Antropologia
Categoria grammaticale
Sostantivo
Genere
Femminile
Definizione
Composto di antropo- (dal greco άνθρωπος) e -logia (da λόγος), scienza che studia l’uomo nella sua dimensione morfologica, culturale, sociale ecc.
Attestazioni d'autore
Paolo Mantegazza è tradizionalmente considerato il “padre” dell’antropologia italiana, disciplina che trova la propria culla d’elezione nel clima culturale del neonato Regno di Italia e delle sue due prime capitali, Torino e Firenze, dove la dibattuta diffusione delle teorie darwiniane sull’origine dell’uomo dà avvio a una profonda opera di sprovincializzazione della cultura nazionale nel suo complesso.
Benché alcuni corsi fossero già stati istituiti presso le Facoltà di Lettere di alcuni atenei (ad es. a Pavia, con Giuseppe Vincenzo Giglioli, già nel 1860), l’assegnazione a Mantegazza di un insegnamento di Antropologia presso l’Istituto di Studi Superiori di Firenze, nel 1869, rappresenta il definitivo ingresso della disciplina, finalmente affrancata dall’originaria connotazione etico-filosofica, nel panorama accademico e scientifico nostrano. Nel breve giro di due anni, inoltre, Mantegazza fonderà anche il Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia e, assieme all’assiriologo Felice Finzi, la Società Italiana di Antropologia ed Etnologia e l’importante «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia» (1871): una serie di felici iniziative coronate, nel 1889, dall’apertura del Museo Psicologico (dedicato alle passioni e ai vizi dell’uomo), e che nell’insieme concorrono a quella istituzionalizzazione scientifica del sapere antropologico che oggi appare come uno dei più saldi contributi della lunga ed eclettica attività di Mantegazza organizzatore culturale.
Ma l’istituzione della cattedra fiorentina costituisce anche la scoperta, da parte di un medico fino ad allora noto soprattutto per le proprie ricerche in ambito fisiologico e patologico, della propria più autentica vocazione allo studio dell’uomo, attraverso un approccio genuinamente globale o, con un termine oggi in voga, “olistico”. Sarà infatti lo stesso Mantegazza, nella prolusione al proprio corso universitario, a sentenziare come il compito dell’antropologia sia quello di «assegnare il posto naturale all’uomo nella gerarchia delle creature vive, studiarne i mutamenti nel clima, nella razza, nel sesso, per l’alimento e la malattia, studiare le varietà, le razze e i tipi diversi dell’uomo, classificarli, indagare gli incrociamenti e gli ibridismi umani; analizzare l’uomo, definirne e misurarne le forze, studiare i bisogni fisici e morali nelle diverse razze, e d’ogni razza fare la storia naturale; tentare il disegno dei confini della perfettibilità umana» (Mantegazza 1871, 20-21).
Insieme naturalista e psicologo, dunque, per Mantegazza l’antropologo deve aspirare a indagare l’uomo nella totalità della sua «storia naturale» (ivi, 17), ben oltre le misurazioni craniologiche della frenologia e la registrazione delle apparenti anomalie somatiche dell’antropologia criminale, e aprirsi così ai contributi della psicologia comparata, dell’etnologia, della demologia ecc.
D’altra parte, l’impostazione materialistica, antimetafisica e antidogmatica del pensiero mantegazziano permette di chiarire l’atteggiamento fondamentalmente relativistico che informa la sua concezione dello studio dell’uomo, e che lo spinge a valorizzare, contro i rischi di ogni riduzionismo scientista, l’eccezionale variabilità dei singoli individui: «nulla è più diverso da un uomo quanto un uomo» (ivi, 22).
Va detto, tuttavia, che anche l’antropologia mantegazziana – in linea con il sistema di credenze, valori e ideologie che innervano l’antropologia fisica e, più in generale, il pensiero scientifico dell’età del positivismo – non può sfuggire a una visione fortemente gerarchizzata, come tale discriminatoria e razzista, dell’altro da sé e dei suoi attributi (fisici, psicologici, culturali, sociali ecc.), la cui diversità è di fatto assimilata a una sostanziale inferiorità di tipo evolutivo, come tale innata e irrimediabile. Basti rileggere, in questo senso, le numerose osservazioni etnografiche di prima mano contenute nelle scritture di viaggio che Mantegazza ha dedicato all’America Latina, alla Lapponia, all’India (ma anche alla Sardegna), la cui profusione di cliché esotistici e bozzetti estetizzanti è però compensata, almeno in parte, dall’aprirsi del soggetto osservatore a un senso della «pluralità come connessione e interazione» (Pireddu 2014, 132), sfilacciando così le ipoteche nazionaliste e colonialiste che gravano (e a lungo ancora graveranno) sul discorso antropologico.
Giacomo Micheletti
30/06/2025
Benché alcuni corsi fossero già stati istituiti presso le Facoltà di Lettere di alcuni atenei (ad es. a Pavia, con Giuseppe Vincenzo Giglioli, già nel 1860), l’assegnazione a Mantegazza di un insegnamento di Antropologia presso l’Istituto di Studi Superiori di Firenze, nel 1869, rappresenta il definitivo ingresso della disciplina, finalmente affrancata dall’originaria connotazione etico-filosofica, nel panorama accademico e scientifico nostrano. Nel breve giro di due anni, inoltre, Mantegazza fonderà anche il Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia e, assieme all’assiriologo Felice Finzi, la Società Italiana di Antropologia ed Etnologia e l’importante «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia» (1871): una serie di felici iniziative coronate, nel 1889, dall’apertura del Museo Psicologico (dedicato alle passioni e ai vizi dell’uomo), e che nell’insieme concorrono a quella istituzionalizzazione scientifica del sapere antropologico che oggi appare come uno dei più saldi contributi della lunga ed eclettica attività di Mantegazza organizzatore culturale.
Ma l’istituzione della cattedra fiorentina costituisce anche la scoperta, da parte di un medico fino ad allora noto soprattutto per le proprie ricerche in ambito fisiologico e patologico, della propria più autentica vocazione allo studio dell’uomo, attraverso un approccio genuinamente globale o, con un termine oggi in voga, “olistico”. Sarà infatti lo stesso Mantegazza, nella prolusione al proprio corso universitario, a sentenziare come il compito dell’antropologia sia quello di «assegnare il posto naturale all’uomo nella gerarchia delle creature vive, studiarne i mutamenti nel clima, nella razza, nel sesso, per l’alimento e la malattia, studiare le varietà, le razze e i tipi diversi dell’uomo, classificarli, indagare gli incrociamenti e gli ibridismi umani; analizzare l’uomo, definirne e misurarne le forze, studiare i bisogni fisici e morali nelle diverse razze, e d’ogni razza fare la storia naturale; tentare il disegno dei confini della perfettibilità umana» (Mantegazza 1871, 20-21).
Insieme naturalista e psicologo, dunque, per Mantegazza l’antropologo deve aspirare a indagare l’uomo nella totalità della sua «storia naturale» (ivi, 17), ben oltre le misurazioni craniologiche della frenologia e la registrazione delle apparenti anomalie somatiche dell’antropologia criminale, e aprirsi così ai contributi della psicologia comparata, dell’etnologia, della demologia ecc.
D’altra parte, l’impostazione materialistica, antimetafisica e antidogmatica del pensiero mantegazziano permette di chiarire l’atteggiamento fondamentalmente relativistico che informa la sua concezione dello studio dell’uomo, e che lo spinge a valorizzare, contro i rischi di ogni riduzionismo scientista, l’eccezionale variabilità dei singoli individui: «nulla è più diverso da un uomo quanto un uomo» (ivi, 22).
Va detto, tuttavia, che anche l’antropologia mantegazziana – in linea con il sistema di credenze, valori e ideologie che innervano l’antropologia fisica e, più in generale, il pensiero scientifico dell’età del positivismo – non può sfuggire a una visione fortemente gerarchizzata, come tale discriminatoria e razzista, dell’altro da sé e dei suoi attributi (fisici, psicologici, culturali, sociali ecc.), la cui diversità è di fatto assimilata a una sostanziale inferiorità di tipo evolutivo, come tale innata e irrimediabile. Basti rileggere, in questo senso, le numerose osservazioni etnografiche di prima mano contenute nelle scritture di viaggio che Mantegazza ha dedicato all’America Latina, alla Lapponia, all’India (ma anche alla Sardegna), la cui profusione di cliché esotistici e bozzetti estetizzanti è però compensata, almeno in parte, dall’aprirsi del soggetto osservatore a un senso della «pluralità come connessione e interazione» (Pireddu 2014, 132), sfilacciando così le ipoteche nazionaliste e colonialiste che gravano (e a lungo ancora graveranno) sul discorso antropologico.
Giacomo Micheletti
30/06/2025
Bibliografia
Barsanti, Giulio, Un “poligamo di molte scienze”. L’antropologia a tutto campo di Paolo Mantegazza, in Paolo Mantegazza, L’Uomo e gli uomini: antologia di scritti antropologici, a cura di Id. e Fausto Bargagli, Firenze, Polistampa, 2010, pp. 5-29.
Chiarelli, Cosimo, Pasini, Walter (a cura di), Paolo Mantegazza e l’Evoluzionismo in Italia, nuova edizione, Firenze, Firenze University Press, 2010.
Facchini, Fiorenzo, L’antropologia in Italia: nascita e sviluppo (fino alla metà del ’900), in «Rivista di Antropologia», 71, 1993, pp. 43-53.
Landucci, Giovanni, Darwinismo a Firenze. Tra scienza e ideologia (1860-1900), Firenze, Olschki, 1977.
Mantegazza, Paolo, Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, vol. I, Milano, Tip. Giuseppe Bernardoni e Libreria Brigola, 1871.
Pireddu, Nicoletta, Viaggi nell’alterità, musei della mente: Paolo Mantegazza tra reperti e ricordi, in Paolo Mantegazza. Dalle Americhe al Mediterraneo, a cura di Giampaolo Atzei, Alessandra G. Orlandini Carcreff, Tania Manca, Monaco, LiberFaber, 2014, pp. 123-135.
Chiarelli, Cosimo, Pasini, Walter (a cura di), Paolo Mantegazza e l’Evoluzionismo in Italia, nuova edizione, Firenze, Firenze University Press, 2010.
Facchini, Fiorenzo, L’antropologia in Italia: nascita e sviluppo (fino alla metà del ’900), in «Rivista di Antropologia», 71, 1993, pp. 43-53.
Landucci, Giovanni, Darwinismo a Firenze. Tra scienza e ideologia (1860-1900), Firenze, Olschki, 1977.
Mantegazza, Paolo, Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, vol. I, Milano, Tip. Giuseppe Bernardoni e Libreria Brigola, 1871.
Pireddu, Nicoletta, Viaggi nell’alterità, musei della mente: Paolo Mantegazza tra reperti e ricordi, in Paolo Mantegazza. Dalle Americhe al Mediterraneo, a cura di Giampaolo Atzei, Alessandra G. Orlandini Carcreff, Tania Manca, Monaco, LiberFaber, 2014, pp. 123-135.