Atavismo
Categoria grammaticale
Sostantivo
Genere
Maschile
Definizione
Da lat. atăvus ‘antenato’, da cui fr. atavisme (TLFi, 1838). Nell’originaria accezione biologica, introdotta dal botanico Antoine Nicolas Duchesne, il termine indica la ricomparsa, in un organismo, di uno o più caratteri posseduti da antenati remoti e rimasti a lungo latenti; più genericamente, il ritorno di un dato individuo a un tipo primitivo, o la somiglianza di questo a un suo lontano antenato. Nell’antropologia criminale di Lombroso, il termine indica la persistenza o ricomparsa di determinati caratteri somatici, psicologici e comportamentali risalenti a stadi primordiali dell’umano, come tali superati nel percorso evolutivo della specie.
Attestazioni d'autore
GRADIT, 1875 (Michele Lessona-Carlo A. Valle, Dizionario universale di scienze, lettere ed arti, Milano, F.lli Treves)
GDLI, 1888 (Achille Giovanni Cagna, Alpinisti ciabattoni, Milano, Galli)
Marenesi 1839
Mantegazza 1868
Lombroso 1869
A partire dagli studi di botanica e zootecnia della prima metà del secolo (cfr. ad es. la voce a lemma in Marenesi 1839), in area italiana il termine si diffonde a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento, legandosi alle complesse vicende dell’evoluzionismo nostrano e, in particolare, al dibattito sull’ereditarietà e sulla trasmissione di specifici caratteri nell’uomo. Nell’opera di Cesare Lombroso, cui in buona parte si deve la straordinaria fortuna del termine nel linguaggio scientifico e giornalistico (Bernardi 2022), l’atavismo è descritto per la prima volta in una sua nota memoria sulla pellagra (Lombroso 1869, 132: «Molte volte l’influenza dell’eredità, invece non si può rinvenire, perché l’atavismo sfugge alla debole attenzione, alla labile memoria del povero colono, ed è invece preponderante forse più che l’eredità paterna»); quindi nella raccolta divulgativa de L’uomo bianco e l’uomo di colore: «Come nel cretino e nello idiota gli scarsi segni di una intelligenza inferiore a quella degli animali, pure hanno un colorito affatto umano, così l’intelligenza delle scimie, per quanto inferiore nonché alla nostra a quella di molti bruti, pure si esplica con atti e gesti che tengono tanto dell’umano, che si direbbe l’uomo tuttora li riproduca per impulso ereditario, per atavismo» (Lombroso 1871, 144-145). Qui e, più compiutamente, nelle pagine de L’uomo delinquente (1876), momento fondativo della sua antropologia criminale, Lombroso recupera dunque – non senza ambiguità – un termine già presente nel linguaggio scientifico contemporaneo, facendone il fulcro della sua «teoria del comportamento criminale, del comportamento abnorme» (Frigessi 2000, 347) e naturalmente predisposto al crimine. Così, sotto la lente lombrosiana, i presunti caratteri atavici riscontrati nel corpo e nei comportamenti dei cosiddetti delinquenti nati diventano sintomi di un loro «ritorno psicologico all’antico», facendo di questi – con un’analogia di grande fortuna nel pensiero di secondo Ottocento – altrettanti «selvaggi viventi in mezzo alla fiorente civiltà europea» (Lombroso 1876, 108).
E tuttavia, nonostante le rivendicazioni di paternità di Lombroso, la teoria dell’atavismo, spesso e volentieri incrociata e confusa con quella della degenerazione (Morel 1857), circola negli scritti di parecchi antropologi e alienisti dell’epoca come ipotesi di “evoluzione regressiva” applicata al comportamento deviante, nel segno di «uno slittamento frequente dal confronto tra devianti di oggi e primitivi di ieri, all’affermazione d’un passato che ritorna e annulla le conquiste della civiltà» (Frigessi 2000, 348). Nella produzione scientifica di Paolo Mantegazza, il termine compare una prima volta già nel saggio Carlo Darwin e il suo ultimo libro (su The Variations of Animals and Plants under Domestication), un contributo della prima ora alla ricezione delle teorie darwiniane in Italia: «Più volte nel figlio credete trovare una contraddizione della legge d’eredità, e in lui non vedete cosa alcuna che rammenti il padre o la madre; egli vi sembra una nuova creazione: ma se lo esaminate più da vicino a un tratto leggete nel suo volto, nel suo atteggiamento, nel suo carattere qualcosa che era di qualche avo, di qualche suo antico progenitore. È un fatto assai più comune che non si creda generalmente, e che si trova così nelle piante come negli animali, come nell’uomo. Noi lo chiamiamo atavismo, i Francesi pas en arrière, i Tedeschi rückschlag o rück-schritt, gli Inglesi reversion o throwing back» (Mantegazza 1868, 88). Quindi ricorre, atavismo, nella lettera-recensione L’elezione sessuale e la neogenesi, pubblicata sempre dal medico monzese in risposta a The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex sul primo volume dell’«Archivio per l’Antropologia e la Etnologia» (Mantegazza 1871, 323, su cui Volpi 2020, 230), e nella successiva replica di Enrico Morselli dalle pagine della stessa rivista (Morselli 1873). Sulla questione dell’atavismo, lo stesso Mantegazza vorrà poi tornare in un saggio dedicato a Gli atavismi psichici (1888), rinfacciando a Lombroso (che reagirà con dispetto: Lombroso 1889) di aver confuso «nel modo il più grossolano la patologia con l’evoluzione progressiva», abdicando insomma dal tracciare una «distinzione netta e precisa fra un fenomeno psichico patologico ed un altro analogo di regressione atavica»: «L’australiano può mangiare i pidocchi, uccidere e mangiare il proprio figliuolo, rubare senza rimorso alcuno come l’idiota o come il delinquente, ma non è né l’uno né l’altro. La sua psicologia è normale, è fisiologica; mentre l’idiota appartiene sempre alla patologia. Il delinquente può essere un uomo malato o un uomo sanissimo e il suo delitto può appartenere ora alla patologia ed ora all’atavismo regressivo. Se l’idiota, se il delinquente, se l’australiano hanno moltissime somiglianze fra di loro è perché nell’albero umano tutti i rami bassi si toccano; così come si intrecciano fra di loro tutti i rami alti; ma eguaglianza di livello e comunanza di parecchi caratteri non vuol dire identità di natura e di origine» (Mantegazza 1888, 71-73). Le parole appena citate di Mantegazza permettono di rimarcare, in conclusione, una tra le più bieche implicazioni ideologiche al fondo del discorso atavistico. Infatti, se è vero che la complessa temperie evoluzionistica del secondo ’800 italiano «alimenta la visione di una non interrotta catena naturale che per via di successive trasformazioni unisce gli organismi più semplici ai più complessi, gli animali inferiori agli esseri umani» (Nicasi 1989, 367), tale visione gerarchica risulta valida a maggior ragione per gli stessi esseri umani, distinti tra i “rami bassi” e i sedicenti “rami alti” del processo evolutivo. Così, presso antropologi, sociologi e giornalisti di fine secolo, sempre più spesso la categoria di atavismo risulta impiegata come un vero e proprio strumento di discriminazione socio-razziale al servizio dell’uomo bianco e borghese e della sua volontà di potenza, finendo per abbracciare, in una, la brutalità selvaggia delle popolazioni non caucasiche, «il carattere degenerato e criminale delle popolazioni meridionali» (Frigessi 2000, 353) e la barbarie incarnata dal ceto sottoproletario dei grandi centri urbani.
Giacomo Micheletti
30/06/2025
GDLI, 1888 (Achille Giovanni Cagna, Alpinisti ciabattoni, Milano, Galli)
Marenesi 1839
Mantegazza 1868
Lombroso 1869
A partire dagli studi di botanica e zootecnia della prima metà del secolo (cfr. ad es. la voce a lemma in Marenesi 1839), in area italiana il termine si diffonde a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento, legandosi alle complesse vicende dell’evoluzionismo nostrano e, in particolare, al dibattito sull’ereditarietà e sulla trasmissione di specifici caratteri nell’uomo. Nell’opera di Cesare Lombroso, cui in buona parte si deve la straordinaria fortuna del termine nel linguaggio scientifico e giornalistico (Bernardi 2022), l’atavismo è descritto per la prima volta in una sua nota memoria sulla pellagra (Lombroso 1869, 132: «Molte volte l’influenza dell’eredità, invece non si può rinvenire, perché l’atavismo sfugge alla debole attenzione, alla labile memoria del povero colono, ed è invece preponderante forse più che l’eredità paterna»); quindi nella raccolta divulgativa de L’uomo bianco e l’uomo di colore: «Come nel cretino e nello idiota gli scarsi segni di una intelligenza inferiore a quella degli animali, pure hanno un colorito affatto umano, così l’intelligenza delle scimie, per quanto inferiore nonché alla nostra a quella di molti bruti, pure si esplica con atti e gesti che tengono tanto dell’umano, che si direbbe l’uomo tuttora li riproduca per impulso ereditario, per atavismo» (Lombroso 1871, 144-145). Qui e, più compiutamente, nelle pagine de L’uomo delinquente (1876), momento fondativo della sua antropologia criminale, Lombroso recupera dunque – non senza ambiguità – un termine già presente nel linguaggio scientifico contemporaneo, facendone il fulcro della sua «teoria del comportamento criminale, del comportamento abnorme» (Frigessi 2000, 347) e naturalmente predisposto al crimine. Così, sotto la lente lombrosiana, i presunti caratteri atavici riscontrati nel corpo e nei comportamenti dei cosiddetti delinquenti nati diventano sintomi di un loro «ritorno psicologico all’antico», facendo di questi – con un’analogia di grande fortuna nel pensiero di secondo Ottocento – altrettanti «selvaggi viventi in mezzo alla fiorente civiltà europea» (Lombroso 1876, 108).
E tuttavia, nonostante le rivendicazioni di paternità di Lombroso, la teoria dell’atavismo, spesso e volentieri incrociata e confusa con quella della degenerazione (Morel 1857), circola negli scritti di parecchi antropologi e alienisti dell’epoca come ipotesi di “evoluzione regressiva” applicata al comportamento deviante, nel segno di «uno slittamento frequente dal confronto tra devianti di oggi e primitivi di ieri, all’affermazione d’un passato che ritorna e annulla le conquiste della civiltà» (Frigessi 2000, 348). Nella produzione scientifica di Paolo Mantegazza, il termine compare una prima volta già nel saggio Carlo Darwin e il suo ultimo libro (su The Variations of Animals and Plants under Domestication), un contributo della prima ora alla ricezione delle teorie darwiniane in Italia: «Più volte nel figlio credete trovare una contraddizione della legge d’eredità, e in lui non vedete cosa alcuna che rammenti il padre o la madre; egli vi sembra una nuova creazione: ma se lo esaminate più da vicino a un tratto leggete nel suo volto, nel suo atteggiamento, nel suo carattere qualcosa che era di qualche avo, di qualche suo antico progenitore. È un fatto assai più comune che non si creda generalmente, e che si trova così nelle piante come negli animali, come nell’uomo. Noi lo chiamiamo atavismo, i Francesi pas en arrière, i Tedeschi rückschlag o rück-schritt, gli Inglesi reversion o throwing back» (Mantegazza 1868, 88). Quindi ricorre, atavismo, nella lettera-recensione L’elezione sessuale e la neogenesi, pubblicata sempre dal medico monzese in risposta a The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex sul primo volume dell’«Archivio per l’Antropologia e la Etnologia» (Mantegazza 1871, 323, su cui Volpi 2020, 230), e nella successiva replica di Enrico Morselli dalle pagine della stessa rivista (Morselli 1873). Sulla questione dell’atavismo, lo stesso Mantegazza vorrà poi tornare in un saggio dedicato a Gli atavismi psichici (1888), rinfacciando a Lombroso (che reagirà con dispetto: Lombroso 1889) di aver confuso «nel modo il più grossolano la patologia con l’evoluzione progressiva», abdicando insomma dal tracciare una «distinzione netta e precisa fra un fenomeno psichico patologico ed un altro analogo di regressione atavica»: «L’australiano può mangiare i pidocchi, uccidere e mangiare il proprio figliuolo, rubare senza rimorso alcuno come l’idiota o come il delinquente, ma non è né l’uno né l’altro. La sua psicologia è normale, è fisiologica; mentre l’idiota appartiene sempre alla patologia. Il delinquente può essere un uomo malato o un uomo sanissimo e il suo delitto può appartenere ora alla patologia ed ora all’atavismo regressivo. Se l’idiota, se il delinquente, se l’australiano hanno moltissime somiglianze fra di loro è perché nell’albero umano tutti i rami bassi si toccano; così come si intrecciano fra di loro tutti i rami alti; ma eguaglianza di livello e comunanza di parecchi caratteri non vuol dire identità di natura e di origine» (Mantegazza 1888, 71-73). Le parole appena citate di Mantegazza permettono di rimarcare, in conclusione, una tra le più bieche implicazioni ideologiche al fondo del discorso atavistico. Infatti, se è vero che la complessa temperie evoluzionistica del secondo ’800 italiano «alimenta la visione di una non interrotta catena naturale che per via di successive trasformazioni unisce gli organismi più semplici ai più complessi, gli animali inferiori agli esseri umani» (Nicasi 1989, 367), tale visione gerarchica risulta valida a maggior ragione per gli stessi esseri umani, distinti tra i “rami bassi” e i sedicenti “rami alti” del processo evolutivo. Così, presso antropologi, sociologi e giornalisti di fine secolo, sempre più spesso la categoria di atavismo risulta impiegata come un vero e proprio strumento di discriminazione socio-razziale al servizio dell’uomo bianco e borghese e della sua volontà di potenza, finendo per abbracciare, in una, la brutalità selvaggia delle popolazioni non caucasiche, «il carattere degenerato e criminale delle popolazioni meridionali» (Frigessi 2000, 353) e la barbarie incarnata dal ceto sottoproletario dei grandi centri urbani.
Giacomo Micheletti
30/06/2025
Bibliografia
Bernardi, Marco, Storia di una parola, la storia attraverso una parola. Il successo sociale delle categorie lombrosiane, in La devianza in Italia dall’Unità al fascismo. Discorsi e rappresentazioni, a cura di Id. e Fabio Milazzo, Milano, Biblion, 2022, pp. 19-47.
de Fazio, Debora, Cesare Lombroso e la lingua italiana. Psichiatria, etnologia, antropologia criminale nell’Italia di fine Ottocento, Galatina, Congedo, 2012.
Frigessi, Delia, La scienza della devianza, in Cesare Lombroso, Delitto, genio, follia. Scritti scelti, a cura di Ead., Ferruccio Giacanelli, Luisa Mangoni, Torino, Bollati Boringhieri, 2000 [1995], pp. 333-373.
Lombroso, Cesare, Studi clinici ed esperimentali sulla natura, causa e terapia della pellagra, Bologna, Tipi Fava e Garagnani, 1869.
Id., L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture sull’origine e le varietà delle razze umane, Padova, Premiata Tip. Editrice F. Sacchetto, 1871.
Id., L’uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie, Milano, Hoepli, 1876.
Id., Recensione a Prof. Paolo Mantegazza, Gli atavismi psichici, Firenze, 1888, in «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», vol. X, 1889, pp. 110-112.
Mantegazza, Paolo, Carlo Darwin e il suo ultimo libro, in «Nuova Antologia», vol. VIII, 1868, pp. 70-98.
Id., L’elezione sessuale e la neogenesi, in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», vol. I, 1871, pp. 306-325.
Id., Gli atavismi psichici, in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», vol. XVIII, 1888, pp. 69-82 (poi Firenze, Tip. dell’Arte della Stampa, 1888).
Marenesi, Ercole, Dizionario pittoresco della storia naturale e delle manifatture, vol. I, Milano, Borroni e Scotti, 1839.
Morel, Bénédict Auguste, Traité des dégénérescences physiques, intellectuelles et morales de l’espèce humaine, Paris, J.B. Baillière, 1857.
Morselli, Enrico, La Neogenesi. Lettera di Enrico Morselli al prof. Paolo Mantegazza, in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», vol. III, 1873, pp. 306-325.
Nicasi, Stefania, Atavismo: patologia di un ritorno, in Passioni della mente e della storia. Protagonisti, teorie e vicende della psichiatria italiana tra ’800 e ’900, a cura di Filippo Maria Ferro, Milano, Vita e Pensiero, 1989, pp. 363-371.
Volpi, Mirko, Mantegazza onomaturgo. Note lessicali su L’anno 3000. Sogno, in «Studi di Lessicografia Italiana», vol. XXXVII, 2020, pp. 213-235.
de Fazio, Debora, Cesare Lombroso e la lingua italiana. Psichiatria, etnologia, antropologia criminale nell’Italia di fine Ottocento, Galatina, Congedo, 2012.
Frigessi, Delia, La scienza della devianza, in Cesare Lombroso, Delitto, genio, follia. Scritti scelti, a cura di Ead., Ferruccio Giacanelli, Luisa Mangoni, Torino, Bollati Boringhieri, 2000 [1995], pp. 333-373.
Lombroso, Cesare, Studi clinici ed esperimentali sulla natura, causa e terapia della pellagra, Bologna, Tipi Fava e Garagnani, 1869.
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Id., Recensione a Prof. Paolo Mantegazza, Gli atavismi psichici, Firenze, 1888, in «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», vol. X, 1889, pp. 110-112.
Mantegazza, Paolo, Carlo Darwin e il suo ultimo libro, in «Nuova Antologia», vol. VIII, 1868, pp. 70-98.
Id., L’elezione sessuale e la neogenesi, in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», vol. I, 1871, pp. 306-325.
Id., Gli atavismi psichici, in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», vol. XVIII, 1888, pp. 69-82 (poi Firenze, Tip. dell’Arte della Stampa, 1888).
Marenesi, Ercole, Dizionario pittoresco della storia naturale e delle manifatture, vol. I, Milano, Borroni e Scotti, 1839.
Morel, Bénédict Auguste, Traité des dégénérescences physiques, intellectuelles et morales de l’espèce humaine, Paris, J.B. Baillière, 1857.
Morselli, Enrico, La Neogenesi. Lettera di Enrico Morselli al prof. Paolo Mantegazza, in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», vol. III, 1873, pp. 306-325.
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Volpi, Mirko, Mantegazza onomaturgo. Note lessicali su L’anno 3000. Sogno, in «Studi di Lessicografia Italiana», vol. XXXVII, 2020, pp. 213-235.