Spostato
Categoria grammaticale
Aggettivo e sostantivo
Definizione
Participio passato del verbo spostare, impiegato in forma aggettivale e sostantivale con il significato traslato di ‘essere fuori dal proprio posto’, con accezione socio-economica, politica, psicologica.
Attestazioni d'autore
DELI, 1876 (Atti della Federazione Marchigiana-Umbra)
GDLI, agg. 1891 (Massaia), sost. 1894 (Carducci)
Uda 1859
Mantegazza 1879
La voce acquisì risonanza negli ambienti scapigliati di secondo Ottocento, in particolare a seguito della messa in scena, nel 1859, della commedia Gli Spostati di Michele Uda, poi edita a Milano nel 1861; l’autore, a sua volta, mutuava il titolo della sua opera da quello della commedia Les Déclassés (1856) – con déclassé che identifica (in relazione a persona o cosa) «Qui est sorti de la classe à laquelle elle appartenait jusque-là» (TLFi) – di Frédéric Séchard (Arrighi 1888: 49). Nella percezione di molti contemporanei spostato è sinonimo del più durevole scapigliato (Paccagnini 2003: 279), come attesta la recensione scritta dal critico Leone Fortis sull’«Almanacco del Pungolo» nel 1859, nella quale definiva la «gioventù intelligente» del suo tempo «scapigliata e spostata» e, interpretando in chiave psico-patologica i processi storici, scriveva: «I grandi movimenti convulsivi che spingono innanzi a scosse il progresso, non sono che stiramenti nervosi che fa una società, un popolo, una classe, per mettersi a posto» (Fortis 1859). Anche il lecchese Antonio Ghislanzoni, recensendo la commedia sulla «Lombardia» nel 1862, non mancava di interrogarsi sulla «nuova parola» e, conferendo un significato politico al termine (l’opera era stata scritta in un tempo in cui il Lombardo-Veneto era ancora sotto la dominazione austriaca), definiva la Spostatura e la Scapigliatura come «due sorelle» che «nascono dal dispotismo e crescono fra le anomalie e i disordini di una società mal costituita e peggio governata» (Ghislanzoni [1862] 1995).
La prima attestazione del termine che ci è stato possibile rintracciare nel corpus mantegazziano data al 1879, in una lezione di Antropologia tenuta presso l’Istituto di Studi Superiori di Firenze. In essa, riflettendo sul Codice penale austriaco e su quello sardo, e sulle sanzioni con cui essi colpivano i tentativi di suicidio, sollevando così la necessità di svolgere un’attività di prevenzione adeguata nelle classi popolari, l’antropologo affermava: «Ci occupiamo più del libro che del pane, e ciò crea molti spostati e semina molti dolori. Al disopra di ogni cosa e prima d’ogni cosa l’uomo ha ad occuparsi di esser sano, di avere il pane quotidiano e il letto in compagnia di un’altra creatura. Senza di ciò ogni altra gioia è inutile e impossibile a raggiungersi». È evidente, dunque, come nel suo discorso la sovrastimolazione nervosa – e lo stato patologico che ne consegue – rimandi qui all’imposizione dell’alfabetizzazione (la Legge Coppino era stata varata giusto due anni prima), che conduce, a suo parere, ad esiti tutt’altro che benefici per i «miserabili dell’officine» e i «miserabili della gleba» (Mantegazza [1879] 1989: 565). Al tempo in cui Mantegazza teneva il suo corso, il termine in esame aveva acquisito notevole risonanza in ambito politico: se negli ambienti delle organizzazioni operaie gli spostati venivano identificati con quei «molti giovani della borghesia […] che non seppero assoggettarsi alla castrazione di mente e di cuore a cui la società condanna chiunque vuol godere i suoi favori» (Atti [1876] 1964: 265) ed erano dunque percepiti come una risorsa politica importante, l’espressione assumeva invece una carica dispregiativa, in funzione antisocialista, in area liberale, dove si arriva a parlare di «piaga degli spostati» (Carpi 1887). Con quest’ultima espressione si alludeva alla crescente disoccupazione connessa all’allargamento delle maglie dell’istruzione e alla frequente tendenza, anche nelle famiglie di ceto modesto, a spingere i figli a proseguire gli studi per consolidare la propria posizione.
La voce ritorna ne Il secolo nevrosico per descrivere coloro che, preda di una sensibilità esasperata, non intendevano restare lì dove la natura li aveva collocati: «Se fra i tanti ispettorati, dei quali è irto il suolo della nostra cara e bella patria, ve ne fosse uno per giudicare quali cervelli sieno capaci di cingersi d’alloro e quali sieno invece nati per inghirlandarsi di salami e di mortadelle, quanti spostati di meno e quanti uomini felici di più!» (Mantegazza [1887] 1995: 57).
Il termine assume quindi particolare rilievo in Testa. Libro per i giovinetti, concepito come seguito e contraltare di Cuore di De Amicis, dove, per bocca del personaggio dello zio Baciccia – al quale Enrico, ormai al ginnasio, viene affidato per recuperare la salute perduta sul golfo della Spezia –, Mantegazza muove la sua critica agli «spostati»: coloro che decostruiscono la «perfetta eguaglianza tra il didentro e il difuori» (Mantegazza 1887: 128), tendendo a camuffare le tracce della propria appartenenza sociale e, in generale, quanti compiono scelte professionali non conformi alle proprie predisposizioni individuali, infrangendo l’ordine naturale.
Il termine spostato godette di ampia diffusione nella letteratura di fine secolo, come attesta il fiorire di altre commedie che, nel solco di Uda, furono intitolate sfruttando la carica di tale espressione (Gli spostati, commedia sociale in 4 atti di Augusto Dalla Casa del 1878 e Gli spostati, commedia in cinque atti di Vincenzo Forti, del 1884); oppure l’introduzione, in Piccole anime (1883) di Matilde Serao, del racconto Gli spostati e la pubblicazione di una raccolta di dodici novelle di Emma Perodi intitolata, appunto, Spostati. Scene della vita (1887); il dramma in dialetto meneghino Fœura de post (1893) di Cletto Arrighi, autore, peraltro, del capitolo I nuovi spostati del Ventre di Milano (1888); il romanzo Gli spostati. Scene contemporanee della vita (1893) del professore e regio ispettore scolastico Luigi Goretti.
Le riflessioni di Mantegazza sugli spostati, nelle quali le teorie di impronta darwinista e gli studi sullo squilibrio nervoso danno legittimazione alle sue convinzioni socio-politiche, in particolare per ciò che concerne la polemica contro la liberalizzazione dell’istruzione e l’emancipazione delle masse subalterne, influenzeranno in maniera manifesta un articolo del 1906 del senatore napoletano Giorgio Arcoleo – ex allievo di Francesco De Sanctis –, poi confluito in Forme vecchie, idee nuove (1909), intitolato appunto Spostati. In esso l’autore evidenzia i cambiamenti che il dilagare delle nevrosi – dettate da un sopravanzo di energia – ha provocato tanto sul piano socio-politico, quanto su quello letterario. Nell’epoca del positivismo gli «eroi» della classicità e gli «avventurieri» del romanticismo hanno lasciato il posto agli «spostati», di cui si fanno efficaci rappresentanti la «torva figura di Claudio, il protagonista dell’Oeuvre di Emilio Zola, l’infelice e sconsolato pittore» e i protagonisti de I vagabondi di Maksim Gorkij (Arcoleo [1906] 1909: 13-15).
Matilde Esposito
30/06/2025
GDLI, agg. 1891 (Massaia), sost. 1894 (Carducci)
Uda 1859
Mantegazza 1879
La voce acquisì risonanza negli ambienti scapigliati di secondo Ottocento, in particolare a seguito della messa in scena, nel 1859, della commedia Gli Spostati di Michele Uda, poi edita a Milano nel 1861; l’autore, a sua volta, mutuava il titolo della sua opera da quello della commedia Les Déclassés (1856) – con déclassé che identifica (in relazione a persona o cosa) «Qui est sorti de la classe à laquelle elle appartenait jusque-là» (TLFi) – di Frédéric Séchard (Arrighi 1888: 49). Nella percezione di molti contemporanei spostato è sinonimo del più durevole scapigliato (Paccagnini 2003: 279), come attesta la recensione scritta dal critico Leone Fortis sull’«Almanacco del Pungolo» nel 1859, nella quale definiva la «gioventù intelligente» del suo tempo «scapigliata e spostata» e, interpretando in chiave psico-patologica i processi storici, scriveva: «I grandi movimenti convulsivi che spingono innanzi a scosse il progresso, non sono che stiramenti nervosi che fa una società, un popolo, una classe, per mettersi a posto» (Fortis 1859). Anche il lecchese Antonio Ghislanzoni, recensendo la commedia sulla «Lombardia» nel 1862, non mancava di interrogarsi sulla «nuova parola» e, conferendo un significato politico al termine (l’opera era stata scritta in un tempo in cui il Lombardo-Veneto era ancora sotto la dominazione austriaca), definiva la Spostatura e la Scapigliatura come «due sorelle» che «nascono dal dispotismo e crescono fra le anomalie e i disordini di una società mal costituita e peggio governata» (Ghislanzoni [1862] 1995).
La prima attestazione del termine che ci è stato possibile rintracciare nel corpus mantegazziano data al 1879, in una lezione di Antropologia tenuta presso l’Istituto di Studi Superiori di Firenze. In essa, riflettendo sul Codice penale austriaco e su quello sardo, e sulle sanzioni con cui essi colpivano i tentativi di suicidio, sollevando così la necessità di svolgere un’attività di prevenzione adeguata nelle classi popolari, l’antropologo affermava: «Ci occupiamo più del libro che del pane, e ciò crea molti spostati e semina molti dolori. Al disopra di ogni cosa e prima d’ogni cosa l’uomo ha ad occuparsi di esser sano, di avere il pane quotidiano e il letto in compagnia di un’altra creatura. Senza di ciò ogni altra gioia è inutile e impossibile a raggiungersi». È evidente, dunque, come nel suo discorso la sovrastimolazione nervosa – e lo stato patologico che ne consegue – rimandi qui all’imposizione dell’alfabetizzazione (la Legge Coppino era stata varata giusto due anni prima), che conduce, a suo parere, ad esiti tutt’altro che benefici per i «miserabili dell’officine» e i «miserabili della gleba» (Mantegazza [1879] 1989: 565). Al tempo in cui Mantegazza teneva il suo corso, il termine in esame aveva acquisito notevole risonanza in ambito politico: se negli ambienti delle organizzazioni operaie gli spostati venivano identificati con quei «molti giovani della borghesia […] che non seppero assoggettarsi alla castrazione di mente e di cuore a cui la società condanna chiunque vuol godere i suoi favori» (Atti [1876] 1964: 265) ed erano dunque percepiti come una risorsa politica importante, l’espressione assumeva invece una carica dispregiativa, in funzione antisocialista, in area liberale, dove si arriva a parlare di «piaga degli spostati» (Carpi 1887). Con quest’ultima espressione si alludeva alla crescente disoccupazione connessa all’allargamento delle maglie dell’istruzione e alla frequente tendenza, anche nelle famiglie di ceto modesto, a spingere i figli a proseguire gli studi per consolidare la propria posizione.
La voce ritorna ne Il secolo nevrosico per descrivere coloro che, preda di una sensibilità esasperata, non intendevano restare lì dove la natura li aveva collocati: «Se fra i tanti ispettorati, dei quali è irto il suolo della nostra cara e bella patria, ve ne fosse uno per giudicare quali cervelli sieno capaci di cingersi d’alloro e quali sieno invece nati per inghirlandarsi di salami e di mortadelle, quanti spostati di meno e quanti uomini felici di più!» (Mantegazza [1887] 1995: 57).
Il termine assume quindi particolare rilievo in Testa. Libro per i giovinetti, concepito come seguito e contraltare di Cuore di De Amicis, dove, per bocca del personaggio dello zio Baciccia – al quale Enrico, ormai al ginnasio, viene affidato per recuperare la salute perduta sul golfo della Spezia –, Mantegazza muove la sua critica agli «spostati»: coloro che decostruiscono la «perfetta eguaglianza tra il didentro e il difuori» (Mantegazza 1887: 128), tendendo a camuffare le tracce della propria appartenenza sociale e, in generale, quanti compiono scelte professionali non conformi alle proprie predisposizioni individuali, infrangendo l’ordine naturale.
Il termine spostato godette di ampia diffusione nella letteratura di fine secolo, come attesta il fiorire di altre commedie che, nel solco di Uda, furono intitolate sfruttando la carica di tale espressione (Gli spostati, commedia sociale in 4 atti di Augusto Dalla Casa del 1878 e Gli spostati, commedia in cinque atti di Vincenzo Forti, del 1884); oppure l’introduzione, in Piccole anime (1883) di Matilde Serao, del racconto Gli spostati e la pubblicazione di una raccolta di dodici novelle di Emma Perodi intitolata, appunto, Spostati. Scene della vita (1887); il dramma in dialetto meneghino Fœura de post (1893) di Cletto Arrighi, autore, peraltro, del capitolo I nuovi spostati del Ventre di Milano (1888); il romanzo Gli spostati. Scene contemporanee della vita (1893) del professore e regio ispettore scolastico Luigi Goretti.
Le riflessioni di Mantegazza sugli spostati, nelle quali le teorie di impronta darwinista e gli studi sullo squilibrio nervoso danno legittimazione alle sue convinzioni socio-politiche, in particolare per ciò che concerne la polemica contro la liberalizzazione dell’istruzione e l’emancipazione delle masse subalterne, influenzeranno in maniera manifesta un articolo del 1906 del senatore napoletano Giorgio Arcoleo – ex allievo di Francesco De Sanctis –, poi confluito in Forme vecchie, idee nuove (1909), intitolato appunto Spostati. In esso l’autore evidenzia i cambiamenti che il dilagare delle nevrosi – dettate da un sopravanzo di energia – ha provocato tanto sul piano socio-politico, quanto su quello letterario. Nell’epoca del positivismo gli «eroi» della classicità e gli «avventurieri» del romanticismo hanno lasciato il posto agli «spostati», di cui si fanno efficaci rappresentanti la «torva figura di Claudio, il protagonista dell’Oeuvre di Emilio Zola, l’infelice e sconsolato pittore» e i protagonisti de I vagabondi di Maksim Gorkij (Arcoleo [1906] 1909: 13-15).
Matilde Esposito
30/06/2025
Bibliografia
Arcoleo, Giorgio, Spostati (1906), in Id., Forme vecchie, idee nuove, Bari, Laterza, 1909, pp. 79-119.
Arrighi, Cletto, I nuovi spostati, in Il Ventre di Milano. Fisiologia della capitale morale per cura di una società di letterati, Milano, Aliprandi, 1888, pp. 49-53.
Atti della Federazione Marchigiana-Umbra dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. La Commissione di propaganda a tutte le Sezioni e Nuclei della Federazione medesima (Il Martello, Fabriano, 9 settembre 1876), in Pier Carlo Masini (a cura di), La Federazione italiana dell'Associazione internazionale dei lavoratori. Atti ufficiali 1871-1880, Milano, Edizioni Avanti!, 1964, pp. 264-266.
Carpi, Leone, Gli Spostati, in «Gazzetta Ferrarese», XL, 3, 1887.
Fortis, Leone, La Spostatura, in «Almanacco del Pungolo», 1859, citato in Michele Uda, Gli Spostati, commedia in 5 atti, Milano, Libreria di Francesco Sanvito, 1861, pp. 8-10.
Ghislanzoni, Antonio, Corriere di Milano. “Gli spostati” di Michele Uda. Commedia in quattro atti, in «La Lombardia», 28 febbraio 1862, citato in L’operosa dimensione scapigliata di Antonio Ghislanzoni, Atti del Convegno di studio svoltosi a Milano, a Lecco, a Caprino Bergamasco nell’autunno 1993, Milano, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano; Lecco, Associazione Giuseppe Bovara, 1995, pp. 107-108.
Mantegazza, Paolo, Testa. Libro per i giovinetti, Milano, Treves, 1887.
Id., Lezioni di Antropologia, vol. II, Corsi 1879-1910, Firenze, Società Italiana di Antropologia e Etnologia, 1989.
Id., Il secolo nevrosico (1887), prefazione di Bruno Maier, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1995.
Paccagnini, Ermanno, Scapigliatura: avventure di una parola, in «Parlar l’idioma soave». Studi di filologia, letteratura e storia della lingua offerti a Gianni A. Papini, a cura di Matteo M. Pedroni, Novara, Interlinea, 2003, pp. 275-298.
Arrighi, Cletto, I nuovi spostati, in Il Ventre di Milano. Fisiologia della capitale morale per cura di una società di letterati, Milano, Aliprandi, 1888, pp. 49-53.
Atti della Federazione Marchigiana-Umbra dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. La Commissione di propaganda a tutte le Sezioni e Nuclei della Federazione medesima (Il Martello, Fabriano, 9 settembre 1876), in Pier Carlo Masini (a cura di), La Federazione italiana dell'Associazione internazionale dei lavoratori. Atti ufficiali 1871-1880, Milano, Edizioni Avanti!, 1964, pp. 264-266.
Carpi, Leone, Gli Spostati, in «Gazzetta Ferrarese», XL, 3, 1887.
Fortis, Leone, La Spostatura, in «Almanacco del Pungolo», 1859, citato in Michele Uda, Gli Spostati, commedia in 5 atti, Milano, Libreria di Francesco Sanvito, 1861, pp. 8-10.
Ghislanzoni, Antonio, Corriere di Milano. “Gli spostati” di Michele Uda. Commedia in quattro atti, in «La Lombardia», 28 febbraio 1862, citato in L’operosa dimensione scapigliata di Antonio Ghislanzoni, Atti del Convegno di studio svoltosi a Milano, a Lecco, a Caprino Bergamasco nell’autunno 1993, Milano, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano; Lecco, Associazione Giuseppe Bovara, 1995, pp. 107-108.
Mantegazza, Paolo, Testa. Libro per i giovinetti, Milano, Treves, 1887.
Id., Lezioni di Antropologia, vol. II, Corsi 1879-1910, Firenze, Società Italiana di Antropologia e Etnologia, 1989.
Id., Il secolo nevrosico (1887), prefazione di Bruno Maier, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1995.
Paccagnini, Ermanno, Scapigliatura: avventure di una parola, in «Parlar l’idioma soave». Studi di filologia, letteratura e storia della lingua offerti a Gianni A. Papini, a cura di Matteo M. Pedroni, Novara, Interlinea, 2003, pp. 275-298.