Abolizione che noi possiamo ritenere possa costituire un opportuno ripiego di restrizione di bilancio, non già perché siano venute meno le ragioni di sfollamento di Mombello. Ma Affori, come vedrà, dall'unito riassunto dalle molteplici relazioni presentate e dalle pubblicazioni che ho fatto a sostegno, rappresenta ormai una direttiva che hanno accettate molte altre Provincie che hanno due e persino tre Manicomi, dei quali uno in città o prossimo alla città.
Nel 1913 io pubblicava un lavoro "Contributo allo studio del tipo edilizio manicomiale" allo scopo di presentare un materiale dimostrativo dell'alto grado raggiunto della tecnica manicomiale in alcuni centri della Germania, e ad opportuno richiamo dell'Amministrazione Provinciale, dovendosi presto risolvere il suo problema manicomiale, perché non si avesse a seguire il concetto tecnico personale della direzione, nella quale si poteva avere – e fui profetico – più o meno fiducia, a darle accreditamento per il suo passato di istauratore di Manicomi nuovi, ma perché con pagine che parlassero per bocca d'altri si riuscisse a persuadere coll'eloquenza che deriva dalle cifre e dai fatti la soluzione migliore.
E il Manicomio di Eglfing presso Monaco insegnava che con una popolazione di 1200 ricoverati (e progettato per 2000) veniva considerato in Germania come già uno a troppo forte popolazione. E con Mombello, allora già a 2600, io ne deducevo che una maggiore ipertrofizzazione non poteva portare alcun beneficio economico, perché si doveva, come si dovette provvedere ex novo ad ingrandimento di tutti i servizi generali, e non si risolveva il problema della città, che per Monaco è risulta [sic] dalla clinica di Kraepelin.
Che il Manicomio dell'Alta Alsazia a Rufach, in relazione alla questione di Milano, era posto vicino alla città industriale di Mülhausen per la quale serve da asilo urbano, come potrebbe essere precisamente Affori, e che è Manicomio ad alta accettazione, e che serve di vera osservazione e cura acuti, poiché scarica i cronici alla Casa di Härdt e ad un ospizio di Colmar. Che il Manicomio di Lüneburg, già considerato enorme, ha 1000 malati meno di Mombello, quantunque abbia un'area cinque volte maggiore e di trovi ad un quarto d'ora di tram dal centro della città.
Che la Casa di Salute di Marburg è invece il vero Manicomio urbano come vorremmo potesse diventar Affori.
Che in Sassonia non solo abbiamo la divisione fra cronici ed acuti, ma si esige uno speciale istituto per uno sdoppiamento degli stessi cronici.
E in una conferenza tenuta nel 1913 alla Sede dell'Ordine dei Medici della Provincia di Milano, portano l'esempio della coraggiosa deliberazione della Provincia di Udine, che ha risolto il problema dell'assistenza dei suoi alienati col Manicomio di accettazione e cura presso la città, che scarica i cronici nelle cinque succursali. E ad Udine, in quel S. Osvaldo che ha rappresentato un vero beneficio durante gli anni di guerra per la sua struttura moderna, per la sua ubicazione, ho esercitato per circa nove anni le mie funzioni direttive con una così stretta osservanza dell'economia e della parsimonia, che è davvero voluta e tendenziosa l'imputazione che mi si fa di megalomania spendereccia e imprevvidente. Del resto basta pensare alla retta del costo della giornata di Mombello con quello degli altri istituti ospitalieri di Milano per persuadersene. E poiché siamo in materia di imputazione, egregio collega, sappia che coloro che lamentassero le spese fatte a Mombello in seguito al mio piano di riforme, fognatura, latrine, pavimenti, serramenti, apparecchi sanitari, giardini, cortili, arredamenti, dimenticano a che cosa fosse ridotto nel '911 quando ebbi (debbo ora dire la disgrazia?) di venir nominato Direttore. La constatazione che nei primi tempi del mio soggiorno io venivo facendo delle condizioni in cui si trovava per l?enorme affollamento il Manicomio, mi rendevano dubbioso se per l'avvenire avrei potuto compiacermi di essere capo di questo istituto. Fortunatamente malgrado le incertezze sulla soluzione della questione di Affori le Amministrazioni tutte si resero conto che come era ridotto, per l'abbandono di tanti anni dalle riparazioni anche ordinarie, un Manicomio nello stato come l'ho ricevuto non poteva certo essere tollerato né per Milano né per Peretola, ed ora Mombello è presentabile; e nelle parti nuove o rifatte qualora fosse sfollato, è un manicomio decoroso. Ma se come spero verrà, e dovrebbe sentire il desiderio di farlo, a visitarlo, potrà ancora vedere qualche avanzo di padiglione, che non è stato riordinato, sempre per il pregiudizio di voler fare le cose a spizzico, e ritardare e rimandare le spese, lasciando peggiorare le condizioni, padiglione che non la potrà certo edificare per i pavimenti di vecchio e screpolato asfalto, per i serramenti in disordine, per gli scrostamenti degli stucchi, per l'insufficienza dei cortili, per il mobiglio insufficiente e rappezzato.
Oh! Avrei voluto vedere i nuovi Amministratori in visita ad un Mombello, che non fosse stato nella quasi totalità rifatto e ripulito in questi 10 anni, che attacchi avrebbero mosso alle passate Amministrazioni se le mie insistenze megalomaniche non le avessero spinte a compiere i lavori di riordinamento, e ne avessero ricevuto l'impressione che ne ebbi io nel '911!
Ed è proprio per questo senso che ora e Amministratori e alienisti e pubblico hanno, venendo a Mombello, di trovare che vi si può stare ottimamente (parlo dell'impressione superficiale e non dell'analisi particolareggiata che faccia risaltare l'affollamento e la costruzione, che non si può dire completamente moderna né di vero ospedale di cura, perché tutti i padiglioni nuovi risentono della subordinata prossima costruzione che si sarebbe poi fatta per gli scopi dell'accettazione e cura in Affori) è proprio per questo miglioramento di Mombello che mi sento tranquillo di non aver mal consigliato le Amministrazioni, e che non mi pento di quello che ho fatto, e che posso sorridere ed anzi gloriarmene delle ostilità di cui mi sento circondato, perché ho fatto spendere dei denari. Ella è medico e neuropatologo ed alienista, conosce il mondo psichiatrico, ed ha seguito la mia azione come direttore dal periodo della guerra. Ella può testimoniare quindi quale sia stata la mia alacrità e il mio fervore nell'opera di dirigente l'Ospedale Militare Psichiatrico, come mi sia nel periodo del bisogno piegato a sorpassare a tutte le esigenze, a dare ospitalità ad una massa imponente di profughe, a non creare imbarazzi, a sopportare l'enorme ipertrofizzazione di 3600 presenze a Mombello, di un Ospedale supplementare Militare di via Cesare Balbo, insomma a fare, come del resto era doveroso, ogni sforzo per mantenere alto il rendimento del mio modesto contributo in servizio dell'esercito; ma quello che si è potuto fare sotto la spinta di un bisogno in tempi di eccezione, sarebbe colpevole fosse portato come norma, per un assetto definitivo e di pace e prospettato per l'avvenire in cui la Nazione troverà certo il suo equilibrio e il suo assestamento, e tanto più grave sarebbe il dubitarne ora che tanti segni premonitori ce ne danno affidamento. Ella sa pure che la mia vita professionale mi dà il diritto di affermare che alla mia carica ed al mio ufficio dò tutta la mia attività, e che fra i Direttori di Manicomio sia fra i più lontani dall'utilizzazione personale del prestigio che può esser dato dal posto ufficiale, poiché la mia attività professionale extra ufficio si può considerare nulla.
Ella sa che dalla soluzione di Affori nessun vantaggio personale me ne può derivare, che ormai la mia giornata è verso sera e che del nuovo istituto non sarò certo io il titolare che ne godrà l'esercizio. Se io ho sostenuto e sostengo la necessità della Grande Astanteria in Affori è perché dallo studio spassionato del problema ho tratto la convinzione che quella fosse la soluzione più conveniente sotto tutti i rapporti per la Provincia di Milano, e dal lato tecnico e dal lato finanziario, guardando al futuro anche prossimo. Colla divisione che si verrà sempre più accentuandosi degli acuti dai cronici, l'Affori costituirà il nucleo più adatto allo studio ed alla cura dei malati mentali. Per ora non si sobbarcherà la Provincia gran che a spese di esercizio per tutti gli sdoppiamenti dei laboratori e mezzi di semeiotica e d'indagini perché vi si provvede col I° piano della direzione (vedi Roma S. Onofrio), e su questo potrà, e ne sarò ben lieto, interpellare il Prof. Cerletti, col quale su questo punto si è in accordo, e che la potrà rassicurare.
A sua disposizione per tutti gli schiarimenti che Ella vorrà, La ringrazio della sua cortesia nell'avermi interpellato e con la massima stima
dev.mo G. Antonini

Mombello, 3 luglio 1923

Fonte iconografica

Aspi Archivio storico della psicologia italiana, Università degli studi di Milano-Bicocca, Fondo Vito Massarotti.
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