Lettera del giornalista e sociologo Camillo Pellizzi (1896-1979) al prozio Giulio Cesare Ferrari (3)

Pisa, 29 dicembre 1925

Carissimo Zio [1],
grazie della tua lettera, e scusami per tutte queste noie. Riprendo la numerazione:
I) Va bene per la Rubasceff [2]; non riesco a decifrare il suo indirizzo bolognese; vorresti ripeterlo?
II) Non vorrei infliggerti l'articolo se non s'intona alla Rivista. Il titolo potrebbe essere: "La persuasione nel processo scientifico". Del resto non è ancor pronto, e chissà quando lo sarà.
III) Lo Zanichelli ha in catalogo un'intera serie di pubblicazioni critico-letterarie, degli autori e tipi più disparati. Il mio lavoro potrebbe tenere fra 200 e 250 facciate in 16°; avrebbe il titolo Dal Carducci a noiforse una prefazione del Gentile; conterrebbe uno studio originale che dà titolo al libro; poi una serie di lavori critici sui contemporanei: Papini, Panzini, Pirandello, Rosso di san Secondo, e due o tre inglesi. Sarebbe pronto in aprile, per uscire entro giugno.
Io conto restar qui fino al 7 o 8 gennaio. Grazie, e saluti carissimi a te a ai tuoi.
Tuo
Camillo Pellizzi
 
[1] Ferrari era in realtà il prozio di Camillo Pellizzi, il quale era figlio dello psichiatra Giovanni Battista Pellizzi e di Amelia Sarteschi. Quest'ultima era a sua volta figlia della sorella di Ferrari, Selene, e di Giovanni Battista Sarteschi.
[2]  Elisabetta Rubasceff, autrice, qualche anno più tardi, del volume "La Russia tra due regimi", Milano, Alpes, 1929.
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