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Ebbrezza

Ebbrezza

Categoria grammaticale
Sostantivo
Genere
Femminile
Definizione
In quanto effetto degli “alimenti nervosi” sull'organismo umano, secondo Mantegazza l’ebbrezza di per sé «non è vizio, […] non è cinismo, […] non è abitudine, è gioia che vivifica e dà nerbo alle molle della vita» (Mantegazza 1871, 680).
Attestazioni d'autore
Paolo Mantegazza è anche ricordato come un pioniere della psicofarmacologia, in riferimento soprattutto alle sue ricerche cliniche sulle proprietà della foglia di coca (Erythroxylon coca), scoperta nel 1856 durante il soggiorno argentino e di cui ben presto diventerà un consumatore abituale. Già l’anno successivo, infatti, il giovane medico pubblica su un giornale locale un primo resoconto dedicato agli effetti della sostanza, così come sperimentati in prima persona (per la medicina dell’epoca, l’autosperimentazione era infatti una pratica piuttosto diffusa). Tornato in Italia nel 1858, dopo essersi assicurato l’arrivo di un carico di foglie precedentemente imbarcato a Buenos Aires, nell’estate dello stesso anno Mantegazza mette mano al progetto di una memoria scientifica espressamente dedicata alla coca, di cui prende a masticare quantitativi via via più ingenti, affidando alle pagine del suo diario una scrupolosa rendicontazione quotidiana dell’ebbrezza coccosa o coccale – come pure dei suoi effetti collaterali, che spesso lo lasciano prostrato e inerte: «La coca mi ha reso questa sera stupido come un allocco», appunterà nel Giornale della mia vita il 20 agosto 1858 (citato in Aimi 2010, 165). Nella seconda metà di settembre, quando il dosaggio quotidiano di coca ha ormai raggiunto un livello relativamente alto (fino, in un’occasione almeno, a 18 dramme, corrispondenti a 67,5 grammi), Mantegazza comincerà ad accusare addirittura «allucinazioni, delirio», e certo a questa altezza lo scienziato deve aver sviluppato una vera e propria forma di dipendenza dalla sostanza, se ancora il 24, pochi giorni prima di concludere la sua monografia Sulle virtù igieniche e medicinali della coca (Mantegazza 1859), confesserà alle pagine del suo Giornale: «Ho bisogno di un grande sforzo di volontà per resistere alla tentazione di ‘cocheare’ sempre fino alla morte» (in Aimi 2010, 167). In questo senso le osservazioni scientifiche di Mantegazza tengono conto del suo duplice ruolo di medico-consumatore, e uniscono perciò descrizioni obiettive degli effetti della sostanza sul ritmo cardiaco e sull’apparato gastro-intestinale con notazioni impressionistiche (e controverse) circa i suoi effetti euforizzanti e, a dire dell’autore, afrodisiaci. Dove questi mostra di discostarsi più spiccatamente dalla letteratura scientifica ed etnografica sul tema è però, soprattutto, nell’assimilazione dell’azione della coca a quella degli oppiacei, in ragione soprattutto di un profondo stato dissociativo accompagnato, in più occasioni, da visioni «terribili, piene di spettri, di cranii, di balli satanici e di strangolati» (Mantegazza 1859, 493). La critica si è giustamente interrogata sugli effetti incongruamente psichedelici descritti – non senza un certo compiacimento – da Mantegazza nella sua memoria sulla coca, dove spesseggiano architetture surrealiste ante litteram come «Una grotta di merletti attraverso la cui entrata si vede nel fondo una tartaruga d’oro seduta sopra un trono di sapone», o «Una scala di carta asciugante foderata di serpenti a sonagli dalla quale scendono saltellando conigli rossi dalle orecchie verdi» ecc. (Mantegazza 1859, 494-495). Di recente Aimi (2010, 172), anche tenendo conto della quantità di foglie consumata in media da Mantegazza e annotata nei suoi resoconti (relativamente modesta, benché sufficiente a sviluppare una dipendenza a tutti gli effetti), ha ipotizzato a proposito «una fortissima tendenza all’autosuggestione e/o una notevole ipersensibilità all’azione psicotropa delle droghe» da parte dello scienziato. Non è stato però notato come, da intellettuale nutrito (anche) di molta letteratura francese a lui contemporanea, con le sue descrizioni psichedeliche Mantegazza si inserisca, a suo modo, in un filone che trova in scrittori come Baudelaire, Gauthier, Nerval ecc. i suoi principali esponenti, e che basa le proprie fantasmagorie e rappresentazioni sinestetiche sugli effetti provocati nel soggetto dall’assunzione di sostanze propriamente allucinogene come, appunto, il dawamesk (estratto di haschisch) e l’oppio (Castoldi 1994).
Dopo la pubblicazione della ricerca sui prestigiosi «Annali Universali di Medicina», che frutterà al suo autore un primo vero riconoscimento internazionale, tanto da sollecitare più tardi l’interesse del giovane Sigmund Freud (Pireddu 2007), Mantegazza accantonerà i suoi interessi scientifici sulla coca, pur continuando a farne un uso più o meno regolare, fino al 1863, e pubblicando sull’«Igea» tra 1864 e 1866 una serie di note che sostanzialmente riprendono, senza approfondimenti di rilievo, i dati della monografia principale. Ma l’ambito delle sostanze psicoattive o alimenti nervosi (sintagma introdotto nel titolo dello studio sulla coca e rivendicato dallo stesso Mantegazza, cfr. Volpi 2020, 225) non cesserà di sollecitare la curiosità dell’antropologo, che a essi dedicherà buona parte del suo ricchissimo trattato in due volumi sui Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze (Mantegazza 1871), che dallo studio sulla coca del ’59 riprende e sviluppa quella che è da considerarsi una delle prime classificazioni delle droghe nel quadro del pensiero scientifico moderno, basata com’è su una tripartizione in alimenti alcoolici (a loro volta distinti in fermentati e distillati), alcaloidi (distinti in caffeici: caffè, tè, mate, guaranà ecc.; e narcotici: oppio, haschisch, coca, ayahuasca, tabacco ecc.) e infine aromatici (spezie). Lo stesso Mantegazza, rimarcando l’importanza di questa ricerca sulle sostanze “nervose” all’interno della sua opera, si vanterà di aver tracciato «una pagina della storia naturale del piacere» (Mantegazza 1871, 679), avendo per primo rivolto la sua curiosità di antropologo a quell’ebbrezza che è «un esaltamento delle potenze affettive o intellettuali, che ci porta molto all’insù e molto all’infuori dello stato ordinario delle nostre sensazioni; e che quasi sempre è accompagnato da piacere, almeno nei suoi primi gradi» (ivi, 185). Così il futuro della ricerca scientifica, conclude con ottimismo il sedicente apostolo del progresso, darà ai posteri «mille nuovi alimenti nervosi che vellicheranno loro i nervi e il cervello nei modi più svariati; e l’igiene li andrà piegando ai bisogni delle razze, delle età, delle costituzioni diverse. Il loro uso alterno e sapiente sarà una pagina delle più feconde dell’arte della vita, e la gioia sarà compagna della salute e della forza. […] L’ebbrezza, che non è vizio, che non è cinismo, che non è abitudine, è gioia che vivifica e dà nerbo alle molle della vita; e l’estetica degli alimenti nervosi andrà crescendo indefinita e instancabile, finché il nostro pianeta avrà pianta d’uomo che lo calpesti» (ivi, 680).

Giacomo Micheletti
30/06/2025
Bibliografia
Aimi, Antonio, Mantegazza e la coca: una ricerca da rivalutare, in Paolo Mantegazza e l’Evoluzionismo in Italia, nuova edizione, a cura di Cosimo Chiarelli e Walter Pasini, Firenze, Firenze University Press, 2010, pp. 163-175.
Castoldi, Alberto, Il testo drogato. Letteratura e droga tra Ottocento e Novecento, Torino, Einaudi, 1994.
Mantegazza, Paolo, Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale, «Annali Universali di Medicina», vol. CLXVII, fasc. 501, 1859, pp. 449-519.
Id., Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, 2 voll., Milano, Tip. Giuseppe Bernardoni e Libreria Brigola, 1871.
Pireddu, Nicoletta, Introduction. Paolo Mantegazza: A Scientist and His Ecstasies, in Paolo Mantegazza, The Physiology of Love and Other Writings, a cura di Ead., trad. di David Jacobson, Toronto-Buffalo-London, University of Toronto Press, 2007, pp. 3-53.
Samorini, Giorgio, Paolo Mantegazza (1831-1910): pioniere italiano degli studi sulle droghe, «Eleusis», vol. II, 1995, pp. 14-20.
Volpi, Mirko, Mantegazza onomaturgo. Note lessicali su L’anno 3000. Sogno, in «Studi di Lessicografia Italiana», vol. XXXVII, 2020, pp. 213-235.