Il modello medico-psico-pedagogico nel secondo dopoguerra a Firenze

In un periodo ancora dominato dai drammi della guerra, occorrevano specialisti in grado di affrontare i traumi psicologici prodotti sui più piccoli dal secondo conflitto mondiale. Nel 1947, sulla rivista Il lavoro neuropsichiatrico, Giovanni Bollea spiegava cosa fossero, a cosa servissero e come funzionassero i centri medico psico-pedagogici – il prefisso psico fu in realtà aggiunto in Italia due anni dopo –, con un’equipe di psichiatri, psicologi e assistenti sociali.
I riferimenti erano la Francia, la Svizzera, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, mentre “tradizionalista e arretrata” appariva spesso la psicologia italiana, ancora incapace di uscire dal recinto psicotecnico nel quale era entrata con il fascismo. Dopo tanta autarchia, il risultato era un vuoto di saperi e di risorse umane, nel quale si dibattevano gli stessi psicologi che avevano fiancheggiato il regime. Nell’università pubblica, dove si sarebbe dovuto fare formazione e ricerca, le difficoltà erano lampanti: la psicologia aveva appena una cattedra, a Roma; dal 1938 la psichiatria ovunque stava sotto la neurologia, spesso chiusa a nuovi approcci, come a Firenze lamentava Giovanni Jervis, allora studente di medicina. Peggio ancora per la psichiatria dell’infanzia, di cui in Italia non esisteva ancora una specializzazione: solo nel 1959 si ebbe la Scuola di perfezionamento a Roma, poi a Pisa; nel ‘63 la prima cattedra a Messina.
Tuttavia il modello medico-psico-pedagogico si stava diffondendo. Firenze fu tra le città che in Europa ospitarono le Semaines internationales d’étude pour l’enfance victime de la guerre (SEPEG). Si tennero nel maggio 1947, organizzate dalla pedagogista Maria Venturini e da Anna Ciampini, la prima assessore donna del Comune di Firenze; vi parteciparono lo psichiatra Gino Simonelli, il docente di psicologia Alberto Marzi, Bruno Borghi, professore di patologia generale, e vari esperti dall’estero, tra cui Lucien Bovet, Jacques Bourquin, Oscar Forel.
C’era molto da fare. A partire da quell’antesignano Istituto “Umberto I” per “l’infanzia anormale”, che a Firenze esisteva dal 1899 e dove nel 1946 arrivò Sergio Levi, che ne ebbe la direzione per vent’anni, e che molto si sarebbe impegnato, con Bollea, per la neuropsichiatria in Italia. Specializzato in pediatria nel 1935, Levi aveva lavorato come assistente volontario di Carlo Comba e di Cesare Cocchi nella Clinica pediatrica fiorentina, finché nel 1938 era stato espulso in quanto ebreo. Rifugiatosi in Svizzera, quando era tornato a Firenze nel 1945 non aveva trovato alcuno spazio per riprendere la carriera accademica. Perciò Cocchi lo aveva proposto per l’Umberto I.
Levi lo riorganizzò radicalmente, su vari livelli: ambulatoriale, diagnostico e terapeutico, pedagogico, psicologico e di reinserimento sociale. Forniva inoltre consulenze per le scuole elementari cittadine e per vari enti pubblici, tra cui l’Istituto per le applicazioni della psicologia del Comune di Firenze che Alberto Marzi dirigeva dagli anni Trenta con molti collaboratori.
Oltre alle maestre dell’annessa Scuola magistrale ortofrenica, attiva da vent’anni, all’Istituto medico-psicologico collaboravano le diplomate della Scuola di servizio sociale, sorta nel gennaio 1947, per iniziativa di un gruppo di docenti universitari. All’inizio la Scuola formava esperti del lavoro, dal ‘49 anche assistenti sociali (con un crescendo di iscritte donne) cui insegnavano il pedagogista Giovanni Calò, lo psicologo Marzi e lo stesso Levi, con le sue Lezioni di psicopatologia e igiene mentale dell’età evolutiva (Firenze 1953 e 1955).
alla fine degli anni Cinquanta, anche il Rifugio per fanciulli Bice Cammeo (dal nome della sua fondatrice, che dopo la tragedia della guerra e lo sterminio della sua famiglia si era ritirata), si trasformò in Istituto medico pedagogico, con un’equipe di specialisti laureati e diplomati, e dotato di una scuola materna ed elementare.

Matteo Fiorani
30/12/2015

Bibliografia

Fiorani M. (2011). Giovanni Bollea (1913-2011). Per una storia della neuropsichiatria infantile in Italia. Medicina & Storia, XI (21-22), 251-276.
 
Fonti a stampa:
L’attività medico-pedagogica in Italia (1951). Con una introduzione di E. Codignola sulla attività della SEPEG. Firenze: Tip. G. Carnesecchi e F.
Calò, G. (1946). L’opera educativa dell’istituto medico pedagogico Umberto I di Firenze. Firenze: Tip. Ricci.
Canestrelli, L. (a cura di) (1953). Società italiana di psicologia. Atti del IX Convegno degli psicologi italiani. Firenze: Editrice Universitaria.
Levi, S. (1954). L’infanzia anormale e l’Istituto medico pedagogico Umberto I. Firenze: Tipocalcografia Classica.
Levi, S. (a cura di) (1963). L’Istituto medico-pedagogico Umberto I. Firenze: Tipocalcografia classica.
Rifugio immediato e temporaneo per fanciulli abbandonati [1947]. Relazione sull’attività svolta dal 1 gennaio 1941 al 31 dicembre 1946. Firenze: s.n.t.

Fonti archivistiche

Archivio di Stato di Firenze, Archivio dell’Istituto medico pedagogico “Umberto I”, Carteggio amministrativo, 1899-1970 (depositato nel 2011, in attesa di riordino).
Archivio di Stato di Firenze, Archivio dell’Istituto medico pedagogico “Bice Cammeo”, Relazioni annuali, 1927-1946 (depositate nel 2011, in attesa di riordino).
Biblioteca di scienze sociali, Università di Firenze, Archivio Scuola Servizio Sociale (in corso di riordino).
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